Capitolo di Fortuna
A che per ben mondan pregar li dei?
Sarò felice se a Fortuna piace,
ché sol el mal e 'l ben consiste in lei,
però ch'io veggio quel che in terra giace
di questa dea soposto a l'amplo regno:
richezze, onor, travagli, guerre e pace;
né la Virtù non facia alcun disegno
senza favor di questa gran regina,
ché pò Fortuna sopra ogn'alto ingegno.
Vedesi un'alma eccelsa e pelegrina,
d'ogni virtù composta e dotrimento,
il suo bel stato andar spesso in ruina,
come una nave in mar spenta dal vento,
che per favor de l'onde e di tempesta
in ciel si trova o in fondo in un momento.
Ah, così questa a chi 'l suo favor presta
spechiar se de' d'altrui sempre in li affanni,
ch'è tanto instabil, quanto l'è più presta.
Crasso n'i primi soi più felice anni
chiamar si vòlse al mondo fortunato,
non ben presago d'i futuri danni,
e così quel da la Fortuna alzato,
che non pensò di vetro ogni sua gloria
e che una rota rega un tanto stato.
Vinse Annibàl sì come vòl la istoria,
poi perse come piacque a questa dea,
ché in lei consiste il danno e la vittoria.
Ah, stolto è quel che in questa vita spera
aver Fortuna in preda al suo favore:
la vita el fin e 'l dì loda la sera;
ché s'e' più tristi esalta a tanto onore,
fa per mostrar la immensa sua possanza,
come oggi fa ciascun magno signore.
Non è gran fatto a far che l'oro avanza
l'altro metal, ma fa far del piombo oro,
ben che l'una è virtù, l'altro è ignoranza.
Dire' ben forsi alcun: — Perché coloro
ch'hanno virtù ricercano mercede
e non dottrina a quei ch'han gran tesoro? —.
Rispondo a questo e so che ognun el crede:
— Comprende il saggio la necessitade,
ma il stolto il so bisogno mai non vede.
Da la virtù risurge la pietade,
e da un gran ben suol nascer gran ruine,
e più percossa dà chi d'alto cade —.
Però ch'è in alto e giù par ch'el decline
da Giove, da Saturno, da la Luna,
non giudichi mai nulla inanti il fine,
ch'è varia cosa i ben de la Fortuna.