CANZONE
Cari Signor, che per voler divino
Dopo sì lunghi passi
Fuor del credere uman qui siete insieme,
La bella Italia che languendo stassi
Col viso umido e chino
E tra i dubbi pensier sospira e teme,
Poscia ch'ogni sua speme
In voi ripone, e di tutt'altri è schiva,
Riverente ed umil, qualunque io sia,
Pregando a voi m'invia
Per oprar, se si può, che ancor riviva
Quella pietà ch'apriva
Sì dolcemente i petti
De' vostri antichi a' suoi bisogni accinti
Nei primi tempi eletti,
Quando vide i peggior cacciati e vinti.
E per nome di lei piangendo chieggio
Ch'alle sue piaghe interne
Drizzate con amor gli occhi e la mente,
E che non sia come si dice e teme,
Né più di male in peggio
Vada il suo travagliar con l'empia gente,
E si lamenta e pente
Che le sovvien che i gialli aurati fiori
Pur malgrado di lei sovente offese,
E in sé medesma accese
Quella fiamma crudel che dentro e fuori
I suoi sublimi onori
Ha poi distrutti, tale
Che ormai poca è di lei memoria appena.
Chi si procaccia il male,
Merta spesso pietà, non nova pena.
Non ha posto in oblio l'afflitta donna
Che mille volte almeno
Fu dai Gallici re furata a morte,
E che mill'altre poi squarciata in seno
La sua purpurea gonna
Divider vide alle francesche scorte,
E che tranquilla sorte
Sotto il vostro valor ritrovò sola,
E le voglie in altrui di rabbia piene.
Ma sovente addiviene
Che il cielo al peccator la vista invola,
Onde a' suoi danni vola
Cieco senz'altra guida,
Credendo ir al cammin di sua salute.
E così mal s'affida
Chi per troppo desir lasciò virtute.
Ma che più ragionar? non è ventura
L'esser talor offeso,
Che dà cagion di perdonar altrui?
Non fia dunque da sdegno mai conteso
L'entrar per via sicura
L'alta vera pietà, Francesco, in vui.
Non fermi i passi sui
Finché possa trovar l'alma gentile
Che domandi mercè delle sue colpe,
E che s'accusi e incolpe
Senza menzogna con preghiera umìle.
È a riputarsi a vile
Il procurar vendetta
Contra chi si ripente e inferma giace,
E che nuda e negletta
Com'or l'Italia mia, domanda pace.
E tu, sommo Pastor, che con l'insegne
Delle celesti chiavi
Guidi al santo cammin le gregge umane,
Deh rivolgi la mente all'aspre e gravi
Sozze lordure indegne
Che vilmente sostien da sera a mane.
Vedi come ha lontane
Quelle antiche dolcezze e 'l viver chiaro
Che solieno onorar l'Atlante e 'l Gange.
Vedi che or chiama, e piange
Che non le sia di buon voler avaro,
E del suo stato amaro,
Dei dolorosi omei
Disciolga, e scarchi la spietata soma,
Poiché chiamato sei
Gran Vicario di Dio, Rettor di Roma.
Non sai tu ben quanti suoi chiari amici
Fuor de' nativi liti
Vede quest'angosciosa, e quanto affanno!
Quante misere spose i suoi mariti,
Quante madri infelici
Chiamano i figli suoi che altrove stanno.
All'infinito danno,
All'infinito mal pon fine omai!
E con pietoso oprar dimostra come,
Non sai mentire il nome
Ma che insieme con lui Clemente avrai
Il cor nelli altrui guai,
E sperin poscia indarno
Quei che di crudeltà son troppo vaghi,
Sì che il Mugnone e l'Arno
I suoi primi desir con l'opre appaghi.
E se mai fu che nelle oneste voglie
Benigno il cielo avesse,
Ben sei tu quel, se si riguardi al vero.
Poi che teco è colui che l'orme impresse
Ove ogni ben s'accoglie
Sempre al vero de' buon destro sentiero,
Quel che sostien l'impero
Delle altere virtù Francesco Pio,
Onde il gallo splendor più d'altro luce.
E se l'avrai per duce,
Vedrai tosto sereno il tempo rio,
E porre in dolce oblio
La sua passata noia
Il mondo infermo che riposo chiama
Per rivestir di gioia,
E voi, chiari Signor, d'eterna fama.
Canzon, non lunge quinci
Ove il mar provenzal le rive irrora,
Due possenti Signor potrai vedere.
Di' lor che Italia chere
Umil mercede, e si lamenta e plora;
E si ricorda ognora
Che Santissimo all'uno,
Cristianissimo all'altro il nome ha dato;
E che mai fu nessuno
Senza pietoso cor dal cielo amato.