CAPITOLO II

By Cecco d'Ascoli

Il principio che move queste rote

Sono le intelligenzie separate:

Non stanno dal divin splendor remote,

Non cessan gli atti di mover possenti,

Nè posson nostre menti star celate

A gli intelletti di virtù lucenti.

Movendo stelle e lor diverse spere

Diverse genti con contrari acti,

Forman la lor potenzia qual non pere.

Altri che sono di virtù esperti,

Altri che sono dal soggetto astratti,

Altri che sono del fallir coverti,

Altri che di lor armi prendon possa,

Altri che di viltà portano insegna,

Altri che dànno nell'altrui percossa,

Altri che loro voce sempre sclama

«O tirannia, o cosa benegna!»,

Non curan di vertù posseder fama.

Ma l'alma bella del Fattor simìle

Per suo valore a queste po' far ombra,

Se non s'inclina il suo valor gentile;

E quando l'influenzia vien da quelle,

Se sua vertù per queste non si sgombra

Allora è donna sopra tutte stelle.

Nove son queste che movon li cerchi,

E l'altra sotto a queste pone altrui,

Qual spira l'alma de gli acti soverchi.

Intelligenza del terrestre mondo

Con la benignità conforma nui

Prendendo l'alma da l'esser secondo.

E questa è l'alma ch'è sol una in tutti,

Ch'è sotto al cerchio de la prima stella;

E d'altra vita semo privi e strutti.

E questo pone il falso Averroisse

Con sua sofistica e finta novella:

Ma non ha più vertù che quanto visse.

Potresti dubitar del primo cielo,

Chè ciò che sensibilità possede

Il loco circoscrive e gli fa velo,

Se fosse contenuto da altra sfera:

Ed ella contenuta ragion vede,

Sì che aver fine il cielo non s'avvera.

Dico, che chi per sè possede loco

Ciò non somiglia che lui loco tegna,

Ponendo il ciel così del vero a poco;

Per accidenti il loco si mantene,

Avvegna che per sè lo moto spegna

Ond'ha la vita l'amoroso bene.

Move ciascun'angelica natura

De' nove cieli in disïosa forma,

Non fatigando lor sostanzia pura.

Forzata cosa non ha moto eterno,

Anzi, di sotto al tempo si disforma:

E ciò non cade in atto sempiterno;

Per che, se nelle intelligenzie nude

La voglia in corporale si converte,

A lor divina mente non si schiude.

Ciascuna intende, sol Dio contemplando,

Tutte le cose manifeste e certe,

Sì come nui nello specchio guardando.

Oltre quel cielo non è qualitade,

Nè anche forma che mova intelletto;

Ma nostra fede vuole che Pietade

Dimori sopra nel beato regno

Al qual ne mena speme per effetto

Di quella luce del Fattor benegno,

Del quale già trattò quel Florentino

Che lì lui si condusse Beatrice.

Ma il corpo umano non fu mai divino,

Nè il puo', sì come il perso essere bianco,

Chè si rinnova sì come fenice

In quel disïo che gli punge il fianco.

Negli altri regni dove andò col doca

Fondando li suoi piedi in basso centro,

Là lo condusse la sua fede poca:

E so che a noi non fece mai ritorno,

Chè suo disio sempre lui tenne dentro.

Di lui mi duol per suo parlare adorno.

La degna intelligenzia prima muove

Il primo cielo che il moto governa.

Ognora nel girar sono più nuove

L'altre, che verde tegnon nostra palma;

E questa vuol che nulla il moto sperna,

Sì che di ogni vita viva l'alma.

Per questa nella figura di morte

Molte alme d'occidente sono scorte.