CANZONE XIV
— Qual tempo avrò già mai che non sia breve
a disfogar col pianto
la doglia mia, maggior d'ogni stagione?
Dammi, Fortuna ria, poiché mi lieve
ogni mia gioia, tanto
ozio da pianger, quanto dài cagione.
Or quand'Amor ti pone
quel tempo innanzi agli occhi
(che non avrà mai tempo che l'agguaglie),
hai, Galatea, sul cor sì dure scaglie,
che saetta nol tocchi,
io non dico d'amor, ma di pietate,
e non ti penti di tua crudeltate?
Sovra l'umida arena, in riva al Faro,
dalla tua bianca mano
queste parole un dì segnate furo:
“Allor che Galatea non avrà caro,
via più che gli occhi, Albano,
liquido questo monte, e 'l mar fia duro!”
Ond'io lieto e securo
chiuder miei dì credea.
Comincia, duro monte, a liquefarti;
e tu, liquido mare, ad indurarti:
ecco che Galatea
non ha più caro Albano; ecco che a lui
toglie il suo amor l'ingrata, e dàllo altrui.
Ma ben convenne a sue caduche e false
parole, ed a mia speme,
che 'n su la molle arena ella scrivesse;
perché l'onda, che subito l'assalse,
e da l'arena insieme
e da l'instabil mente la radesse.
Ma tutte le promesse
e tutti i giuramenti,
che innamorate donne ad uom mai fenno,
su l'arene e sul mar scriver si denno.
Odimi, o re de' venti,
e fa, mentre d'altrui teco mi doglio,
che combattan queste onde e questo scoglio.
Or se nel petto tuo l'onde di Lete
quel proprio avesson fatto,
che fan l'onde del mar sovra del lito,
quando il percoton torbide e inquiete,
dovean esser sì ratto,
o Galatea, il mio nome ed io sbandito?
Può esser che fuggito
dal petto tuo ti sia
l'amor di cotant'anni in un dì solo?
E se 'l tuo amor se n'è pur gito a volo,
gir non se ne dovria
la membranza del mio, già così grande,
ch'adombra il mar con l'ale ch'egli spande.
Non pur ne' regni tuoi, che l'onda cinge,
ma in tutto il mar d'Europa,
terra non copre il ciel così selvaggia;
né scoglio così strano il capo spinge
sovra l'acque, né scopa
falda di mar così deserta piaggia,
che del mio amor non aggia
contezza: e l'avrà forse
divulgato Triton, con la sua tromba,
da la cuna del dì fin a la tomba,
da l'Austro fino a l'Orse;
e mille, d'altro, che di rete, esperti,
riverenzia ti fan senza vederti.
Nel più bell'antro, che la terra copra,
che tra le meraviglie
del mondo non è forse la minore,
ove si vede la mirabil opra
di pietre e di conchiglie
tôrre ed al ferro ed al pennel l'onore,
Crate, bruzio pastore,
signor del loco egregio,
per amor mio le tue bellezze sante
col nome fe' ritrar, perché fra tante
opre, che fieno in pregio
mille e mill'anni in quelle sacre mura,
il mondo onori ancor la tua figura.
Ivi splender si vedon lo tue lode
fra cento ninfe belle,
in mezzo a Leucopètra ed Aretusa.
Frisio, ch'è meco (e 'l pianger mio forse ode),
dal mar fin a le stelle
sonar fa il nome tuo con la sua musa.
O più rea che Medusa,
che fea pietre le genti,
io cerco d'eternar tua fama ogn'ora;
e tu procuri, notte e dì, ch'io mora!
Odimi, o re de' venti,
e fa, mentre d'altrui teco mi doglio,
che combattan quest'onde e questo scoglio.
La prima volta, o Galatea, che 'l foco,
che, chiuso, un tempo m'arse,
osai scoprirti, ad ambo noi fea tetto
candido moro; e tante in quel bel loco
furon delizie sparse,
quante or s'adunan pene entro al mio petto.
O arbor, che 'l diletto,
ch'ebb'io quel dì, vedesti,
potestu' veder oggi il duol, ch'io porto!
Bench'io non sia, qual Pìramo, qui morto,
forse pietate avresti
del tristo fin, ch'hanno i miei giorni allegri;
e i bianchi frutti tuoi si farian negri.
Che farò, lasso? Già desìo ritrarme
in parte, ove mai remo
non ruppe onda, né vento gonfiò vela.
Ma che giova, infelice, allontanarme?
Vada io pure a l'estremo
de la terra, o là ov'arde e là 've gela,
al mar che gl'Indi cela,
o scenda al negro Averno,
e dagli occhi del mondo io mi dilegue;
ovunque io vo, la monte mia mi segue.
Il mio desir eterno
non fuggirò, per fuggir mari e terre:
bisogna ch'un sepolcro ambiduo serre.
Quanto più lagrimando,
canzon, la doglia sfogo,
tanto di lagrimar più mi fo vago;
ond'io con le due sole non m'appago.
Da quel medesmo luogo,
ond'usciron le due, la terza or esca,
e, pur che 'l dolor scemi, il pianto cresca.