CANZONE XI
Ben furo, alma, propizie
al tesser di tua gonna
l'aria, la terra e l'acque;
poiché tra sue delizie
t'ebbe la maggior donna
che mai nel mondo nacque,
e nel tuo fin non tacque
come che il cor le tocchi;
e, se si dolse assai,
ne dieder segno i rai
de' divini occhi:
premio troppo superbo
d'ogni aspro fine acerbo.
— Poich'all'ordir de' panni
de la terrena veste
fur sì scarse le Parche,
or al filar degli anni
(dicea la dea celeste)
non doveano esser parche.
Crudeli, han d'anni carche
mill'empie donne a torto,
e Cinzia ucciser tosto!
Forse, mi fia risposto:
“Corpo sì corto
non è degno che giunga
a vita, che sia lunga”.
Dunque, al serpente iniquo
e sì mortale al mondo
viver tanti anni lice?
Fàssi cotanto antiquo
il nero corvo immondo,
talor nunzio infelice?
La garrula cornice
oltra i secoli passa,
che le campagne assorda,
né fruttar seme, ingorda,
sul terren lassa?
E Cinzia ha frali tempre,
ché viver dovea sempre? —
Né pur gli occhi divini
de la maggior beltade,
che faccia il mondo adorno,
e quanti eran vicini,
ove il tuo corpo cade,
pianser, Cinzia, quel giorno;
ma le contrade intorno:
e da fonti e da fiumi,
e da selve e da colli,
venner le ninfe, molli
i santi lumi,
ad onorar l'angusto
tuo sacro, picciol busto.
Fin qui il rumor s'udìo
del tuo morir repente;
ed alto duol se n'ebbe.
Il nostro picciol rio
si dolse fieramente,
e tanto gliene increbbe
che del suo pianto crebbe.
Ogni uccellin si attrista,
ché in questa piaggia amena
segnar col piè l'arena
talor t'ha vista;
ed ogni picciol pesce
sul lido a pianger esce.
Due nane afflitte
chi fia che altrove mande
senza una scorta grande?