Capitolo settimo

By Agnolo Bronzino

S'io potessi sognare un'altra volta,

mi parria certo aver migliore scusa

di contar quel che segue a chi m'ascolta.

A queste due stampite, o larga Musa,

donami o tu mi presta tanto fiato,

ch'io ne satolli la mia cornamusa.

Aveva, dico, dal sinistro lato

questi una sega, una pialla, un balestro,

una scure, una scala ed un pennato,

una trappola quadra, ov'il maestro

fatto avea stanze a finestre ferrate,

di sopra aperta, a guisa di canestro.

Tutte eran cose grandi e smisurate,

ma perch'io so ch'alla stupenda mano,

che le capeva, non considerate,

sol vi vo' dir ch'una fiaccola in mano

aveva grande com'una fornace;

dell'altre vo' che noi ce la passiano.

Già eravamo alla fin del torace

condotti e guardavàn la gran trachea,

se gorgozul chiamarla non vi piace.

Quanto costui trangugi e quanto bea,

chi può pensar, prima ch'e' sia satollo?

pien di stupor, fra me stesso dicea.

Ed è ben ver che satollar non puollo

il mondo e sempre divora e tracanna

e possol dir, che l'ho provato e sollo.

“Tu sei sì presso, che l'occhio s'inganna,

disse mia guida, e la veduta bassa

e la nebbia di sopra anco l'appanna”.

Ma quel leggiero disse: “Or vieni e passa

e non temer di sedermi in sul collo”.

Il che potetti far tanto s'abbassa,

Ei si levò nell'aria sollo sollo,

con tal soavità, che con men porta

l'aquila a far del sol prova il suo pollo.

E la mia donna anch'ella mi conforta

e con dolci parole m'assicura;

ché mi dovea veder la faccia smorta.

Ma s'io dicessi: “Io non ebbi paura”

non me 'l crediate, a vedermi sì in alto,

che 'n sino a qui non potei porvi cura,

ch'appena io giù guardando, era lo smalto

da me veduto, ove tenea le piante

costui, ch'al mondo fa sì grande assalto.

Or mi si scuopre e da llato e davante

la smisurata faccia e d'ogni parte

d'aria e color, quali elle sieno e quante.

Non aspettate ch'io imbratti le carte

per disegnarvi appunto le misure,

ch'io cerco altrove di mostrar tal arte.

Avea costui le ciglia grosse e dure,

la fronte crespa e gl'occhi soffornati

e le luci di gufo, ma più scure,

il naso lungo e i nari aperti e lati,

più che l'arte non chiede, e i labbri grossi,

molto eminenti e molto arrovesciati,

non eran di color vermiglio o rossi,

ma di panno di vin nero o d'aceto,

che pagonazzo sbiancato dir puossi.

I denti mi parean... pur mi sto cheto.

Anzi, vo' dirlo! o di cane o di luccio,

che l'uno e l'altro mi frugava dreto.

Aveva un ghigno, che tenea di cruccio,

e 'l mento smusso e quasi il gorgozzule

gli tocca e da' calcagni non me 'l succio.

Avea la barba ch'un mezzo grembiule

logoro mi parea, con fila rade,

e del color delle ferrette mule.

Un per il lato dalla bocca cade,

com'hanno i Turchi, due mustacchi lunghi,

che parevan ricolti per le strade.

Ma prima che dal mento io mi dilunghi,

non vo' lasciar di dir ch'egl'era pieno

di cossi e porri e di cipolle e funghi.

Le guancie due scarselle mi parieno

quasi, ma larghe e di queste all'antica

d'un color proprio del secco terreno.

Voi potrest'or con non molta fatica

imaginarvi l'aria del suo viso,

senza ch'io più ne scriva o più ne dica.

“Come ti sei da lui così diviso?

Ove sono i capelli? Ove gl'orecchi?”

Direste voi, secondo ch'io m'avviso.

Ma perch'in questo ancor non ci si pecchi,

dico ch'io non potei veder la fine

del capo mai, ben ch'a llui m'alzi e specchi,

ché lassù, dov'io penso avere il crine,

era sì scuro, che mai non potei

del desiderio mio venire al fine.

Ben degl'orecchi quattro volte o sei

v'ho voluto parlar, né per indugio

dimenticato mai me lo sarei.

Non tira tanto una palla archibugio,

quant'e' son lunghi, o una freccia un arco,

quant'hanno largo il concavo pertugio,

nel quale io vidi più di mille al varco

entrare uccei di più sorte, adunati

da ogni banda; e son nel mio dir parco;

ma dalla destra banda eran volati

certi che mi parean tenuti bene

grassi con belle penne e ben cibati

e chiedendo udienza, porgean piene,

l'ugna del piè, di mille gentilezze,

come dir gioie e perle e d'ogni bene.

A questi par ch'ogni porta si spezze

ed eran messi dentro e tosto uditi

e fatto lor mille amorevolezze.

Dall'altro orecchio certi, che nutriti

parean di buio, quando là giugnemo,

vidi pelati e magri, afflitti e triti.

Di questi molti, appena in su l'estremo

dell'alvo giunti, spennacchiati, fuori,

percossi e brulli giù cader vedemo

e 'n cambio di ricchezze o gemme o ori

recavon lenti o cicerchie o lupini

e ben avean di ciò degni favori,

che certi pappagalli a que' tapini

dicìeno: “Andate via, che voi ci empiete

di spazzatura e pidocchi pollini”.

“Come, dicevon loro, pazzi, volete

entrar così stentati? Andate, andate

e ritornate grassi che voi siete.

E s'il falcon t'ha le schiene pelate

e l'aquila a quell'altro ha tronche l'ali,

andate al naso e vi rammaricate”.

Di questi giuochi e simili altri tali

vidi fare agl'uccei di quella banda

e così vanno i poveri animali.

Partiti quindi, io feci una domanda

a quel che mi portava, in voce onesta,

quant'io potei, persuasiva e blanda:

“I' vorrei, dissi, il fin veder di questa

figura, s'e' vi piace, e forse farlo

potrei se mi portaste in su la testa”.

Allor mia guida: “E' si vuol contentarlo”

e colui mi posò, dov'il ciuffetto

termina in su la carne, a disegnarlo.

Ma tosto mi penti' d'averlo detto,

ch'ivi posato, l'error mio conosco

e di chiederne venia il tempo aspetto,

perch'ov'io ero e tutto il capo un bosco

e così alto e cupo ed io sì sotto

era, che 'l mio veder si fe' più fosco.

Mentre fuor di me stesso non fo motto

per mia folle domanda, un piè mi scocca

e caddi a dietro col capo di sotto.

Alzò la testa il mostro e “Chi mi tocca?”

disse e io giù pel naso tombolando

un quarto d'ora, al fin gli caddi in bocca.

E s'io cadeva sopra i denti, quando

del naso il precipizio traboccai,

in quanto a vita, io mi vi raccomando.

Ma il cader dentro in bocca, ov'io toccai

la lingua, ch'era pur morbida e molle,

fu cagion, per allor, ch'io la campai.

Come il cader, se ben d'un alto colle,

profonda valle fa d'un coccolino,

tanto par che costui per me si crolle.

Io stetti un pezzo, a quel ch'io m'indovino,

non di men tramortito e dell'uscita

mi disperai, se ben v'era vicino,

ch'i denti eran sì spessi e la salita

delle gengie sì alta e sì repente,

ch'e' non sare' la cosa riuscita.

E se ben colassù fra dente e dente

per appuntarsi eran di larghe vie,

di salirvi uom mortale era niente.

Pensar dovete che le scorte mie,

forse ad altro badando, non m'avieno

visto cader, non che m'aiuten quie.

Alfin di doglia e di paura pieno,

mi par men mal da que' denti scostarmi,

ch'a pur mirarli mi veniva meno,

e per la lingua comincio avviarmi

sotto il magno palato, ch'a guardallo

una montagna vota veder parmi

e gl'occhi or qua, or là voltando, al ballo

de' larghi e lunghi e grossi mascellari,

s'io temeva e stupia, ch'il prova sallo.

Ma perch'io non poteva andar sì pari,

ch'io none sdrucciolassi qualche volta,

sentì il gigante e none stette guari

che giù pel gorgozzul mi diè la volta.