CAPITOLO IV

By Luigi Tansillo

“Come Fortuna va cangiando stile”,

come tosto incatena il pianto al riso

e l'orrido decembre al vago aprile!

Io che l'altr'ier a l'aria del bel viso

mi vivea sì contento, che l'eterno

invidiava, e non altro, al paradiso,

or che 'l buon tempo è volto in rio verno,

son giunto a tal, che la minor mia pena

osa sperar pietà giù ne l'inferno.

Nel più bello d'Europa allor serena

vita mi vissi; or cerco morte oscura

sul peggio ch'abbia l'africana arena.

Cadano pur da le nemiche mura

pioggia di ferro e grandine di foco,

ch'a disperato cor non fan paura.

O caro, o dolce, o fortunato loco,

or dovev'io, per scettri e per corone,

ir lontano da te molto né poco?

Le piaggie che fiorian d'ogni stagione,

cangiai coi nudi scogli, ove combatte

tutto 'l dì Borea, Arturo ed Orione.

I dolci fiumi che correvan latte,

cangiai con l'onde amare, ov'empia sorte

con mille sferze di timor mi batte.

Al fin, perché non sia che mi conforte,

io cangiai i diletti coi martìri,

il ben col mal, la vita con la morte.

Più dolci eran le lacrime e i sospiri

che versavan quest'occhi e questo petto,

mentr'io pascea di luce i miei desiri,

che di mille amator non è il diletto,

ch'amor, dopo lunghissimo penare,

destini a posseder l'amato oggetto.

Quando di Grecia il fior, per ricovrare

una femina, intorno al superbo Ilio

penò dieci anni e dieci altri sul mare,

or che faceano, in così lungo esilio,

tanti giovani amanti? Di costoro

perché non scrisse Omero né Vergilio?

Che feano essi in tant'anni, quand'io moro

in così picciol tempo, e col mio pianto

fo l'erbe verdeggiar del lido moro?

S'io qui fo l'erbe verdi, essi altrettanto

dovean, piangendo, far torbide l'acque

ora di Simoenta, ora di Xanto.

Chi il dì maledicea ch'Elena nacque,

chi la bellezza sua, chi la sua fede,

chi l'ospit'infedel che sì le piacque.

Io maledico l'uom che prima diede

l'ampie leggi d'onor sopra la terra,

ond'io lascio la mia per l'altrui sede.

Maledico le man che da sotterra

svelsero il ferro, che natura avea

ascoso, e che primier cominciò guerra.

Mentre quel sol lucea a quest'occhi, ch'ora

m'ecclissan tante terre e tanti mari,

chi ebbe mai più di me lieta un'ora?

Le notti eran tranquille, i giorni chiari,

serene l'ore, amico ogni pianeta,

il sonno e la vigilia ambiduo cari.

O vita troppo dolce e troppo lieta,

se non avevi l'ale a par de' venti,

chi mi t'asconde, oimè, chi mi ti vieta?

Deh, non andate più, pensier dolenti,

al ben mirando de' passati tempi,

basti che 'l mal ne prema de' presenti.

Non legga altrui diletti ed altrui scempi

qualunque cada d'alto alma gentile:

specchisi 'n me, se vuol veder gli esempi

“come Fortuna va cangiando stile”.