CANZONE

By Luigi Alamanni

Cari Signor, che per voler divino

Dopo sì lunghi passi

Fuor del credere uman qui siete insieme,

La bella Italia che languendo stassi

Col viso umido e chino

E tra i dubbi pensier sospira e teme,

Poscia ch'ogni sua speme

In voi ripone, e di tutt'altri è schiva,

Riverente ed umil, qualunque io sia,

Pregando a voi m'invia

Per oprar, se si può, che ancor riviva

Quella pietà ch'apriva

Sì dolcemente i petti

De' vostri antichi a' suoi bisogni accinti

Nei primi tempi eletti,

Quando vide i peggior cacciati e vinti.

E per nome di lei piangendo chieggio

Ch'alle sue piaghe interne

Drizzate con amor gli occhi e la mente,

E che non sia come si dice e teme,

Né più di male in peggio

Vada il suo travagliar con l'empia gente,

E si lamenta e pente

Che le sovvien che i gialli aurati fiori

Pur malgrado di lei sovente offese,

E in sé medesma accese

Quella fiamma crudel che dentro e fuori

I suoi sublimi onori

Ha poi distrutti, tale

Che ormai poca è di lei memoria appena.

Chi si procaccia il male,

Merta spesso pietà, non nova pena.

Non ha posto in oblio l'afflitta donna

Che mille volte almeno

Fu dai Gallici re furata a morte,

E che mill'altre poi squarciata in seno

La sua purpurea gonna

Divider vide alle francesche scorte,

E che tranquilla sorte

Sotto il vostro valor ritrovò sola,

E le voglie in altrui di rabbia piene.

Ma sovente addiviene

Che il cielo al peccator la vista invola,

Onde a' suoi danni vola

Cieco senz'altra guida,

Credendo ir al cammin di sua salute.

E così mal s'affida

Chi per troppo desir lasciò virtute.

Ma che più ragionar? non è ventura

L'esser talor offeso,

Che dà cagion di perdonar altrui?

Non fia dunque da sdegno mai conteso

L'entrar per via sicura

L'alta vera pietà, Francesco, in vui.

Non fermi i passi sui

Finché possa trovar l'alma gentile

Che domandi mercè delle sue colpe,

E che s'accusi e incolpe

Senza menzogna con preghiera umìle.

È a riputarsi a vile

Il procurar vendetta

Contra chi si ripente e inferma giace,

E che nuda e negletta

Com'or l'Italia mia, domanda pace.

E tu, sommo Pastor, che con l'insegne

Delle celesti chiavi

Guidi al santo cammin le gregge umane,

Deh rivolgi la mente all'aspre e gravi

Sozze lordure indegne

Che vilmente sostien da sera a mane.

Vedi come ha lontane

Quelle antiche dolcezze e 'l viver chiaro

Che solieno onorar l'Atlante e 'l Gange.

Vedi che or chiama, e piange

Che non le sia di buon voler avaro,

E del suo stato amaro,

Dei dolorosi omei

Disciolga, e scarchi la spietata soma,

Poiché chiamato sei

Gran Vicario di Dio, Rettor di Roma.

Non sai tu ben quanti suoi chiari amici

Fuor de' nativi liti

Vede quest'angosciosa, e quanto affanno!

Quante misere spose i suoi mariti,

Quante madri infelici

Chiamano i figli suoi che altrove stanno.

All'infinito danno,

All'infinito mal pon fine omai!

E con pietoso oprar dimostra come,

Non sai mentire il nome

Ma che insieme con lui Clemente avrai

Il cor nelli altrui guai,

E sperin poscia indarno

Quei che di crudeltà son troppo vaghi,

Sì che il Mugnone e l'Arno

I suoi primi desir con l'opre appaghi.

E se mai fu che nelle oneste voglie

Benigno il cielo avesse,

Ben sei tu quel, se si riguardi al vero.

Poi che teco è colui che l'orme impresse

Ove ogni ben s'accoglie

Sempre al vero de' buon destro sentiero,

Quel che sostien l'impero

Delle altere virtù Francesco Pio,

Onde il gallo splendor più d'altro luce.

E se l'avrai per duce,

Vedrai tosto sereno il tempo rio,

E porre in dolce oblio

La sua passata noia

Il mondo infermo che riposo chiama

Per rivestir di gioia,

E voi, chiari Signor, d'eterna fama.

Canzon, non lunge quinci

Ove il mar provenzal le rive irrora,

Due possenti Signor potrai vedere.

Di' lor che Italia chere

Umil mercede, e si lamenta e plora;

E si ricorda ognora

Che Santissimo all'uno,

Cristianissimo all'altro il nome ha dato;

E che mai fu nessuno

Senza pietoso cor dal cielo amato.