CANZONE XI

By Luigi Tansillo

Ben furo, alma, propizie

al tesser di tua gonna

l'aria, la terra e l'acque;

poiché tra sue delizie

t'ebbe la maggior donna

che mai nel mondo nacque,

e nel tuo fin non tacque

come che il cor le tocchi;

e, se si dolse assai,

ne dieder segno i rai

de' divini occhi:

premio troppo superbo

d'ogni aspro fine acerbo.

— Poich'all'ordir de' panni

de la terrena veste

fur sì scarse le Parche,

or al filar degli anni

(dicea la dea celeste)

non doveano esser parche.

Crudeli, han d'anni carche

mill'empie donne a torto,

e Cinzia ucciser tosto!

Forse, mi fia risposto:

“Corpo sì corto

non è degno che giunga

a vita, che sia lunga”.

Dunque, al serpente iniquo

e sì mortale al mondo

viver tanti anni lice?

Fàssi cotanto antiquo

il nero corvo immondo,

talor nunzio infelice?

La garrula cornice

oltra i secoli passa,

che le campagne assorda,

né fruttar seme, ingorda,

sul terren lassa?

E Cinzia ha frali tempre,

ché viver dovea sempre? —

Né pur gli occhi divini

de la maggior beltade,

che faccia il mondo adorno,

e quanti eran vicini,

ove il tuo corpo cade,

pianser, Cinzia, quel giorno;

ma le contrade intorno:

e da fonti e da fiumi,

e da selve e da colli,

venner le ninfe, molli

i santi lumi,

ad onorar l'angusto

tuo sacro, picciol busto.

Fin qui il rumor s'udìo

del tuo morir repente;

ed alto duol se n'ebbe.

Il nostro picciol rio

si dolse fieramente,

e tanto gliene increbbe

che del suo pianto crebbe.

Ogni uccellin si attrista,

ché in questa piaggia amena

segnar col piè l'arena

talor t'ha vista;

ed ogni picciol pesce

sul lido a pianger esce.

Due nane afflitte

chi fia che altrove mande

senza una scorta grande?