CANZONE XII
I dolci, leggiadretti,
figli illustri e nipoti,
vaghi di tua persona,
qual coro d'angioletti,
al funer tuo divoti,
fer piangendo quel dì nobil corona.
La tua bella Aragona
mesta e crucciosa stette
sovra gli altri fanciulli;
e gli usati trastulli
i vaselli, i lacciuo', le mammolette,
e l'altre care cose
teco, al sepolcro, ascose.
Tanto s'attrista ed ange
la fanciulletta accorta,
quanto di te gioiva;
e ti lamenta e piange,
con quel senno, oggi, morta,
con che t'usò ne' suoi piacer, già viva.
— Poiché di te son priva
(dic'ella), che far deggio?
Èmmi il zuccaro e 'l mèle
vòlto in assenzio e fele;
senza te, Cinzia mia, quant'odo e veggio,
ch'agli altri dolce paia,
tutto a me sembra caia. —
I pargoletti amori,
nati col mondo e nani,
qual tu, le membra e i volti,
i più minuti fiori,
ch'aggian mai con lor mani
da vaghe erbette in pratel verde còlti,
spargon, tutti raccolti
intorno al picciol sasso,
che 'l tuo bel corpo serra;
e, girando la terra,
con flebil voce esìle e con vuol basso
onoran l'umil fossa
ch'asconde le brevi ossa.
Non è chi voli o cacci,
e ne la plebe ignota
stampi piaghe mortali;
non è chi rete allacci,
chi volga o bagni rota;
ch'impenni o aguzzi o impiombi o indori strali.
L'un l'altro spiegan l'ali
c'hanno color più allegro,
e le penne più corte,
per pompa di tua morte,
ad una ad una van coprendo a negro;
né vi è chi face accenda
per tema che non splenda.
I brevi dì del verno,
vestiti d'atre nubi,
versan pioggie di pianto,
biasmando il fato eterno
ch'anzi tempo ti rubi;
le notti estive, ardendo d'ira, a canto
al tuo sepolcro santo,
mandan sospir di foco.
E, se ogni cosa breve
pianger tua morte deve
ovunque sia, via più che 'n altro loco,
piangan dentro al mio petto
la speranza e il diletto.
Le tue compagne fide
grave cordoglio preme,
né han chi le console:
perché chiunque vide
le tre sì liete insieme,
ed or vede sì triste le due sole,
non men, ch'elle, si dole:
con lagrimosi modi,
le querele alternando,
van parte raccontando
del molto, ch'elle san, de le tue lodi:
e 'l suon dei tristi carmi
farìa pietà ne' marmi.
— Lassa!, chi mai sofferse
(comincia a dir Sofia)
gli altrui scherzi e 'l deriso,
e le parole avverse
de la vil turba ria
con più sereno o men turbato viso? —
— Lassa!, chi volse in riso
sì spesso ogn'alta noia
de la gran donna nostra? —
Feba tua segue e mostra
che di soverchio duol quasi si moia!
E, chiamando il tuo nome,
svellon le corte chiome.
Il vago, picciolino
indiano uccel, che intende
il mesto lor concento,
stassi co' 'l capo chino,
e le lor note apprende,
perché formar ne possa il suo lamento.
Tutto a dolersi intento,
sé stesso e gli altri grama,
né canta più, né stima
cosa che fingea prima,
o tace il più del tempo, o Cinzia chiama;
né vuol più manto verde,
da poi che Cinzia perde.
Andrai, canzon, con ambe man reggendo
le due minor compagne,
dove Cinzia si piagne.