CANZONE XVIII
Deh!, se fra tanti poggi,
che al vaso del tuo seno gittan l'acque,
onde si lavan, pur che piova o fiocchi,
vi fusser quegli, Aufìdo mio, che tocchi
dal bianco piè vid'io (mentr'a lei piacque),
de la mia ninfa, ed oggi
son dal bel guardo suo fatti sereni;
quanto dolci sarian l'onde che meni,
qualor nevica o piove!
Il nettare di Giove,
e ciò che all'altrui gusto aggradò mai,
foran de l'acque tue men dolci assai.
Quanto caro t'avrei,
se fusse ciò, bel rio, più ch'io non aggio!
Tu mi vedresti e notte e dì devoto
or ber ne le tue rive, or gir a nuoto
per mezzo l'onde, e lunge dal bel raggio
viver teco vorrei,
e, quand'ombrass'il ciel più oscuro nembo,
più lieto allor ti salterei nel grembo,
bramoso d'esser ivi
al giunger de' bei rivi;
e forse un dì, mentre m'attuffo ed ergo,
trasformar mi vedresti in cigno o in mergo.
Ma chi potria vietarmi,
se l'ale ai fianchi io mi vedessi e i vanni,
che ratto a la mia ninfa io non volassi?
E, perché al mio apparir non s'appiattassi,
membrando de li dii gli antichi inganni,
guarderei d'appressarmi
troppo a la luce, che fin qua mi giunge.
Basteriami vederla, e star da lunge,
ed or, col becco pieno
di fiori, al casto seno
far olocausto; or con devoto canto
portar vago per l'aria il nome santo.
La voce a poco a poco
manca, e la doglia tuttavia s'avaccia;
e la notte, sdegnata ch'io l'uccida
l'alto silenzio suo con le mie strida,
di freddo e d'ombra armata, mi minaccia.
Tempo è ch'io cangi loco.
Ma chi nel petto ha il foco,
perché deve temer d'ombra e di gelo?
Siami letto la terra e manto il cielo,
mentre il sol si nasconde.
Tempra, bel fiume, l'onde,
e poi che del mio mal più non ragiono,
invitami a dormir col rauco suono.