CAPITOLO IX
L'arco che vedi in divisata luce
Sempre si pinge ne l'opposto Sole
Perchè il suo raggio in forma lo conduce.
Se in orïente è l'arco, il Sole occide:
Ciò si converte perchè ragion vuole
E al tuo vedere convien che ti fide.
L'arco non è che flettersi di raggi
Entro le acquose nubi divisate:
Convien che in intelletto questo caggi.
Lustre ed obscure, sottigliate e grosse,
Sono le nubi così varïate
Quando dal Sole ricevon percosse;
Però dimostran diversi coluri
Com' per esemplo tu potrai vedere
Nel vetro pieno, se di far ten curi:
Olio con acqua nel vetro ponendo,
Quando lo raggio del Sole vi fere
Sarai contento li colur vedendo.
E da la Luna, quando è tutta piena,
Si forma l'arco di notte, ma raro;
S'oscura poi, se fa l'aria serena.
Spesso da lei si forma l'arco bianco
Che muta il dolce tempo nell'amaro:
A pochi giorni di ciò non è manco.
Quando nell'aere tu vedrai molti archi
E ciò si forma là nel mezzo giurno,
Se di pensiero ciò la mente carchi,
Vederai l'aere a pochi dì turbare
Per la forza di Marte o di Saturno
Se l'altro cielo non fa varïare.
Anche le ferme nubi che tu vedi
No intendo di lasciar ch'io non ti dica
Acciò che a favolette più non credi.
Come l'entrace l'acqua sempre tira
Per la virtù che dentro lei nutrica,
Così fa Capricorno che pur spira.
Vapor sottili sua potenzia abbranca,
Sempre tirando su ne l'aria chiara,
E par che in ciel si mostri la via bianca.
O quante sono le nature occulte
A nostra umanità cieca ed ignara;
O quante cose mire son sepulte
Al nostro ingegno che il ben abbandona
Seguendo il mondo qual morte sperona!