CANZONE XVI
Vedendo il saggio Apollo
ch'ogn'animal, già stanco, desiava
dal travaglio del dì ritrarsi in pace,
dentro l'acque del mar spenta la face,
ch'alluma il mondo, in tenebre il lasciava.
Con le lor verghe in collo
e pastori e bifolchi a passi lenti
i greggi ne menavano e gli armenti;
ed, addolcendo il grave
camino, or con soave
suon di piva, or di flauto ed or di canne,
ingombravan le mandre e le capanne.
Il mesto Frisio solo,
come non fusse avvisto né di lume
che si partìa, né d'ombra che veniva,
gittato a terra in su la destra riva,
così prese a cantar del patrio fiume,
ne la voce e nel duolo,
simile al cigno che la morte attende:
“Poiché nessuno, altri che tu, m'intende,
fra le sassose sponde
tempra, bel fiume, l'onde,
e, mentre del mio mal teco ragiono,
accompagna 'l mio dir col rauco suono.
Io vissi sì gioioso,
che viddi del mio stato qualche volta
forse amico pastor d'invidia punto;
or l'iniqua fortuna a tal m'ha giunto,
da poi che in pianto ogni mia gioia è vòlta,
ch'io posso far pietoso
chi più brama il mio mal, purché non sia
quella che vive de la morte mia.
La qual, benché allor m'era
sì desdegnosa e fera,
gli sdegni e le fierezze eran sì grate,
ch'io non bramai, né bramo, altra pietate.
Fiera più che serpente
benché mi fusse quella, che si tiene
ne' suoi begli occhi ascosa la mia vita,
salute mi recava ogni ferita,
ch'ella mi dava, e gioia eran le pene,
vedendo lei sovente.
Poich'il gioir perdei de la sua vista,
via più che morte ogni piacer m'attrista,
che venir possa altronde.
Tempra, bel fiume, l'onde,
e, mentre del mio mal teco ragiono,
accompagna il mio dir col rauco suono.
Fortunate le piante,
ch'in sul natio terren fisse si stanno,
fin ch'altrui forza indi le tronca o svelle;
né, da sé mosse, or queste selve or quelle,
cercan, dando materia al proprio danno.
O infelice amante,
dal suo ben lunge! O beati coloro,
che la felice età vider de l'oro:
ché, nulla procacciando,
vivean contenti; e, quando
il corso de' lor dì giungea a la meta,
la morte avean, come la vita, lieta!
Un medesmo paese
dava a le genti e cuna e sepultura,
un'arbor sola era a due amanti tetto,
ove senza timor, senza sospetto
vivevan vita libera e secura.
Le rozze menti accese
d'altro foco non eran che d'amore;
non si sentiva né desio d'onore
né timor di vergogna,
per cui spesso bisogna
che il proprio mal si cerchi e 'l ben si spregi,
né giudici temevansi né regi.
Vorrei sì bell'etade
ne rimenasse il ciel col volger suo;
ma non che a quel buon tempo io fussi nato,
perché troppo discosto io sarei stato,
dolce Clorida mia, dal nascer tuo;
e senza tua beltade
quegli anni d'oro mi parrian di rame;
né de la vita io gradirei lo stame,
ché, se per starti un'ora
lontan, convien ch'io mora,
come sofferto avrei, nascondo avanti,
starti lontano tanti tempi e tanti?
Ma non si convenia,
poich'io degli occhi tuoi viver doveva,
che m'avesse altra età da te rimosso:
sì come senza te viver non posso,
così senza te nascer non poteva,
A che produtto avria
queste capre natura e questi buoi,
se, per nudrirli non criasse poi
l'acque, l'erbe e le fronde.
Tempra, bel fiume, l'onde;
e, mentre del mio mal teco ragiono,
accompagna il mio dir col rauco suono,
Canzon, non vuo' che vadi,
sì sola, per luoghi ermi e l'aer cieco;
aspetta, ché verran dell'altre teco.