Capitolo ottavo

By Agnolo Bronzino

Quand'io cascai dalla suprema fronte,

il sol, ch'in occidente giù calava,

era quasi del mar giunto in sul ponte

e di quel quarto, quand'io rotolava,

e di due ore intere ch'io penai,

a camminar per quella scura cava,

faccendo il conto, a quand'io mi trovai

inghiottito, eran tre ore di notte

con lo star tramortito, ch'io contai;

ma parte che costui così m'inghiotte,

il vapor mi sostenne d'un cammino,

che 'n su salia, da più vivande cotte.

E come suol nell'aria un moscherino

portarne il fummo, un atomo, una penna,

fu cagion che nel fondo io non rovino,

anzi, com'alla punta d'una antenna

già vidi alzare un uom per far la scorta,

m'alzò nel luogo che più giù s'accenna.

Quivi, tremando e con la faccia smorta

stava, ch'il luogo non ha altro caldo,

se non quel tanto ch'il fummo vi porta.

Io non sapeva ov'io mi fosse e saldo

stava e pensoso, quand'io vidi un lume

apparir, che mi fe' sicuro e baldo.

Parvem'esser allor fra certe schiume,

che suol far l'acqua che scende da' colli,

poi riscontra nel piano erba o pattume.

E mi ricorda che più volte volli

da me schivarle e m'avvidi che 'nvano,

ché sempre mi copria delle più molli.

Era quel lume abbagliato e lontano,

ma di magno vigore e di grandezza

da non creder ch'un uom l'avesse in mano.

Or comincio a guardar l'ampio e l'altezza

del circuito grande, in ch'io mi trovo

e l'occhio a ppoco a ppoco ci s'avvezza.

Io mi pensava esser 'n un mondo nuovo,

che non v'era più stato e che pien d'aria

fusse, ma spessa più ch'albume d'uovo.

Pur v'alitavo dentro, ma contraria

m'era al polmone e tanto agl'occhi e al naso,

ch'io non andrei mai quivi a mutar aria.

Pareami d'una cupola o d'un vaso

aver forma il gran sito, o ver d'un fiasco,

che col collo all'in giù fusse rimaso.

Intanto in fantasie nuove ricasco,

non so se desto, e veggo in aria un seggio

sospeso, ond'io trasecolo e rinasco

e una donna in quel sì bella veggio

seder, di tanto altera e nobil vista,

ch'ogn'altra a ppar di lei giudicai peggio.

In quell'aria sì grossa e con la vista,

com'io vi dissi, appannata e 'npedita

e con quel lume ch'a gran pena acquista,

mi credea averla più chiara e spedita

e veder me' che mai — credenza inferma —,

né più curava o d'entrata o d'uscita,

e 'n quella donna tenendola ferma,

com'io v'ho detto, più nobile e bella

di ciascuna altra il giudicio l'afferma;

e mirando or la man, di ricche anella

adorna, ed or l'incoronata chioma,

di gran bellezza e di gran pregio appella,

in veste tale e sì ricca, che Roma

non potea farla a questa simigliante,

quando la Terra avea più vinta e doma.

S'io volessi contarvi tutte quante

le sue delizie e la pompa che spande,

queste mie carte non sarebbon tante.

Tenea la destra in sur un dado grande,

che di cristallo lucido pareva,

pari e pulito da tutte le bande.

Nella sinistra uno scettro teneva

di gran valuta e vedev'io che 'n pregio

più quel quadro cristallo e caro aveva.

D'intorno a questa un nobile collegio

veder mi par de' più saggi e migliori,

che 'l mondo avesse e di più chiaro fregio;

e capitani e prelati e signori,

ognun la riverisce, ognun la 'nchina

e se le fanno schiavi e servitori.

E, digradando in sino alla meschina

gente, vi vidi di più sorte e stati,

tanto che per mirar l'occhio s'inchina.

E tutti erano accetti e carezzati

dalla gran donna e da quei degni eroi,

ch'ella avea 'ntorno, e vestiti e cibati.

S'io avea voglia d'onorarla a voi

lascio pensare e quanto io mi struggea

d'esser degnato ne' servigi suoi.

Per farle offerta di me mi parea

muovere il passo umilmente e devoto,

ch'il suo pié ginocchion baciar volea.

O mia falsa credenza! Ecco ch'io noto,

quand'io lo vo' baciar, che gl'era tutto

nero e peloso e d'ogni grazia voto.

Se ben di forma umana, era sì brutto,

che, schifandolo, a me ritirai presto

le labbra e 'l viso, sbigottito in tutto.

E com'io l'alzo io veggo tutto il resto

corrispondere al piede; or s'e' m'assaglia

stupore io lascio a voi pensarlo questo.

Le veste e gl'ori e le gemme di paglia

si fero un fascio ed ella una bertuccia,

che mi coccava e par che su vi saglia.

Intanto io veggo il popol che si cruccia,

che gl'era intorno, e non pur far quistione,

ma ch'a l'un l'altro il sangue preme e succia.

E quelle che parien buone persone,

saggie, oneste e da bene erano in fere

tutte converse e di mala intenzione.

E que' minor mi pareva vedere

pesciolin diventar chiocciole e granchi,

buoni a mangiar, ma di piccol potere.

Né mi parea però ch'esser vi manchi

tortole e starne e castrati ed agnelli

ed altri che con l'uom si tengan franchi.

Questi eran morsi e graffiati da quelli

animai più possenti e più feroci,

ch'era una gran pietà pure a vedelli.

Né lor giovava al cielo alzar le voci,

che Giove molte volte non gl'udiva,

tant'era in alto o vedea le lor croci.

Intanto il fummo che lassù saliva

si converse in catarro e seco in giuso

tirommi, ov'il cibreo più non bolliva;

caddi, dico, nel luogo ove rinchiuso

si cuoce il cibo, che poi, per l'ambicco,

diventa quel ch'a dirlo non son uso.

Ma ritornando a galla, alfin m'appicco

in verso il collo della cornamusa

e quant'io posso di laggiù mi spicco

e guardando in quel lago, alla rinfusa

vidi esser tanta gente, che all'occhio

creder vie manco il discorso non usa.

Io vedevo or un braccio, or un ginocchio

venire a proda e un, quasi smaltito

diventar, com'un gambo di finocchio.

Altri gridava, ma non era udito,

che consumar la carne si sentiva

in quel guazzetto più volte bollito.

Altri un po' più gagliardo, giunto a riva,

come me s'era attaccato dai lati

e tutto lieto in verso me veniva.

Pur tutti suzzi e tutti maltrattati

erano e non uscia per cento sei

e parean dalla ruggine mangiati.

Io con molti altri, tanto dissi e fei,

che sbrigati di lì venimmo in loco,

che per vergogna mai non lo direi.

Turando il naso ed alitando poco,

mi sarei per uscir di tal miseria,

volentieri accordato a star nel foco,

cangiarmi in Ecco o rinnovare Egeria

mi torrei per accordo o pur entravo,

otta per otta, in qualche misenteria.

Mentre ch'a forarn'una frugolavo,

sento una voce ed un che mi s'accosta

e dice: “Qui non giova fare il bravo.

Qui s'entra ben, ma non s'esce a sua posta,

se non si giura in prima di far pace

ed ogni lite aver tronca e deposta”.

“Come? diss'io, mai non mi piacque o piace

di litigare e l'ingiurie rimetto,

ma de' gran danni miei, chi mi riface?”

“Che danni o che non danni, poveretto?

diss'egli, assai ti fia se gnudo e brullo

di questo luogo ti diparti netto.

Vedi, or tu sei nel luogo ove Lucullo

fondeva il suo; vuoi ritornarti in mezzo,

girando poi come trottola o rullo?”

Qua è un saggio ch'è mezz'uomo e mezzo

caval, che suole, intese le quistioni,

farne un fastello e tagliarlo per mezzo.

Né guarda troppo a' torti o alle ragioni

e non dic'altro se non: “Torna addietro”

o “Tu vien tosto alle conclusioni”.

“Vadasi pure innanzi a questo metro,

rispondo, e del tornar, Dio me ne guardi,

in quel vil luogo, puzzolente e tetro.

Ma tu chi sei, che di saperlo m'ardi?

Come sai tu tal via? Seici tu stato

mai più? Deh, dilmi se Giove ti guardi”.

“Qui sto io sempre, disse, e d'ogni lato

per varie strade un popol ci concorre,

che non sarebbe mai da uom pensato.

Che questo mostro alfin tanto s'aborre

pel fetor, per le perdite e' perigli,

ch'a ritrovarmi ognun volentier corre.

Ed io con ragion valide e consigli

e buon ricordi, da questo malvagio

gli scampo, da' suoi denti e da' suoi artigli”.

E mostrommi una via dove a bell'agio

potemmo andar, ch'era molto lontana

da quella ov'il grandon facea su agio.

Venimmo alla Chimera, ch'una strana

cosa mi parve da principio e poi

mi riuscì più ch'il credere umana.

Fece il solito giuoco a molti e a noi

poi volto, disse: “E voi passar volete?”

Ed io: “Vorremmo, s'e' piacesse a voi”.

Ed ei: “L'usanza far che voi sapete

convienvi”. Ed io: “Tagliate a vostra posta,

dandomi meno ancor che non solete”.

“Che sia tu benedetto” per risposta

mi disse e poi mi diede anco un po' manco

di quel ch'io chiesi nella mia proposta.

Uscimmo alfin d'una fistola al fianco

sinistro che scendeva all'osso sagro,

dove la donna mia m'aspettava anco.

“Per voi, diss'io, Madonna, un Meleagro

poteva diventar; pur voi vedete

ch'io ci entrai grasso e sonne uscito magro.

Un'altra volta, quando voi volete

aiutar uno e farli tante offerte,

trattatelo un po' me', se voi potete.

In tanti affanni e tante morti certe

m'avete sol lasciato! Ed or venite,

quando mi son le strade tutte aperte?”

Appena ebb'io tal parole fornite,

ch'ella ridendo disse: “Sempre teco

stata son io, per la tua lunga lite”.

E ciò che m'incontrò da ch'in lo speco,

caddi in bocca a colui, contommi all'ora

che qui mi trova; ond'io mi scusai seco;

ed ella: “Vienne; omai, vedi ch'è fuora

con Ganimede il sole e della loro

bellezza Giove e Clizia s'innamora.

Saggio or diventa e che 'ncontra a coloro

pensa, ch'io non soccorro, poi che 'nsieme

teco, hai sofferto sì lungo martoro”.

“Andianne, diss'io, pur ch'ancor si teme

per me del mostro e se più mi ci coglie,

tengami in corpo in sin all'ore estreme”.

Scendemmo per la chiocciola che scioglie

altrui di briga e giunti in terra, un altro

argine ci fe' via, che 'n su s'accoglie.

“Or fa, disse mia donna, che sii scaltro,

sì che costor che stanno nel pantano

tu non ti degni di mirar, non ch'altro.

Scaccia ogn'affetto via, vile e villano;

tien l'occhi al cielo e non curar ch'il fango

ti sia conteso, sì nocivo e vano”.

Guidommi infino a casa, ov'io rimango

lieto, perch'ella sempre mi promisse

d'esser con meco o pur nel partir piango.

Prima il suo nome e degl'altri mi disse

tutti, ch'or non accade ch'io vi dica,

per non far tanto le cose prolisse.

Alfin dopo sì lunga e gran fatica,

mi svegliai daddover, ch'era alto il giorno,

pur nel mio letto e non so che mi dica,

ch'io veggo starmi i medici d'intorno

con dir ch'il dormir più mi faria male,

che molto travagliato mi trovorno

da poi 'n qua, perch'io sappia non mi vale,

che tutti i sogni, e più quei degl'infermi,

son vani e da non farne capitale.

Onde, s'avvien ch'io m'abbocchi o mi fermi

un dì col mio Zanobi Lastricati,

non credo di pregar poter tenermi

ch'e' m'abbia questi sogni interpretati,

né mi convenga a Norcia o a Galatrona,

i Nepi o le Sibille aver cercati,

or ch'io son oltre e grave di persona.