CANZONE.
Quanto di dolce avea
Ne' primi giorni Amore,
Ritorna, ahi lasso! in tristo pianto amaro;
La spene onde vivea
Questo angoscioso core
Rivolto ha in doglia il mio destino avaro;
Quanto soave e caro
Già tenni il viver mio,
Tanto or mi pesa e duole.
Le stelle intorno e 'l Sole
Dichin per me come talor desìo;
Ch'omai pietosa morte
Faccia del mio languir l'ore più corte.
Qual più felice amante,
Qual più giocondo stato
Si vide unquanco all'amoroso regno?
Alme, celesti e sante
Luci, come beato
Mi feste un tempo e d'ogni pace degno!
Or dal suo caro segno
Abbandonata e stanca
La mia infelice barca
Un mar di pianto varca
Ove soffia Aquilone, e l'onde imbianca,
Dal ciel grandina e piove,
E trasportata corre, e non sa dove.
Ohimè! la bella fera
Ch'io cacciai tanto invano,
Tolta al mio desiar, d'altrui fu preda;
L'antica primavera
Lasciando me lontano,
Conviene omai ch'al pigro verno ceda.
Amante più non creda
A liete frondi e fiori,
Ché frutto poi non nasce,
E mentre indarno pasce
Folle speranza de' lor falsi onori,
Siam poi carchi alla fine
Di secchi rami e di pungenti spine.
Ma rivolgendo indietro
La mente a' giorni corsi,
Breve conforto pur nell'alma sento;
Ché ben che ghiaccio e vetro
Gli andati miei soccorsi
Sien per me divenuti e fumo al vento,
Forse non tutto spento
Di quell'alta pietade
Fia ciascun vivo lume,
Ahi ciel! che per costume
Mi fe caro il servir sì lunga etade.
Così parlando passo
Questo acerbo dolor, di viver lasso.
Saldo sostegno antico
Della mia fragil vita,
Fermo riposo de' miei tanti affanni,
Benché il destin nimico
Che a pianger qui m'invita
Faccia altrui ricco de' miei tristi danni,
I giorni, i mesi e gli anni
Amor, Fortuna e 'l cielo
Non avran forza mai,
Che i vostri santi rai
Non mi stieno entro il cor l'estate e il gelo
(E sia che vuol d'altrui),
Per esser quel che 'l primo giorno fui.
Dirai, Canzone, a chi non è più mia:
Colui ch'è vostro ancora
E sarà sempre mai, vi chiama ognora.