Capitolo del Bronzino pittore in lode del dappoco
Chi crederebbe mai ch'esser dappoco
potesse meritar difesa o scusa,
non che d'esser lodato assai o poco?
Innanzi tratto non ci resti Musa,
ch'i' voglio un po' da me, senz'altro aiuto,
gonfiare in suo favor la cornamusa.
Guarda capriccio stran che m'è venuto,
anzi più tosto spirazione e grazia,
che d'esser aiutato odio e rifiuto.
Aiutato, s'intende, verbigrazia,
a far gran cose e diventar dassai,
che tutto lo darei per una crazia.
E' non m'entrò nel capo cosa mai,
che mi piacessi più, poi ch'io vi messi
l'esser dappoco e poi ch'i' lo gustai.
Questo sia 'l mio Parnaso e s'io credessi
con dua once di peso avere in seno
quel, daddover vorrei ch'e' mi cadessi:
ecco, cadessi, che dell'arte meno
vien per la rima ed io lo lascio stare,
com'il più de' dappochi anco farieno.
A te mi volgo, a te vo' favellare,
Corimbo mia, che, ben creata, vedi
ballare i topi e covi il focolare.
Se tu non abbi a trar l'unghia de' piedi
mai per cibarti e stando in agio possa
tutto aver quel che miagolando chiedi,
stammi a udir, che senza esserti mossa
lo potrai fare e, se ben chiudi gl'occhi,
non mi dà noia o che rantoli o tossa.
I più sgraziati del mondo e' più sciocchi
son que' che son dassai o son tenuti
nati perché riposo lor non tocchi.
I' n'ho, senza guardar, mille veduti
pien di travagli e ogni dì ne veggo,
senza che pace mai pur gli saluti.
Tu sai, Corimbo, che tal volta io leggo
così nel letto, per adormentarmi,
o quando, com'or teco al fuoco seggo;
e hai veduto anche scombiccherarmi
qualche foglio e compor qualche cosetta
per passar tempo e 'l cervel ricriarmi.
Vo' dir che qualche cosa ch'i' ho detta
e provata, che più, voglia o non voglia,
mi rappresenta il mondo la civetta
e noi gl'uccei, ch'alla pania la voglia
tira, fin ch'uno, in sul bel della giostra,
vi stiaccia il capo o dell'arbitrio spoglia.
Oh, stianci, mucia, in santa pace nostra
e ringraziamo il Ciel, che la fatica
ci fece odiar del far di sé la mostra
e sostien questa sera ch'i' ti dica
com'io la 'ntendo, ch'i' potrei poi farne
un di que' miei capitoli all'antica.
Sappiam ch'in questo mondo, o pesce o carne
che noi siam, dibattianci a nostro modo;
in capo al giuoco poi bisognia andarne.
Pur mi parrebbe da non fare in modo
che la troppa faccenda ci ammazzassi
innanzi al tempo, com'assai ch'i' odo.
Star quieto e pigliarsi degli spassi
onestamente e, di natura amico,
irla osservando con discreti passi.
non aspreggiarla o farsele nimico
con fame o freddo o vigilia o disagio,
ch'ella alfin se ne vendica, ti dico.
Chi è dappoco, oltr'allo stare in agio,
scampa mille pericoli e travagli,
che soglion dar la bottega e 'l palagio;
lavoran dì e notte — dagli, dagli! —
certi, che Circe arebbe fatto bene
a trasformarli in asini o 'n cavagli.
Chi lavora per forza certo viene
scusato, ma chi può starsi e si stracca
nimico e micidiale di sé diviene.
Empi la cassa pur d'oro e le sacca
di grano e l'orcia d'olio e poi la morte,
senz'aver mai goduto, te l'attacca.
Come cred'io che tu ridessi forte
se tu sapessi a 'ntender quanti quelli
son che van dietro a sì bugiarda sorte.
Se la matita, i colori e' pennelli
non mi desser le spese, io ti prometto
ch'i' mi travaglierei manco con elli.
Fares' tu nulla? Sì, ma per diletto,
ché l'oprar virtuoso e non avaro,
né forzato àgia il corpo e l'intelletto.
Dall'agio all'ozio è differenza, e chiaro
vo' che tu 'ntenda, ch'i dappochi, amando
lor agi, anco hanno il bene operar caro.
Ma son certi cervei, che da sé stando
volentieri, son mal vaghi delle cose,
che soglian ire i lor gusti alterando.
E quand'egl'hanno a far certe noiose
opere e che 'l piacer non ve gli tira,
farien più tosto a' ferri o alle chiose.
Ben lo sai tu che tal volte con ira
mi vedi porre a lavorare e follo
per marcia forza e perch'el pan s'adira.
Ma s'io potessi, senza lui, satollo
la sera andare a lletto e riposarmi,
scoterei volentier dal giogo il collo.
E se bene in cert'opre affaticarmi
vedi ch'io ho 'n fastidio, pel bisogno
lo fo, ti dico: i' non voglio scusarmi.
E perché qualche volta i' mi vergogno,
che nel mio tempo e virtù da dappochi,
ch'altri domandi s'i' son desto o sogno
o, pur così dappoco e con sì pochi
danar, cerchiam che l'arte non di meno
di noi si lodi e ch'ella non ci nuochi.
E tanto penso che così fareno,
lavoracchiando e vivacchiando lieti,
che nel dappoco ci addottorereno.
Or per aprirti tutti i miei segreti,
ch'avere a dir certe cose mi doglio,
ma il ver mi sforza e non vuol ch'io mi cheti,
la prima cosa che tu sappi voglio
ch'io la nostra corte amo e tengo cari
tutti i suoi amici e onorar gli soglio:
ma perch'ambizion, fummo o danari
non creda uom che mi tiri, me n'astengo
spesso e par che da essa mi separi.
Ma, se chiamato per lor grazia vengo,
allegro corro a' miei cari padroni,
ch'io amo tanto e 'n tanto pregio tengo
e starei dì e notte ginocchioni
per far lor cosa grata e metterei
per lor la vita a tutti i paragoni,
ch'altrimenti faccendo, mi porrei
non fra i dappochi, dov'io mi son messo,
ma fra gli sciagurati e fra' plebei.
Ma perch'or dichiarar non m'è concesso
di quella dappocaggine ch'io intendo,
torniamo a quel ch'io ti dicevo adesso.
Tu hai veduto il tempo in ch'io lo spendo
e ch'io non mi sto mai, per dirne il vero,
se ben tal volta seggo o mi distendo.
Or chi m'accerta s'a star loro intero
innanzi io piaccio o pur a buona cera
gl'infastidisco, come par più vero?
Parrebbe a me, che perdendo la sera,
quel tempo e poi quell'altro la mattina,
che sai che ritrovar più non si spera,
di meritar ch'il fuoco di cucina
si ricoprisse e' piatti rinboccati
stessero e l'arca vota e la cantina.
So che tu intendi ed hai considerati
questi misteri, ch'aperti gl'orecchi
ti veggo, se ben gl'occhi son serrati.
S'el signor mangia e ch'io v'entri, parecchi
maggior di me fan che mai non lo vedo
e passar loro innanzi par ch'io pecchi,
ch'il corteggiare a' miei par non concedo,
com'io farei a molti altri, che faccenda
non hanno e fanno onorevol corredo.
Ma s'io mi stracco e ch'altri se n'offenda,
senza far nulla, e torni mezzo morto,
chi fia, s'io me ne sto, che mi riprenda?
I proprii cortigian tanto conforto
posson pigliar quant'egl'avanza loro
di tempo e tutto spenderlo in diporto,
ma noi, che sempre abbiàn qualche lavoro,
che ci affatica l'anima e 'l cervello
— e pur bisogna aver qualche ristoro —
sappiam che quanto tempo dassi a quello,
che forse invan si perde, se ne toglie
alle nostre opre e del presto e del bello,
perché quand'uno a casa si raccoglie
e che gl'è stracco, bisogna posarsi
e por da canto tutte l'altre voglie
e mangiare il suo solito e piegarsi
dov'aggravano i sensi, ch'altrimenti
in pochi dì verrebbe a sotterrarsi.
Così, tardi o non mai, fornir convienti
l'opere o farle condurre a fattori,
che soglion far mille abborracciamenti.
Pare a qualcun ch'i' danari e' favori
non vadan dietro a chi fa come noi
e par ch'il volgo assai manco l'onori:
e tu per prova conoscer lo puoi,
che spesso hai visto la cappa e 'l saione
ir balzellando o negli sciugatoi.
Ma s'io son nato di questa ragione,
ch'ho io a fare? E s'atto non mi sento
a quel che fanno il più delle persone?
E se bastandomi un, cercar di cento
mi par soverchio? E se gl'onor del volgo
polvere stimo, aggirata dal vento?
E se quell'un mi manca, allegro tolgo
quel che Dio mi dispensa e 'n quello spazio
ch'io ho la possa, le voglie raccolgo?
E del mio esser lo lodo e ringrazio
el mio padron, che fa ch'io mi mantenga
con tanto pan, ch'ogni giorno mi sazio?
E che 'n cambio d'invidia al cor mi venga
pietà di questi, ch'hanno sì gran sete
d'oro e di pompa e che mai non si spenga?
E passi l'ore mie tranquille e liete,
se non in tutto, almen le più, d'affanni
scarche e non sempre suggette ed inquiete?
E d'aver tanta casa e tanti panni,
che m'alloggi e ricuoprino e non sia
nessun che possa dir mai ch'io l'inganni?
E che forse cagion di questa mia
dappocaggine e' faccia che e' m'aggrada
il vero e mi dispiace la bugia?
Già non vogl'io ch'in animo ti cada
ch'io biasmi o sdegni gl'animi gentili,
venuti in corte per diversa strada,
ch'io so ch'assai di ricchi e signorili
parenti vengan volontari e presti
a llei, per ben crearsi e farsi umili
e, sofferendo e servendo, modesti
e fidi ai lor signor, s'acquistan gl'alti
premii e i gradi subblimi a llor richiesti,
non perché vana ambizion gl'assalti
o sete d'oro, ma perch'un tale appoggio
in arme o in cortesia gl'orni ed esalti.
Né, quasi pianta nata a' piè d'un poggio,
dove mai non dà sol nel loto brutto,
biasmo, se cerca aver migliore alloggio,
un che, pover essendo e senza frutto
poter — perch'ei no n'ha — trar d'arte alcuna,
a' servigi di corte s'è condutto,
ché di vile e fangosa, inferma e bruna
progenie e stirpe un uomo alzarsi al Cielo
quivi s'è visto per merto o fortuna.
Né m'offende per lor d'invidia gelo,
anzi con tutto il cor gl'onoro e fregio,
ch'io non ho al drappo mio stravolto il pelo.
Molti son ivi ancor, ch'io tengo in pregio,
come dir litterati e sacerdoti
e segretari nel consorzio regio,
che servano il signor nel render voti,
nel divin culto e perch'i' cari figli
rendino onesti, umil, saggi e devoti;
ma perch'a dir d'ogni grado non pigli
di quei ch'in corte vivano al servizio
saldo di quella e men ti maravigli,
dico che questi il loro proprio esercizio
fanno e sono obligati e debbon farlo
e no 'l facendo non son senza vizio.
Questi debbon guardarlo e seguitarlo,
porgerli i cibi e starli sempre intorno,
quando lor tocca, e vestirlo e spogliarlo.
E s'io volessi a cciò mettermi intorno,
mostrarrei che virtute e gentilezza
in corte sta' più ch'in altro soggiorno.
D'un'altra sorte e che non men s'apprezza
da certi, ha servi un signor, che non hanno
l'anima a tai servigi, atta o avvezza,
e questi, quanto men d'attorno vanno
al signor, più lo servan, se chiamati
non sono, e l'arte e 'l lor debito fanno.
Questi con gran ragion sono appellati
dal signor più fedeli e quei che tanto
salgon lassuso, audaci e scioperati,
e se ben nel gravarlo e starli accanto,
ne traggan util grande, hanno pur sempre
di fastidiosi e 'nsaziabili il vanto.
Ma concediam che tutte l'altre tempre
sien miglior della mia, già non può il mondo,
non ch'io, far ch'io rinasca o mi ritempre
e or col corpo grave e 'l capo biondo
inparar nuove usanze e pormi sotto
a saldo e nuovo insopportabil pondo.
Ma s'un più forte o più bramoso o dotto
o più giovin la segue e di lei goda,
già non saprei, per dirne mal, far motto.
Io son uso a posarmi in su la proda
d'un mio lettuccio e non saprei andar, quando
il sole arde, il verno alge e 'l mondo è broda.
Né men forse opro, a' miei riposi stando,
che mi fanno di Dio lodar sì vago,
che per dolcezza le lagrime spando
e lodo lui ch'alla lana o allo spago
non diemmi, anzi a sì vaga e nobil arte,
che può far un par mio contento e pago.
E se bene io ne so piccola parte,
pur quel poco d'onor, ch'ella mi dona,
m'è caro o nelle lingue o nelle carte
ed io la seguo e tutta la persona
le dò, de' suoi servigi conoscente,
ed ella in sino a qui non m'abbandona,
che ben conosce ch'alle sue parente
potrei accostarmi, ove quanto all'ingegno
basta leggere un libro solamente,
però ch'il padre universal disegno
è molto più, ch'oprar regolo e seste
e delle pietre intendersi e del legno.
Ma lasciam ir, ch'io non vorrei che queste
parole un dì mi mettessero in prova
e 'l dappoco restasse nelle peste.
E ritorniamo a dirti a quel che giova
l'esser dappoco, ché questo discorso
m'avea rivolto per istrada nuova.
Quest'andando a bell'agio, ha vinto al corso
spesso molti saccenti e frettolosi,
ch'a mezza via danno in terra del torso,
e con sue dappocaggini e riposi,
aiutati gl'amici e conservati
in tutti i casi lor, forti e dannosi,
e quei pochi danar, ch'ha guadagnati
onestamente, ai lor bisogni spesi
e non, come i dassai, chiusi e serbati,
e spenderagli sempre, ché cortesi
sono i dappochi, almen perché riporre
non sanno roba e tengansene offesi.
Non s'ardirebbe a far vergognia o torre
nulla ad altri un dappoco e sia chi vuole,
come molti dassai, quand'egli occorre,
ché chi la roba e chi le donne vuole
d'altri e par lor ch'un uom non sia da nulla,
che sta contento alle sue cose sole.
Da sé trattiensi e da sé si trastulla
e viengli fatti certi giocolini,
semplici quasi, come quei di culla,
come sare' far razzi e scoppiettini
o giucar da se stesso a sbaraglino,
per non aver a dar noia a' vicini.
Ogni po' d'esercizio e di cammino
gli basta e rado mangia fuor di casa,
ché non gli spiace il suo pane e 'l suo vino.
Non cerca i fatti d'altri e non annasa
quistioni o brighe e, se pur vi s'abbatte,
che non gli tocchi, altrove si travasa.
Poco s'adira e non grida o combatte
con le serve o con altri, come quegli
ch'ama, e trattien per in sino alle gatte;
non avventa ora i pani, ora i piattegli
o getta via la pentola o l'arrosto
e stima i servi compagni e frategli.
S'un vuol venire a star con seco, tosto
l'accetta e quand'e' chiede anche licenza,
lo lascia andar senz'aspettare agosto.
Armasi quanto può di pacienza,
ch'è de' veri dappochi il vero scudo
contr'a fortuna, invidia e violenza.
E parli assai che, sendo nato ignudo,
abbia da ricoprirsi e di ciascuno
gl'incresce e mai non è maligno o crudo.
E non sostien ch'il povero, digiuno,
se può, da llui si parta, che 'n tal grado
pensa poter condursi egli e ognuno.
Però m'è, com'io dissi, tanto a ggrado
l'esser dappoco, che chi mi cercasse
di far dassai non gnene saprei grado.
Queste cose, o Corimbo, quaggiù basse
sotto la luna sien pur fresche e belle,
ch'in poca d'otta sono orrende e passe,
vanità tutte e tutte son novelle
ombre, fummi, travagli, inganni e lacci
da 'nviluppar nostr'alme meschinelle.
Che nuoce o giova quel ch'un lasci o facci?
Tutto alfin torna o danno o vanitade
e 'l vantaggio ha, chi men si piglia impacci.
Men male è, come a' buon dappochi accade,
cercar che questa vita si conservi
sciolta, potendo, in più distesa etade.
E non le vane pompe all'ossa e a' nervi
pongan l'assedio e che l'avara fame
ci arda e distrugga, uccida e faccia servi.
Non esser disonesto, empio o infame
e meritando onor, ben ch'un non n'abbia,
rider del mondo e di sue sciocche brame.
Né tessere a se stesso o rete o gabbia,
quand'elle fusser ben d'oro o diamanti,
ove poi chiuso, mai non ti riabbia.
Amar, temere Dio, dare a' suoi santi
debito onor, né cercar sette o prove,
per parer più dassai di tutti quanti.
E potendosi star, senz'ire altrove,
quieto a casa sua, non voler ire
in Calicutte o all'isole nuove;
così de' frutti aver, senza salire,
di terra torne e non montar su in cima,
onde tu caschi e te n'abbia a pentire.
E bastandoti al viver l'arte prima
ed all'onesto onor, non ir vagando,
ché la sparsa virtù, scemar si stima.
E quella cosa e quell'altra acciarpando,
non legar nulla o far tal fascio e monte,
onde poi sotto crepi, altri ghignando.
Qui mi sovvien di quel can che 'n sul ponte
lasciò la vera carne, che giù scorse
l'ombra nell'acqua, ove par che dismonte.
Ivi nulla trovando, in su risorse,
ma tardi, perch'un altro can, ch'appunto
passò, la tolse e via con essa corse.
Da questi essempi il mio dappoco punto
cerca fuggire il van, che nuoce, e segue
il ver, che giova, e spesso li vien giunto.
Ha posto al viver suo termine e tregue
alle battaglie del mondo, ormai certo
che morte e tempo ogni mortal dilegue.
E perché egl'è dappoco affatto e esperto
ha che da sé non val, né sa, né puote
per sua virtù, per sua possa o suo merto,
si volge tutto alle superne ruote
e dal motor di quelle accetta in dono
quant'ha di buono e la superbia scuote,
sperando ancor da lui trovar perdono,
se mai fusse dassai stato o per uso
o per natura, come tanti sono.
Il bene è poco, il male assai quaggiuso
in terra: i buon son pochi, i rei son troppi
non ch'assai; zitta, oh, non mi far più muso!
Vedi che pure il proposito roppi
e che per dappocaggin mi convenne
giugner la medicina agli sciloppi?
Or tu hai 'nteso, Corimbo, e' mi venne
dianzi questo capriccio e, licenziato
le Muse, credo ch'alcuna rivenne.
Ond'io detto da ver, parte, e burlato,
parte, vengo aver teco ed è già tanto
ch'egl'è fornito in cucina il bucato.
Ecco di qua le donne, esci del canto,
andiamo a cena; io credo che tu dormi
o pensi a Befanìa. Poi darti vanto
che teco a ragionar sia stato a pormi.