CANZONE XVI

By Luigi Tansillo

Vedendo il saggio Apollo

ch'ogn'animal, già stanco, desiava

dal travaglio del dì ritrarsi in pace,

dentro l'acque del mar spenta la face,

ch'alluma il mondo, in tenebre il lasciava.

Con le lor verghe in collo

e pastori e bifolchi a passi lenti

i greggi ne menavano e gli armenti;

ed, addolcendo il grave

camino, or con soave

suon di piva, or di flauto ed or di canne,

ingombravan le mandre e le capanne.

Il mesto Frisio solo,

come non fusse avvisto né di lume

che si partìa, né d'ombra che veniva,

gittato a terra in su la destra riva,

così prese a cantar del patrio fiume,

ne la voce e nel duolo,

simile al cigno che la morte attende:

“Poiché nessuno, altri che tu, m'intende,

fra le sassose sponde

tempra, bel fiume, l'onde,

e, mentre del mio mal teco ragiono,

accompagna 'l mio dir col rauco suono.

Io vissi sì gioioso,

che viddi del mio stato qualche volta

forse amico pastor d'invidia punto;

or l'iniqua fortuna a tal m'ha giunto,

da poi che in pianto ogni mia gioia è vòlta,

ch'io posso far pietoso

chi più brama il mio mal, purché non sia

quella che vive de la morte mia.

La qual, benché allor m'era

sì desdegnosa e fera,

gli sdegni e le fierezze eran sì grate,

ch'io non bramai, né bramo, altra pietate.

Fiera più che serpente

benché mi fusse quella, che si tiene

ne' suoi begli occhi ascosa la mia vita,

salute mi recava ogni ferita,

ch'ella mi dava, e gioia eran le pene,

vedendo lei sovente.

Poich'il gioir perdei de la sua vista,

via più che morte ogni piacer m'attrista,

che venir possa altronde.

Tempra, bel fiume, l'onde,

e, mentre del mio mal teco ragiono,

accompagna il mio dir col rauco suono.

Fortunate le piante,

ch'in sul natio terren fisse si stanno,

fin ch'altrui forza indi le tronca o svelle;

né, da sé mosse, or queste selve or quelle,

cercan, dando materia al proprio danno.

O infelice amante,

dal suo ben lunge! O beati coloro,

che la felice età vider de l'oro:

ché, nulla procacciando,

vivean contenti; e, quando

il corso de' lor dì giungea a la meta,

la morte avean, come la vita, lieta!

Un medesmo paese

dava a le genti e cuna e sepultura,

un'arbor sola era a due amanti tetto,

ove senza timor, senza sospetto

vivevan vita libera e secura.

Le rozze menti accese

d'altro foco non eran che d'amore;

non si sentiva né desio d'onore

né timor di vergogna,

per cui spesso bisogna

che il proprio mal si cerchi e 'l ben si spregi,

né giudici temevansi né regi.

Vorrei sì bell'etade

ne rimenasse il ciel col volger suo;

ma non che a quel buon tempo io fussi nato,

perché troppo discosto io sarei stato,

dolce Clorida mia, dal nascer tuo;

e senza tua beltade

quegli anni d'oro mi parrian di rame;

né de la vita io gradirei lo stame,

ché, se per starti un'ora

lontan, convien ch'io mora,

come sofferto avrei, nascondo avanti,

starti lontano tanti tempi e tanti?

Ma non si convenia,

poich'io degli occhi tuoi viver doveva,

che m'avesse altra età da te rimosso:

sì come senza te viver non posso,

così senza te nascer non poteva,

A che produtto avria

queste capre natura e questi buoi,

se, per nudrirli non criasse poi

l'acque, l'erbe e le fronde.

Tempra, bel fiume, l'onde;

e, mentre del mio mal teco ragiono,

accompagna il mio dir col rauco suono,

Canzon, non vuo' che vadi,

sì sola, per luoghi ermi e l'aer cieco;

aspetta, ché verran dell'altre teco.