Capitolo secondo
Vien alla volta vostra la seconda
parte della galea, poi che la prima
fu scarsa e nuova materia m'abbonda.
Non già ch'io speri di sue lodi in cima
arrivar, s'io vivessi ancor cent'anni
e cento avessi cominciato prima.
Ma per mostrare a certi barbagianni
che dicon male e par loro aver vinto
il palio, come dir, di san Giovanni,
mi son di nuovo la giornea ricinto,
se ben dall'opre sue, d'onor sì piene,
maggior furor del mio sarebbe estinto.
Quella mostrò che biscotti e catene
o acqua o vento o sol che vi si provi
a chiunche vi s'accorda, torna bene
e con ragione e argomenti nuovi
e con esempli e con autoritate
quant'in luogo di nuocere, ella giovi.
E tutto quel ch'io dissi alle brigate
sue proprie apparteneva: or fo pensiero
di far più larga universalitate.
Verran le rime da cas'a San Piero
a sì bravo soggetto com'è questo
e forse, o Muse, ch'io non dirò il vero?
In questa parte vi fia manifesto
sua bontà, sua bellezza e util grande
e s'io vi potrò dare altro di resto.
Potremi cominciar da cento bande
e pur bisogna farsi da un lato
chi vuol entrar in sue virtù mirande.
Questo corpaccio che mondo è chiamato
pel suo disordinar sempre si trova
in qualche parte corrotto e malato.
E perché quand'a forza e quando in prova
cade nel mal, secondo gl'accidenti,
che si son visti dopo lunga prova,
per riparare a' suo inconvenienti
l'alma galea s'è fatta dottoressa
e passa tutti i medici eccellenti
e fra l'altre ricette ella s'è messa
a comporn'una ch'e' si può dir certo
che ella l'abbia trovata e ch'ell'è dessa.
E quest'è un composito, un conserto
o per dir meglio una triaca vera
da far maravigliar ogn'uomo esperto
ed halla fatta ch'ella pare intera
cavata da un libro da speziale,
com'ell'è scritta appunto e com'ell'era.
Quivi si vede quanto giova e vale
la mescolanza d'infinite cose,
che metton dentro in questa lor cotale,
come dir gomme, ragie, barbe e rose,
elleboro, aloè e scamonea
ed erbe da mangiare e velenose.
Un tempo fu che 'l tiro si togliea,
or tolgon serpi e vipere mortali,
che non sanno trovar cosa più rea.
Io non vi starò a dir quante, né quali
cose vi vanno e tutti i nomi loro,
ch'io starei troppo su pe' generali;
basta in sustanza che questo lavoro
si chiama poi triaca e voglion dire
ch'ella sia cosa che vaglia un tesoro,
però ch'usando tante cose unire
e calde e fredde, amare e dolci e forti
part'atte a consummar, parte a nutrire,
vengon per questo mescuglio a comporti
una nuova virtù di quinta essenza,
che par ch'ogni gran mal sani e conforti,
ond'io, che sempre amai la diligenza,
son ito per tal cosa investigando
della galea la savia providenza,
che, diligentemente esaminando
le malattie del mare e della terra,
ch'andrebbon questo mondo disertando,
per mantenerlo sano in pace e 'n guerra
ha compilato questo lattovaro
ed èssi fatta il bussol, che lo serra,
ed ha tolto del dolce e dell'amaro,
del salso e dello sciocco e del cattivo
e del buon quanto l'era necessaro.
Ma perché questo lattovaro è vivo,
di cose vive e creato e composto,
or udirete in che modo io lo scrivo.
Pria in cambio di rob o sapa o mosto
la suol tor osti o maestri o garzoni
per qualche falso che sia loro opposto;
per cinnamomo o bucciuoli o cannoni
toe sonator di pifferi e suon grossi,
che se ne trova a questa cosa buoni;
per pastilli e farine pensar puossi
che le son cari i mugnai e' fornai,
com'alle donne in parto i piccion grossi.
Scusonle e' pizzicagnoli e' beccai
mucillagine e mummia e sevo e grasso,
che ne trapela qualcun sempre mai.
L'once, le dramme e gli altri pesi lasso
pensare a voi, che stadere e misure
hanno introdotto molti a questo passo.
Per cose fredde, amare, acerbe e dure
si serve di villani e contadini,
ch'hanno sempre alle man cento sciagure.
Certi che si diletton poi di vini
tondi scambion granate e altre mele,
e lascia stare in questo i cittadini.
Lo zucchero di poi, la manna e 'l mele,
ch'incorpora ogni cosa e empie il vaso,
come principal parte e più fedele;
e l'alta baronia di san Tommaso,
che spesso v'è di lei chi vien sì ratto,
che lascia per la via gl'orecchi e 'l naso.
Incenso, mirra ed altre gomme, matto
è chi non vede ch'ella ne consuma
e sbrucale e dibucciale in un tratto.
Dell'altre cose con che si profuma,
com'è zibetto, museo, ambra e storace,
vagheggini attillati tor costuma
e per erba nociva, aspra o mordace
bestemmiatori e sbricchetti noiosi,
che non possono stare un'ora in pace.
Per vipere e serpenti velenosi
toe certe lingue doppie e maladette
da certi malavvezzi e licenziosi.
Certi ch'han poi quelle man benedette
entron per seme di canapa e lino,
ch'anche in questa triaca se ne mette.
Per zafferano e per ispezie fino
famigli d'Otto e sbirri d'ogni sorte,
come sa il Barba, il Mascella e Papino.
Per solutivi e medicina forte,
ch'è di gran guardia e non si piglia a gioco,
che ti scortica o storpia o dà la morte,
usa tor preti e frati, che, per poco
che tu abbia da llor, ti tolgon tanto,
ch'e' sare' meglio impacciarsi col fuoco,
il qual s'adopra a questo liquor santo.
Ma dove gli speziai co' calderotti
cuocon di molte cose o tanto o quanto,
ha ordinato una cosa da ghiotti
in quello scambio e fa ch'un suo creato,
con certo lardo acceso, arda e pilotti.
E, perché il lattovar sia rimenato,
si serve per ispatula o fuscello
di un certo cotal secco attorcigliato
e vassi attorno menando con ello
quanto bisogna; alcun lo chiaman nerbo,
alcuni anguilla, come par più bello.
Molte cose trapasso e molte serbo
ch'e' sare' troppo lungo a dire il tutto
e qualcun poi farebbe viso acerbo.
Con questa tiriaca il mondo tutto
va medicando e portala in persona,
dov'ella vede di poter far frutto,
e danne spesso qualche presa buona
a fuste ed a fregate ed altri legni
e come liberal sempre la dona.
Sana nazion di varie fede e regni,
tal che, s'e' fosse il diavol dell'inferno,
par ch'ella accetti ognuno ed ognun degni.
E come ella gli tratta e che governo!
Mancon forse le guardie o gl'infermieri?
E 'nsomma ell'è di medicare il perno.
Fa fare a' suoi malati volentieri
una buona dieta; spesso, spesso
toe loro il vino e carica leggieri,
perché l'ha conosciuto ch'in processo
di tempo i troppi cibi e 'l ber vin pretto
fanno le congiunture empier di gesso.
D'ingrossare il catarro, aprire il petto
sempre procura e per guarir gl'infermi
la te gli fa gridar senza rispetto.
E perch'assai non istarebbon fermi
nel medicarsi, in tal modo gli lega
che non bisogna dir: “Guarda a tenermi”.
Or cuoce, or taglia ed or ugne ed or frega;
or fa bagniuoli ed or fa sudatorii;
or cava sangue ed or qualcosa sega.
E così purga via per gli emuntorii
cuor, fegato e cervello e gli svelena
più che sei Varchi, Garbi, Ripe o Onorii.
Conosce i mali al primo e sa la vena
trovare e quello impiastro che bisogna,
quando la luna è scema o quando è piena,
e bene spesso gratta anche la rogna
e cavane in un tratto il pizzicore
e tutto fa per non aver vergogna.
Questo ho io detto perch'oltre al liquore
con ch'ella sana dentro, vi sia noto
ch'ella cura anche la parte di fuore.
Fa tornar l'uomo umil, savio e divoto
e fagli uscir di testa le pazzie
e fare spesso prego o qualche voto.
Guarisce certe strane malattie,
che non arebbon rimedio nessuno,
per modo sono incancherite e rie.
Chi fusse sgherro, lezioso o importuno
torna modesto, intero e rispettoso:
cose che non sa far così ognuno.
Chi cicalassi troppo o licenzioso
fusse nell'opre, al primo lo raccheta
e fall'esser accorto e timoroso.
La superbia diventa umile e quieta
e la stizza si sputa, com'io dissi,
e la malinconia si mostra lieta.
E chi fusse fantastico e schernissi
la Chiesa, torna trattabile e pio,
ritornando a la strada, onde partissi.
Chi avesse pensier malvagio e rio
lo cambia tutto in bonario e benigno,
ch'a queste cose ell'è la man d'Iddio.
Ha fatto prova in sino a dello scrigno
assicurarli e spiana lor le spalle
per non veder quel d'intorno maligno.
Ma perché saria lungo il raccontalle
per ordin tutte e quanto ella sia dotta,
diligente e felice in medicalle,
ne lascio andare un monte, perché, otta
mi par di darvi omai nuova vivanda,
prima ch'ella si freddi, or che l'è cotta.
L'ingegno intanto mi si raccomanda,
che senza aiuto a cose sì soprane
teme di qualche erbaccia una grillanda.
Venite, o Muse, e conducete Pane,
che, s'e' s'abbocca con Nettuno e Dori,
non ci terreno a cintola le mane.
In questo mondo è più sorte d'amori,
fra' quali il principale è l'amicizia,
com'hanno scritto già mille autori.
Or chi la vuol trovare senza malizia
faccia che la galea lo chiami e tiri
e quivi n'è la fonda e la dovizia.
Ovunque gli occhi affisi o torci o giri
vedi i tuoi amici, se tu non se' cieco,
e non si pensa a lagrime o sospiri.
Se tu vuoi bene a un, tu te l'hai teco,
né hai paura ch'e' ti lasci a fretta,
per ire in India o nel paese greco.
Accresce l'amicizia e fa perfetta
far tutti un'arte e portare a un modo
i calzoni, il gabbano e la berretta.
Né hai paura che si sciolga il nodo
o la catena che vi lega e strigne,
come d'asse si trae chiodo con chiodo.
Vo' dir, ch'oltre all'amor, quivi costrigne
certa necessità d'essere amanti,
né gli possono scior lingue maligne.
Stannosi insieme, ordinati e galanti,
e i legami d'amore e caritade
son quivi realmente e tutti quanti
e ben che sien di diverse contrade
e Turchi e Lanzi e Cristiani e Spagnuoli
e di varii costumi e volontade,
giunti che son, paion tutti figliuoli
nati ad un corpo e diventon fratelli
e credon nella fe' de' barcaruoli.
Bella cosa a pensar tanti cervelli
avere una sol voglia, una sol cura
e somigliarsi in viso anche a vedelli!
E perché l'è di sì buona natura,
non è legno nel mar che sì galante
vada, quant'ella e più lieta e sicura.
E s'e' le piace andare indietro o innante,
tragga che vento vuole e sia il mar grosso,
la spezza le fortune tutte quante.
Qualche volta le passa il mare addosso
e stavvi un pezzo e tutta la rinfresca,
ch'è un piacer che raccontar no 'l posso.
Chi è sovra coperta allotta pesca
per commodezza e chi non sa pescare,
almen si tuffa in fin che gli riesca.
Accade qualche volta ch'uno in mare
trasporta un'onda e quando altro rimedio
non abbia, adopra il non se ne curare.
Passasi il tempo lieto e senza tedio,
quanto mai puossi, e non si sta mai solo,
né la pigrizia mai ti pone assedio.
Chi li piace vedere anche uno stuolo,
come per carnoval, di mascherati,
quando il cervel ne va per l'aria a volo,
guardi un po' questi, che sono ordinati
me' ch'e' trionfi, e puovvi entrar chi vuole,
senza spendere i be' venti ducati.
Quivi s'intende almanco le parole
e cantavisi a dieci, a venti e trenta,
con altra concordanza che di scuole.
Forse che per aver cantor si stenta
o si rinniega il mondo a ragunargli
o ch'alcun ti promette e poi si penta?
O ch'e' bisogna spendere o pregargli
o perché non affiochino in sul buono,
serrargli in casa e da signor cibargli?
Questi a tener le battute e al suono
obbidir sempre e non uscir di chiave
passon quanti cantor mai furo e sono.
Fanno il tuon ferial, l'acuto e 'l grave
e poi hanno maestri di cappella,
che si fanno a compor le genti schiave.
Che la galea proporzionata e bella
sie di misura, di grazia e disegno
ognun l'approva, quando ne favella.
Somiglia il corpo uman, ch'è così degno;
ha capo, piede, corpo, braccia e fianchi,
poi ha memoria, volontade e 'ngegno:
né pensate che parte alcuna manchi
a somigliarlo e lo sa ben ch'intende
senza ch'in questo m'affatichi e stanchi.
Somiglia anche un uccel quando distende
l'ali a la vela, al becco, all'ir veloce
e quasi forma d'un bel cigno prende.
Ma s'ella urta, talor ferisce o cuoce;
non mi sia contro: buono e bello è Giove
e quand'egl'è adirato offende e nuoce.
Quivi si può trovar senz'ire altrove
la politica intera e di governi
tutte l'ordinazioni antiche e nuove.
Un'osservanza, un ordin vi discerni,
che mai fallisce e non si scambia o muta,
com'anche quelle de' cerchi superni.
E 'nsomma e' non s'è mai cosa veduta,
che quanto la galea sia da tenere
in pregio e che ci sia chi la rifiuta;
ma questo può venir per non ci avere
il capo e però voglion chi sentenza
le leggi, ch'e' vi pensi e stia a sedere.
Èmmi piaciuta assai quest'avvertenza
che questa nuova venga nominata
da sì bella città, quant'è Fiorenza.
E m'indovino ancor che non mai ingrata
ad altri sia, ch'a' nostri del paese
fia parziale, ospitabile e grata.
Quant'ella sia amorevole e cortese
s'è detto in parte ed è pur bella cosa
trovar per sempre veste, alloggio e spese.
Tenete pur a mente che di cosa
ch'io abbia detto o sia per dir di lei,
non vo' ch'ella mi doni alcuna cosa.
Altra fiata ve 'l dissi, quand'io fei
la prima parte, ed or ve lo ridico,
ch'io non vo' rimutare i casi miei.
Potria dir un: “Dunque le sei nimico?”
A questo io lascerei dir chi dicesse.
Voi vedete per lei se m'affatico.
Basta, ch'io non vorrei che si credesse
che l'avessi lodata per balzarvi
e volessi de' versi gl'interesse.
E duolmi assai ch'io non posso mostrarvi
mill'altre cose di memoria degne,
ma non vorrei però tanto straccarvi.
Come accende virtute e 'l vizio spegne
senza salire in pergamo e con quanta
bravura spieghi le sue belle insegne;
com'ella sia religiosa e santa,
a' tempi, e sappia, a' tempi, anche riporre
i paternostri e 'l libro ove si canta;
come facil si ferma e come corre
velocemente e come nulla teme
e come offende chi vuole, e soccorre.
Par che tre Rome voglia dir trireme
e figurò già Roma per la prua
d'una galea quel suo buon primo seme,
che, se non fusse altro che queste dua
cose, si vede, ed èccene infinite,
la nobiltade e la possanza sua.
Per or vi basti queste aver sentite
quasi per mostra, e faccendo per voi,
quand'e' vi scade, e voi ve ne servite.
Un'altra volta vi prometto poi
dirvi più cose e d'un'altra ragione
e potrete veder gli effetti suoi,
la sua giustizia e la sua discrezione.