Capitolo primo
Quasi ogni gente o nobile o plebea,
senza saper perché, giudica e tiene
per una mala cosa la galea.
Quest'è ch'a chi non cerca bene bene
la ragion delle cose avviene spesso
ch'e' piglia il ben per male e 'l mal per bene.
Ognun si sa com'io non ci ho interesso
nessun, ne vi fui mai, né manco chieggo,
per quel ch'io ne dirò, d'esservi messo.
Vo' dir che senza passione eleggo,
e non forzato e senza pigliar parte,
di dirne tutto quel ch'i' sento e veggo.
Or qui bisognerebbe tutta l'arte
di Cicerone e 'nvocar qualche Dio,
ch'avesse anch'ei remato la suo parte.
Non ch'io non creda aver dal canto mio
il ver, ma voi sapete, la ragione
vuol esser aiutata — che so io? —.
Ha gran forza una vecchia opinione
e bisogna grand'arte e gran fatica
a cavarla del capo a le persone.
Le genti che vivevano all'antica
s'immaginavon tant'acqua nel mare,
che i pesci vi campassino a fatica
e s'un fin a Lion voleva andare
si confessava e facea tutti gl'atti,
come se non c'avvesse mai a tornare.
E s'e' fuss'un che fusse stato a patti,
più tosto che voler far ben nissuno,
d'aver di corda ogni dì quattro tratti
o qualche bravo, che desse a ognuno,
sempre su l'osterie, giuochi e puttane,
di mala razza, sviato e 'nportuno,
non potendo patir cose sì strane
alla fin lo mandavano a Livorno,
dicendo: “In quattro mesi e' vi rimane”.
Oggi si può veder quant'ei l'errorno,
da poi che per piacer vi sta la corte
l'anno sei mesi: io non vi dico un giorno.
Ma quand'un meritava poi la morte,
a novantotto, come dir, per cento,
per governarlo d'una mala sorte,
dopo lunga disputa e parlamento,
in galea s'ordinava ch'egl'andasse
a star nel mare, a quell'acqua e a quel vento,
immaginando che com'e' mangiasse
biscotto e non vedesse i suoi parenti
non potess'esser mai ch'e' la durasse.
Avean sentito dir che mille stenti
vi si pativa e che sì dolorosa
vita menavan le forzate genti,
così la gente, poch'usa e leziosa,
si crede ch'e' sia mal ciò che n'ha viso
e corr'a furia e credesi ogni cosa.
Io non vo' già agguagliare il Paradiso
a lo stare in galea, ch'e' non paresse
cosa forzata e da muovere a riso
e che poi la brigata si credesse
ch'io mi burlassi, ov'io dico da vero,
come ricercan queste rime stesse.
Ma ch'il nero sia bianco e 'l bianco nero,
s'io non lo veggo, voi potreste dire
ch'e' non me lo fare' creder san Piero.
Ergo, per questo che vuoi tu inferire?
Voglio inferir che, dopo tanti mesi,
era pur bene alla ragion venire
e che gli antichi non si sono intesi
della galea e fassi un grande errore
di mandarvi i cristian legati e presi,
ché, s'e' non ne facean tanto romore,
non sare' lor toccato a dir Galizia:
tanta gente v'andava per amore.
Mi maraviglio ben che la iustizia,
che suol avere il diavol nelle mani,
facci della galea tanta dovizia.
Come s'e' non vivessino e' cristiani
in quella com'altrove allegri e 'm pace
o che la fusse una stanza da cani.
Orsù, ch'io veggo ch'ella non vi piace;
sarà ben ch'i' cominci a metter mano,
tanto ch'io possa farvelo capace.
Questo appetito, che si chiama umano,
va stuzzicando sempre la brigata,
senza mai ritirare a sé la mano:
onde chi porta in capo la celata
e chi su per le carte gl'occhi accieca
e chi fa carboncini d'una granata,
chi sta a bottega e chi porta e chi reca
varie bagaglie e chi compra e chi vende,
come vuol la fortuna, sorda e cieca;
e chi presta a usura e chi attende
a rubar anche e chi zappa la terra
e chi fa centomila altre faccende,
ch'io non vi dico; e tutta questa guerra
si fa per avanzar roba e danari,
perché 'l bisogno non ti mandi a tterra
e che l'uom possa viver da suo pari,
fermarsi un tratto ed esser governato
e star, come si suol dire, a pié pari.
Qui si può ben veder quanto lo stato
della galea sia generoso e magno,
che com'un v'entra e' non gli manca fiato.
Non ha a pensare a sé, né al compagno,
ma stassi a banco là, mattino e sera,
senza far conto di spesa o guadagno.
Non dubita di nulla e none spera
ed ha lo stato suo fermo e confitto,
che non lo potre' dir chi 'l mondo impera.
La carestia ch'ha già tant'anni afflitto
questo paese ed ha fatto i mercanti
ire in levante pel grano e in Egitto,
non cade in mente a' compagni remanti;
caro a suo posta egl'hanno l'ordinario,
come s'il pane avanzasse a' furfanti.
Il luogo e' panni pizzican del vario
e ch'èvi pietà mi par loro apposto,
poi ch'e' non v'è acquaio o necessario.
Quivi rado s'accozza lesso e arrosto,
cagion che la natura non s'accorda
a smaltir l'uno adagio e l'altro tosto.
Il romor delle fanti non gl'assorda;
de' padri, delle madri e de' figliuoli
e delle mogli non se ne ricorda.
Amor, con le sue fiamme e co' suoi duoli,
mai non s'accosta quant'è lungo un remo
a costoro e bisogna ben ch'e' voli.
Ch'e' s'è già visto un'uom più ch'all'estremo,
fracido, pesto, sfegatato e morto
per qualche donna e sbigottito e scemo;
giunto in galea non bisogna conforto
altro, a tal male: un guarisce in un tratto
con un po' po' di dondol corto corto.
Sare' tenuto da costoro un matto
chi ragionasse di dare e d'avere,
cagion ch'il mondo si rovina affatto.
Notai, birri, prigioni a lor piacere
quivi non se ne tiene un conto al mondo;
passa il bargello e si stanno a sedere.
E poi quanti pericoli nel mondo
fanno a' mortali ognor paura e danno,
che vanno da costor discosto un mondo?
Forse che 'n vita lor sospetto egl'hanno
mai di cadere a tterra della scala?
che ne cade e trabocca tanti l'anno!
O ch'e' rovini il palco della sala
o 'l tetto o 'l muro caschi loro addosso?
Che spesso qualche casa ce la cala.
O rompersi una gamba, un braccio o l'osso
del capo, com'accade cavalcando,
sbruccar le balze o rimaner 'n un fosso?
E così pe' paesi camminando
esser rubati, assassinati o morti
o essere impiccati o aver bando?
O che sien guasti i lor poderi o gl'orti
o rubata la casa o arsa o tolta
per piatire o ch'il diavol ne gli porti?
Non hanno a serrar l'uscio della volta,
né quel da via, l'armario o lo scrittoio
o levarsi a vederli alcuna volta;
e ben che questo eterno filatoio
addiacci e arda, intenerisca e secchi,
a tutte le regioni han fatto il cuoio;
credo più oltre ch'e' non vi s'invecchi;
dall'uno all'altro è poco e stanno tutti
rasi e 'nbruniti, che paian specchi.
Cercano il mondo e godansi i suoi frutti,
senza spender, s'intende, in compagnia
d'ammiragli, di principi e dragutti.
Sì carezzata è questa compagnia,
ch'e' non è sopportato ch'ella tocchi
co' pié la terra, ovunche ella si sia;
e, perch'e' non sia gnun mai che gli tocchi,
hanno sempre la guardia che gli guarda,
tanto ch'e' possan dormire a chius'occhi.
Fanno la complession forte e gagliarda,
mangerebbon per sei, ma per lor bene
hanno poi sopra ciò chi gli riguarda.
Doglie di fianco o di stomaco o rene
o di gotta o di scesa o mal franzese
pel buon ordine lor non ve ne viene.
Anzi fu tal che prima il legno prese
quattro o sei volte e non gli giovò nulla;
giunto in galea guarì 'n manco d'un mese,
perché quell'è una certa fanciulla
che non vuol baie e spazza ogn'omoraccio;
e la conobbe bene il Carafulla.
Forse, ch'egl'è mai dato loro impaccio
per isbalzarli o per tor loro il luogo
da qualche mala lingua o qualche omaccio?
L'invidia in questo stato non ha luogo,
né dubitan già mai d'esser cacciati,
in fin al cener del funereo rogo;
anzi, talvolta certi sciagurati
si son fuggiti e la pietosa mamma
manda lor dietro sin che gl'ha trovati
e gli raccoglie e di manco una dramma
non ne fa loro e rende lor l'uffizio
con qualche aggiunta e non si adira o infiamma.
E, perch'ell'è persona di giudizio,
la vuol la sua brigata accorta e destra
e ben creata e senza lezie o vizio
e consiglia e garrisce ed ammaestra
e falla accorta, umile e reverente
e d'ogni cerimonia arcimaestra.
E, perché per lo mare avvien sovente
una galea con altra riscontrarsi,
quando d'amica e quando d'altra gente,
sanno come e quand'hanno a salutarsi
e con un cenno e con un fischio appunto
e parlare e tacere, ire e fermarsi;
e, perché l'ozio non gl'offenda punto,
ognun diventa maestro d'intaglio,
quasi — o gran cosa — in prima che sia giunto,
e di tant'altre cose, ch'io non vaglio
a raccontarle, onde con avvertenza
quasi m'arrendo a tanta impresa e caglio.
Tal volte un pochettin di penitenza
può ben patirsi, perché tanto tanto
ben graverrebbe poi la coscienza.
Quivi è comodità di farsi santo,
ch'il diavol poco e vie manco la carne
può dar la noia e 'l mondo tutto quanto
con le sue pompe; e chi volesse andarne
in Paradiso, credo ch'e' potrebbe
con questo mezzo, senza più cercarne.
Ogn'arte, ogni scienza vi farebbe
e la filosofia quivi arebbe agio
di contemplar, più ch'ella non vorrebbe.
Credo che vi starebbono a disagio
li dipintori, non ch'e' non vi sia lume,
ma verre' fatto lor qualche san Biagio,
Lazzero o Iobbe o altro per costume
graffiato o guasto, perché la man salda
si potre' mal tenere in mare o in fiume;
per questo non l'ho io già per ribalda;
non ve ne vada: questo vien da loro;
questo non la raffredda e non la scalda.
L'astrologia vi varrebbe un tesoro,
che vuol veder le stelle e sonvi molti,
che le veggon di dì, secondo loro.
La fisionomia, che guarda i volti,
può conoscere i ladri e gl'assassini
dai soddomiti e' tristi dagli stolti,
perché quivi non è barbe, né crini,
che ricuoprino i segni naturali
o fatti a mano o sien grandi o piccini.
E per tornare all'arti liberali,
quivi s'impara grammatica al primo,
senza tanti Donati o Iuvenali.
La musica vi tiene il luogo primo
e massime di corde e storte e tasti
e se ne intende ognun da sommo a imo.
Vaglionsi d'arismetica e son guasti
insomma delle Muse e per lor gloria
cantono in versi lagrimosi e casti.
E spesso vi si sente qualche storia,
mentre ch'un sonator le corde tocca,
e avvezzonsi a far buona memoria.
Superbia, invidia e avarizia sciocca
sarebbe a irvi, ch'e' son tutti agnelli
e moderati di mano e di bocca.
Quivi non è taverne, né bordelli;
ira, lussuria e gola stanno altrove
e la pigrizia fugge que' cervelli.
Gl'escon forse di casa, quand'e' piove
per le faccende o hanno a comperarsi
mantello o calze o altre cose nuove?
Veggonsi in qua e 'n là senza fermarsi
correr provveditori ed offitiali
e, s'e' manca lor nulla, procacciarsi;
hanno più cura ch'e' non vi s'ammali,
che non hanno sei volte loro stessi
e hanno a posta medici e speziali;
fannogli ricoprir, quand'accadessi
ch'e' fussin, come dir, sudati e caldi,
e piglionsene tutti gl'interessi.
E lor si stanno quivi a banco saldi
e son serviti: or parvi dunque questa
una stanza da ghiotti e da ribaldi?
È questa quella bolgia sì molesta?
È questo quel Inferno tanto scuro,
che si scambia alla pena della testa?
Voi non me 'l crederrete, s'io non giuro,
e pure è vero; ei fu dato la nuova
a un ch'era in galea, fermo e sicuro,
ch'egl'era liberato e facean prova
di levargli le sue catene e anella,
e non vi paia questa cosa nuova,
ch'ella gli parve una mala novella,
però ch'il compagnon già s'era avvezzo
a quella vita spensierata e bella.
Stette smarrito e sopr'a sé un pezzo,
ma poi ch'e' vide e' non vi era riparo
e ch'e' gli bisognava mutar vezzo,
dopo la tratta d'un sospiro amaro,
chiese di stare in fin alla mattina
in quell'albergo desiato e caro.
E chi gl'avesse offerto la sentina,
pur ch'e' non fusse uscito di quel legno,
gli sare' parso una stanza divina.
Chi vi s'avvezza e non v'è poi disegno,
bisogna ritornarvi in capo al giuoco
o ir pazzo pel mondo e senza ingegno.
I' conobbi un che non è già dappoco
e fa sopra di sé bottega e suona
che fu per forza messo in questo loco.
Mandava, affaticando ogni persona,
per non vi stare e sapevagli male,
che quella stanza gl'era troppo buona.
Quand'e' v'entrò gli stava male male
del mal franzese e non sapeva il folle,
che quivi è la ricetta naturale.
Guarivvi e finalmente, come volle
chi potea, ne fu tratto il poverino
e fu privato di stare a panciolle.
Uscito gli parv'esser sì meschino,
che, patito alcun dì, chiese di grazia
di ritornarvi almen per tamburino.
Ma quel che si sia stato o la disgrazia
sua o ch'e' disse tanto mal da prima,
la galea non gl'ha ancor fatto la grazia.
Ed ha ragione, ma certo ch'e' si stima,
che se qualch'uom da ben ne la pregasse,
gli renderebbe il suo lato alla prima,
perch'e' non è possibil ch'in quell'asse
abberghi stizza e chi n'avesse alquanta,
converrebbe ch'al primo la sputasse;
anzi è sua cortesia sì larga e tanta,
che chi ricorre a lei la lo raccetta
come franchigia o qualche cosa santa.
Un tratto i birri vollon dar la stretta
a un ch'e' non avean colto in iscambio,
ch'era una personcina benedetta.
Colui, che sapev'ir di trotto e d'ambio,
corse per quella volta a tutta briglia,
come portassi lettere di cambio.
E corse tanto, che quel “Piglia piglia”,
che da principio gli fece paura,
era rimasto addietro già duo miglia.
E ben ch'e' potess'ire alla sicura,
per non avere ogni dì questa tresca,
si dispose cercar la suo ventura.
E, visto una galea con gente fresca,
vi salse sopra e disse: “O compagnoni,
della mia compagnia non vi rincresca.
Togliete un pa' di ferri belli e buoni
con una buona e gagliarda catena.
Io ve ne prego” e stava in ginocchioni.
“E ferratemi tosto, che già piena
è la strada di birri. Io voglio starmi
con voi, fin che la morte a venir pena”.
E contò loro il tutto. Allor con l'armi
si fe' tal cenno a' birri, ch'ognun disse:
“Io, per me, non ho voglia d'accostarmi”.
A colui intanto non se gli disdisse,
ma fu messo con gl'altri in ordinanza
e fatto in modo ch'e' non si partisse.
E fuor di modo gli piacque la stanza,
come colui che più tempo avea fatto
di molte cose in su questa speranza.
Il signor, com'intese questo tratto,
ordinò ch'e' potesse andar per tutto
libero dal bargello affatto affatto
e s'e' voleva star dove condutto
s'era da sé, vi stesse, e così venne
la sua speranza a maturare il frutto.
Non si potrebbe scriver con l'antenne,
quand'e' fuss'anche il mare un calamaio,
non che con questo inchiostro e queste penne,
gl'esempli che trapassono il migliaio,
quanto si può, guardar, che farian fede
che mentre ch'io ne scrivo i' non abbaio.
E, s'e' ci è forse alcun che non mi crede,
provi cinqu'anni o più, se più gl'aggrada,
ma in manco la sua forza non si vede;
e sappimi poi dir se chi vi bada
troppo vi muore o s'e' si parte e dica
se chi non n'è cavato, se ne vada.
O bella vita e di chi l'ama amica!
O bello stato senza invidia o tema!
— e forse ch'e' s'acquista con fatica? —
È felice la gente che vi rema,
ch'almanco, se quell'arte piace loro,
hanno che fare in fin all'ora estrema.
E s'e' non fussi ch'io vo' dar ristoro
a' vostri orecchi e ch'a disagio sete
stati pur troppo a sì lungo lavoro,
direi cose sì grandi e che segrete
sono state fin qui, che, forse, forse,
le male lingue si starebbon chete.
E così tal l'offese e punse e morse,
che, parendogli avere errato assai,
confesserebbe infatti ch'ei la corse,
non s'arrischiando di guardarla mai.