CANZONE XVIII

By Luigi Tansillo

Deh!, se fra tanti poggi,

che al vaso del tuo seno gittan l'acque,

onde si lavan, pur che piova o fiocchi,

vi fusser quegli, Aufìdo mio, che tocchi

dal bianco piè vid'io (mentr'a lei piacque),

de la mia ninfa, ed oggi

son dal bel guardo suo fatti sereni;

quanto dolci sarian l'onde che meni,

qualor nevica o piove!

Il nettare di Giove,

e ciò che all'altrui gusto aggradò mai,

foran de l'acque tue men dolci assai.

Quanto caro t'avrei,

se fusse ciò, bel rio, più ch'io non aggio!

Tu mi vedresti e notte e dì devoto

or ber ne le tue rive, or gir a nuoto

per mezzo l'onde, e lunge dal bel raggio

viver teco vorrei,

e, quand'ombrass'il ciel più oscuro nembo,

più lieto allor ti salterei nel grembo,

bramoso d'esser ivi

al giunger de' bei rivi;

e forse un dì, mentre m'attuffo ed ergo,

trasformar mi vedresti in cigno o in mergo.

Ma chi potria vietarmi,

se l'ale ai fianchi io mi vedessi e i vanni,

che ratto a la mia ninfa io non volassi?

E, perché al mio apparir non s'appiattassi,

membrando de li dii gli antichi inganni,

guarderei d'appressarmi

troppo a la luce, che fin qua mi giunge.

Basteriami vederla, e star da lunge,

ed or, col becco pieno

di fiori, al casto seno

far olocausto; or con devoto canto

portar vago per l'aria il nome santo.

La voce a poco a poco

manca, e la doglia tuttavia s'avaccia;

e la notte, sdegnata ch'io l'uccida

l'alto silenzio suo con le mie strida,

di freddo e d'ombra armata, mi minaccia.

Tempo è ch'io cangi loco.

Ma chi nel petto ha il foco,

perché deve temer d'ombra e di gelo?

Siami letto la terra e manto il cielo,

mentre il sol si nasconde.

Tempra, bel fiume, l'onde,

e poi che del mio mal più non ragiono,

invitami a dormir col rauco suono.