CAPITOLO IV

By Cecco d'Ascoli

Cessa, intelletto da le rotte vele,

Chè tua vertù non basta a veder luce

Di quel che ti conviene esser fedele,

Onde perfetta Dio fa la natura

Universal che sempre spira e luce,

Che in atto di potenzia trasfigura.

Intelligenzie, stelle, moto e lume

Ogni natura che la spera ammanta

Mantegnon, e di ciò l'essere sume.

Se ciò non fosse, ogni animal che vive

E ciascheduna vegetabil pianta

Sarien di lor virtù da morte prive.

S'agli occhi nostri appare nuova forma,

L'umano ingegno allor si mova e quera

Finchè del vero in lui si pinga l'orma;

Ma non trascenda e levi l'alto ingegno

Sopra le stelle sì che in esse pèra

Chi di tal luce non si mostra degno.

O viste del miracoloso affanno!

Chè a noi si schiude sempre meraviglia

Dal poco cerchio le stelle miranno.

Non è virtù non dubitare al mondo,

Ma far dell'ombra umana la simiglia

Ragion non vede come sia il secondo.

Dico che l'ombra de la stella umana

Si fa il terrestre assiso in quella parte

Che a nostra qualità non è lontana.

Del bello raggio allor la priva il Sole,

Perchè non è disposta come Marte

Che co' suoi raggi fuoco mostrar vuole.

Di questa stella si cela bellezza

De li acquistati raggi, sì che nui

Par che natura perda sua vaghezza.

Di ciò che vive la virtude geme

Per questo corpo che riceve in lui

Da tutti i cieli la virtù che spreme.

Langue natura sì come costei,

Perchè in quel tempo perde di valore,

Chè sua potenzia non si spande in lei.

Cessa l'effetto, se la causa è priva:

Allora chi è soggetto, a gran dolore

Verso la morte prende trista riva.

Vegnon nel mondo e sono già venute

molti accidenti, che dir non ho voglia,

Perchè si vederanno e son vedute

Anime belle e figurate e pente

De la vertù del ciel che lor invoglia

Mirando quanto è in noi lo ciel possente.

E delli primi raggi lo bel corpo

Pinge paura ne li umani aspetti

Quando si mostra de sua luce torpo.

Se in questo clima cessa il suo splendore,

Ne gli altri li suoi raggi son concetti,

Chè in tutte parti sua luce non more.

Due cerchi sono che, intersetti insieme,

Equante e deferente dice altrui,

Sono congiunti nelle parti estreme.

La prima stella si gira in quel sito,

E il Sol nell'altro resta opposto a lui

Quando il suo corpo è di splendor finito.

De le due stelle se in mezzo è la Terra,

Per lei la Luna lo raggio non vede

Chè nel suo corpo l'ombra si disserra.

Sempre non tutta quella stella oscura,

Sì come nostra vista ne fa fede

Che in parte muore a tempo sua figura.

Girando il cielo, vegnon le triste ore

Che il bello raggio nello Sol si vela

Stando la Luna avvinta nel suo core.

Ove si giunge l'una a l'altra rota,

Agli occhi umani la bellezza cela

Di quella luce ch'è per lei remota,

Onde celando sì nuova bellezza

Sotto le stelle muore ogni allegrezza.