Capitolo contro a le campane
Per non vi tener più d'oggi in domane,
per la presente sarete avisato
com'i' la 'ntendo circa le campane.
Farebbesi qualcun da uno lato
e conterebbe su cento dispetti,
che tengon questo mondo intenebrato,
e replicando direbbe che i detti
e tutti que' che si potrebbon dire
sarian quasi piacer, quasi diletti,
a ppetto a quel che si prova a sentire
delle campane il percuotere strano,
senza cavarne l'ora del morire.
Com'elle si trovassin noi l'abbiano
— questo si sa — ma chi ne fu inventore
non posso creder ch'e' fusse cristiano,
perch'un uom che sia vago del romore
non mi va per la tazza e non mi piace,
né crederò ch'egl'abbia o fede o amore.
Ognun si sa che ciò che non dispiace
o gl'è buono o gl'e onesto, utile o bello:
questo con man si tocca ed è capace.
Ma le campane di, ch'io vi favello,
mancon di tutte queste quattro cose,
come può ben veder chi ha cervello.
Quanto a bellezza, colui che le pose,
fe' lor un corpo fuor d'ogni misura,
come son tutte le cose ritrose.
Mostran da basso aver tonda figura,
ma per non meritar cotanto bene,
piglian licentia e fanno una sciagura.
Non si discerne in lor petto, né schiene:
non son triangolare, ovate o quadre,
ma d'un corpo contrario allo star bene.
Son tanto oneste poi, quanto leggiadre,
che chi le guarda, senza troppo affanno,
si può chiarir s'elle son padre o madre.
Senza vergogna spenzolate stanno
e non si cuopron mai, passi chi vuole,
a gambe larghe e mostran ciò ch'ell'hanno.
Circa dell'esser buone, assai mi duole
non vi poter mostrar distesamente
le lor magagne in sì brevi parole.
Pur ei si può conoscer facilmente
per quel battacchio e non sia chi mi dica:
“Le son sagrate” e non ponga lor mente.
Buone, mi piacque! i' durerei fatica
a crederlo a un santo, propio buone!
vadin pur via, che Dio le benedica!
Che per invidia o per altra cagione
or col battaglio, or col gittarsi in terra
l'hanno morto, a' lor dì, cento persone.
I' n'ho vedute andare in su la guerra
e diventar le belle artiglierie,
sì che chi le tien sante, in grosso l'erra.
E con tutte le lor ribalderie,
disonestà, goffezza e spese e 'mpacci
non son d'util nessun, questa genia.
Talvolta una campana costeracci
le migliaia degli scudi; o gran pazzia,
spendere in cosa che danno ci facci
e che sempre minacci e sempre dia
e, stando tutto l'anno a dondolarsi,
sempre ci gridi e dica villania!
Per me non credo che possa trovarsi
più vil cosa e, s'un è punt'uomo e vivo,
mai non vedrete a sonarle accostarsi.
E ch'e' sia 'l ver, tra' frati il più cattivo,
il più goffo, il più schifo minestraio,
d'ingegno e garbo e di memoria privo,
ben che ve ne sia sempre qualche paio
tra lor, pur fra' cattivi il più ribaldo
si sceglie ed è creato campanaio.
Così tra i preti a quest'ufizio, saldo
sta il più sgraziato; ai munister si piglia
il paggio del famiglio del castaldo.
Fra i secolari è una maraviglia
ritrovars'un che non se ne vergogni,
pur se ne trova, tanto s'assottiglia,
ma fate conto che trovar bisogni
il più sgraziato, il più schifo e 'l più brutto
da far parere un Cupido lo Gniogni.
Schernisconlo i fanciulli e 'l popol tutto,
che san che s'e' non fusse più che matto,
non si sarebbe a tal arte condutto.
Poi pare al mondo un onorevol fatto
a far le torri, come fe' Nembrotte,
per esaltar questo strumento stratto.
Ma io n'ho viste e rovinate e rotte
tante e sfregiate dal ciel, ch'io son certo,
ch'e' non le può patir crude né cotte.
Né c'è campaniluzzo sì diserto,
che non v'abbi su dato la saetta,
per dimostrarci il nostro errore aperto.
Ma perché levi pure alta la vetta
un campanil quanto può, s'io non voglio
vederlo, io chiuggo gl'occhi e dico: “Aspetta”.
Però di questo punto non mi doglio,
com'io non mi dorrei del vestimento
d'un tristo o nelle serpi dello scoglio.
Ma per tornare a quel che vi sta drento,
dico che son non pur dannose al mondo,
anzi sono esso danno, esso tormento.
Come puote esser utile o giocondo
a spender un tesor per impazzare
in questo strumentaccio senza fondo?
Chi volesse di musica cercare,
cerchi il contrario di quel ch'elle sono
e 'n questo modo lo potre' trovare.
Tra lor non è né regola, né tuono,
né bi quadri, né bi molli o altra chiave,
ma il lor suggetto è il fracasso e lo 'ntruono,
contrario appunto a quel dolce e soave
che la musica porge, a quel diletto,
che par che d'ogni noia ci disgrave,
dove queste ci fanno ira e dispetto
nascer nel cuore e, per più farci offesa,
impediscono il canto e 'l suon perfetto;
ch'alcuna volta, trovandoci in chiesa
a contemplar del buon Moschin l'ingegno
o del buon Cencio, con la mente attesa,
o di cantori alcun conserto degno,
questo contrario a la musica stessa,
c'impedisce in sul bello ogni disegno,
ch'in mezzo a tal dolcezza esce una Messa
con un campanelluzzo fastidioso,
tal che quell'armonia non è più dessa.
La notte fu trovata per riposo
delle fatiche e perché l'uom dormendo
dimenticasse ogni pensier noioso,
ma queste scioperate interrompendo
ce 'l vanno e fan la notte più fracasso
per far dispetto altrui; così la 'ntendo.
Il sonno fugge e 'l cervel ti va a spasso
pel grande intronamento della testa,
che ti mena alla morte passo passo.
Voglion rimescolarsi in ogni festa,
battendo e rimbombando in modo tale,
ch'e' non si può patir tanta tempesta,
ond'un affanno, uno sdegno t'assale,
che mill'anni ti par che quel dì passi
e vienti voglia di dire ogni male.
E se per sorte tu ti riscontrassi
con qualch'amico o qualche forestiere
e ch'alla festa a casa lo 'nvitassi,
è una pietà a udire e vedere
ch'e' non se gli può dire una parola,
s'e' non si grida seco a più potere;
ed è come menarlo in una scuola
d'abbaco e canta tutti i fatti sua;
né mai s'intende a una volta sola.
Gridon le fanti e i servi e tutti e' tua,
che paion pazzi, e tu con loro insieme,
perch'altrimenti e' s'udire' nel dua.
Onde 'l meschin che tu 'nvitasti teme
a dirti ch'e' vorrebbe andare altrove,
che si vede condotto all'ore estreme.
Pur prende alfin licenzia e non sa dove
si vada, in modo è rintronato e pesto:
queste son nelle feste le lor prove.
Così ci torna il festeggiar molesto
e non giova il dolerci o lo star cheti;
mentre che noi viviam, ci tocca questo.
Ma non contente in vita e a' tempi lieti
farci ogni male, al tempo della morte
s'accordano anche a farcene coi preti.
Testé ch'uno è malato, fan di sorte
che non ha mai di riposarsi possa,
sonando per dispetto assai più forte;
tal ch'ogni colpo ti fracassa l'ossa
del capo e t'ingarbuglia la memoria,
fin ch'elle ti conducano alla fossa.
E non ti dico s'elle n'hanno boria
quand'un va sotto e dicon gongolando:
“Tutti avete a toccar di questa storia”.
E poi parecchi giorni ricordando
vanno i lor danni agl'amici e a' parenti,
quasi liete, il mal nostro rinfacciando.
O poca cura dell'umane genti
sopportare una cosa che ci nuoce
nel bene e del tuo mal par si contenti!
E forse ch'e' non c'è chi la lor voce
loda per buona? E 'l Petrarca ne dice cosa
da farsi il segno della croce;
ma gl'era prete e non se gli disdice,
onde si potre' dir con un suo verso:
tal frutto nasce da cotal radice.
Cosa da stolti a creder per tal verso
lodarsi Dio con un cotal di ferro,
percosso in una conca per traverso.
I' non so s'a così parlare io m'erro,
ma e' mi vien pur alle volte voglia
di diventare in certe cose sgherro.
Mi vien voglia di ridere e ho doglia,
quand'io le veggo battezzare e scritto
aver di fuor “suor Tale” in su la spoglia.
Ma, se chi pon lor nome avesse fitto
nel capo o altrove quel battaglio a dosso,
gli parrebbe al contrario quello scritto;
ond'io m'avolgo e comprender non posso
per quel che s'usi così battezzarle
e non han però carne, anima o osso.
Forse pensorno ch'altri a riguardarle
per questo avesse e le conobbon tali,
ch'ogn'uomo arìa cercato rovinarle,
e per coprire infiniti lor mali,
sotto nome di monache ordinorno,
che nocessino al mondo e agl'animali;
ma questa ragia alfin trovato ha scorno,
ché l'un cristian con l'altro si castiga
per minor cosa mille volte il giorno.
E anche s'e' ci desse troppa briga
una suora e valer se ne potesse,
né fusse il mur fra la mano e la spiga,
dimostreremmo ch'e' ce ne dolesse
e senza troppo averci stuzzicati,
credo ch'ogn'uom faria quel ch'e' potesse.
Un'altra cosa hanno trovata i frati
e hanno detto ch'e' predicatori
dalle campane sono assomigliati,
ma s'e' non hanno allegorie migliori
tolghinsele senza aschio: ogn'uom s'avvede
ch'elle non san far altro, che romori.
Il lor sonar sì sciocco non procede,
ben ch'ognor ci minacci, assordi e 'ntruoni,
da carità, da ragione o da fede.
Dunque s'e' voglion esser cicaloni
senza amor, senza fe', senza ragione,
non me n'impaccio, io fuggo le quistioni.
Levonsi a far la notte l'orazione
e per farci partecipi al disagio,
tengon deste, sonando, le persone,
ma gli stanno poi 'l giorno con tant'agio,
ch'e' rimetton le dotte, ov'a noi fiocca
travagli e noie a bottega o in palagio.
Or che bisogna tanta filastrocca
di lunghe e scempii e di doppii e rintocchi,
quand'uno ha inteso e divozion lo tocca?
Bisognerebbe ancor non aver occhi
a non voler veder che la lor baia
ci vota la scarsella di baiocchi,
che per far qualche bella cornacchiaia
che suoni dietro ai morti, in questa soia
spendiam del buono e par ch'e' non ci paia.
Sono stato per dir che quand'i' muoia
non sia nessun che me le suoni dreto,
per non dar lor questo diletto e gioia.
Ma interverrebbe a me com'al discreto
dotto e da ben gran fisico Rontino,
ch'a la sua morte a' suoi disse in secreto,
che non voleva o lontano o vicino
frati al suo corpo a portallo all'avello
e n'ebbe più che gl'altri, il poverino.
Ecci qualcun che mi toglie il cervello
con dirmi ch'elle caccion le saette
e non han forza a cacciare un uccello.
Ma se pur fusse il ver, quattro moschette
o due cannon farebbon quest'ufizio
e bacini e paiuoli e le palette;
e per chiamarci a Messa o all'uffizio
ci sare' mille cose più galante,
togliendo al mondo questo malefizio.
E' non muoion però là su in Levante
e non hanno campane e più di noi
vanno a la chiesa e altre genti tante.
Non possono aver cosa che gl'annoi,
che venga a dir niente, stando senza
questa invenzion da montanari e buoi.
Quanto benedirei la mia Fiorenza,
s'ella facesse a tutte com'a quella
che fece per parecchi penitenza!
Aremmo più quattrin nella scarsella
e per le case tanti ottoni e rami
e stagni che sarebbe cosa bella.
Non posso far ch'io non lodi e non ami
Paul terzo e quel tempo ch'e' ci tenne
scomunicati non sospiri e brami;
raffermammo in su l'osso le cotenne,
il cervel si fe' duro; ohimé, che poco
durò, che questa lebbra si rinvenne!
A molti parve ch'e' fusse un bel giuoco
veder la gente andare all'osteria
e poi fuggir la chiesa com'il fuoco.
I' so che le campane andoron via,
cioè si stetton ferme e sfaccendate,
senza sonar, quel tempo tuttavia.
Non ci lasciano star, queste sgraziate,
né fuor, né 'n casa e, statti cheto o parla,
sempre ti tengan l'orecchie intronate.
Ho una stanza e non posso abitarla,
ché fra la terza, il vespro e 'l mattutino
mi sarà forza un giorno abbandonarla.
E forse che 'l ribaldo e assassino
del campanaio di Santa Reparata
ce la risparmia per esser vicino?
Quante volte mi son io già fasciata
la testa e cerco ben ravviluparmi
con l'una e l'altra orecchia ristoppata,
per veder s'io potevo liberarmi
da una campanuzza la mattina,
che dura un'ora; e non basta turarmi,
i' ho provato a fuggirmi in cantina,
serrarmi in una cassa, in un armario
e non posso fuggir questa rovina.
Forse che questo strumento è mai vario?
sempre suona a un modo e tanto o quanto
non esce mai del suo goffo ordinario.
Io non vi niego ch'il Venerdì Santo
i' non abbia dolore e sia pentito,
tanto ch'i' ho di molte volte pianto.
Ma quando io mi ricordo esser fornito
il suon di queste bestie benedette
e 'nfin'all'ore aver preso partito,
mi viene un'allegrezza, che si mette
nella mia divozion per cotal modo,
che mi par esser tra l'anime elette
e fra me stesso mi conforto e godo
in quel dolce silenzio, ch'ogni pena
mi trae del cuore, ond'io sempre lo lodo.
Vedesi il dì la gente savia e piena
di divozione e per sì buona nuova
nelle più delle case non si cena.
Ma perché, dopo il bene, il mal si trova,
ritorna il mondo a sobbissar di nuovo,
passato questo dì che tanto giova.
Ma or ch'al Poggio, o Luca, mi ritrovo,
dov'io non n'ho ancor viste, né sentite,
di quassù non m'allungo e non mi muovo.
Abbiam quassù le faccie colorite,
i cuori allegri e' cervei freschi e sani,
udendo Messa senza queste ardite.
Qui ci godiamo i gentili atti umani
del più giusto signor che scorga il cielo,
veggianlo ogn'ora e baciangli le mani.
Qui stiamo in pace, senza caldo o gielo
che n'offenda, meniam vita beata;
oh, fusse longa e non variasse il pelo!
Nobiltà, gentilezza accorta e grata
accoglienza, amicizia e fermo vero
han salda stanza in sua corte pregiata.
Non può cader fra questi alcun pensiero,
che sia manco che bel, giusto e cortese,
mercé del lor signor verace e 'ntero.
Ma io non vo' tentar sì alte imprese,
ch'io so purtroppo non esser tal peso
da le mie spalle; or torniamo in paese,
ch'il mondo tutto ha conosciuto e inteso
la sua bontade ed oh, chiamar mi sento,
giù nella strada e son da certi atteso
per girne a spasso e d'intorno e di drento
per questi verdi prati all'ombre, all'acque,
a le fontane, ai boschi, al fresco vento;
onde lo sdegno che gran tempo nacque
da questa malcreate mi conviene
ritener dentro e ciò ch'in lor mi spiacque.
Basta ch'elle son pazze da catene,
da fune e legno e non è fatto a caso
ch'elle siano impiccate, anzi sta bene,
ch'io non farei d'un ladro tanto caso,
d'un assassin, d'un ruffiano o d'un ghiotto:
queste son quelle che mi dan nel naso.
Può nuocere un ribaldo a sette o otto,
un ruffian parte nuoce e parte giova
e recheratti addosso al peggio un cotto,
ma queste fanno a qualunque si trova
danno e nuocano ognor senza vergogna;
dà loro: elle fan peggio a bella prova!
Son aspettato, onde convien ch'io pogna
fine e tacere omai di lor consenta,
fin ch'io ritorni a grattar lor la rogna;
ma se mia voglia in ciò fusse contenta
e s'io avessi tanta autoritade
questa peste mortal sarebbe spenta.
O che bel tempo, o che felice etade
saria la nostra e che savii cervelli
si troverria' nella nostra cittade
a disfar le campane e' campanelli
e' battagli e 'l malan che Dio dia loro,
sì ch'udir non potessimo o vedelli;
poi si potria dir questo il secol d'oro.