Capitolo terzo

By Agnolo Bronzino

Chi arebbe creduto questo mai

della cipolla? E chi creder potrebbe

d'udirne cose più stupende assai?

Oh statemi a scoltar, ch'e' non varrebbe

l'udirmi solo e farmi cerchio intorno

e 'l tempo vostro e 'l mio si perderebbe.

Veggansi cose e truovon tutto 'l giorno

e lasciate pur dir questi infiniti,

che mai più non si videro o trovorno.

Chi dubita che detti, né uditi,

non si son più né da me, né da voi,

questi secreti ch'io v'ho conferiti?

Altri furno i passati, altri siam noi,

altri que' che verranno e cose e modi

diversi a' primi son ora e fien poi.

Alma cipolla, or ti contenta e godi,

poi che pur è venuto il tempo e l'ora,

ch'e' si canta e ascolta le tue lodi.

O Muse, che chiamate in fin a ora

non v'ho, potendo darmi nulla, adesso

sarebbe il tempo di cavarlo fuora.

Le scienze hanno tutte un fine stesso

e questo è 'l vero, ma per diversa strada

di passo in passo si perviene ad esso.

Perché questa ti tiene anch'ella a bada

e vuol ch'al tallo per più d'una via,

di grado in grado, passando si vada,

a certe bucce che si gettan via,

che son certe ragion false e leggieri,

che pizzican di rami di pazzia.

Levate queste, son gli spicchi veri,

che son de' buon filosofi e poeti

gli scritti, al dire e al far così interi.

State, o poeti e filosofi, cheti,

che voi cavaste il modo da costoro

di fare a mezzo de' vostri segreti.

Cioè che come voi vedeste loro

mezze scoprirsi e mezze star nascose,

tal voi faceste del vostro tesoro.

Forse per non gittar le preziose

cose fra i piedi al volgo ingrato e sciocco,

che guasta e 'nbratta alfin tutte le cose.

Ma forse questo luogo ch'i' v'ho tocco

vuol dir anch'altro; oh, starete a udire,

che quest'è cosa da cavarsi il tocco!

Star mezza in terra e mezza all'aria dire

si può, perché così stando ha dimostro

l'ordine e 'l modo del fare e del dire.

Quel che sta in terra agguaglia questo nostro

mondo che si passeggia e si malmena;

l'altro dà 'l fuoco allo stellato chiostro.

Son cose in aria insomma e che si pena

a 'npararle e se ben l'occhio ne vede,

qualcuna, per toccarle invan si mena.

Ma questa trama più chiaro richiede

colore; adunche dico ch'insegnare

vuol, poi che mezza è ritta e mezza siede,

che di filosofia si debbe fare

due parti e l'una di cose favella,

l'altra si pasce sol di ragionare.

Quella di cose si divide anch'ella,

di che la mezza è detta naturale

o sopra natural l'altra s'appella.

La prima segue l'attiva o morale

co' suoi governi di casa o di stato

e la fattiva, ch'ha del manovale;

la seconda ha l'ingegno più levato,

cerca delle cagion, parla de' cieli,

quanto può da materia separato.

Tra foglie e barbe e spicchi e bucce e veli

d'una cipolla troverreste il tutto,

pur sarà ben che parte ne riveli,

acciò che voi vediate il bene e 'l frutto,

che se n'è tratto e trasi tuttavia

da chi vi pensa e cavane costrutto.

Chi negherebbe che la monarchia

da lei nascesse, a quel tallo mirare,

che sta nel mezzo in tanta signioria?

Intorno intorno il vedi circondare

di spicchi, come papa o imperadore,

che beat'è chi se gli può accostare.

E quant'una cipolla è senza errore

proprio è la monarchia, lo stato eletto

d'un savio e vero e giusto e buon signore.

Il popolar, ch'è poi manco perfetto,

ma pur non reo, chi vuol faccia del tallo

un doge e degli spicchi il Popol retto.

Sonci poi de' governi pien di fallo,

come sarebbe una cipolla guasta,

ch'avesse squarcio o storta o stretta o callo.

Circa i governi di casa vi basta

saper, ch'il tallo è il padre di famiglia,

che la brigata spesa e a llei sovrasta.

Ella obbedisce a llui ed ei si piglia

cura di lei e stanno uniti e 'n pace,

che chi gli vede se ne maraviglia.

Se la fattiva contemplar vi piace

da lei si trasse lo stare a bottega,

perché l'andarsi a spasso le dispiace;

ha quivi il capo e non lo torce o piega

dalle faccende e bada a' fatti suoi

e feste e giuochi e baie a tutti niega.

Segue la metafisica, che poi

cavò da questa gl'enti e le cagioni,

atti, generi e fini e diegli a noi,

le differenze e le conclusioni,

forme, materie, accidenti e subietti,

individui e spezie e passioni.

Tutti vennon da questa e parte detti

ne sono e parte rimetto al giudizio

de' savii, che per ordine gl'assetti.

Sonci le matematiche, artifizio

di numeri, di corpi e di misure,

tutte di questa dono e benefizio.

La meteora e tutte le nature

degl'elementi e le lor mescolanze

vi sono e calde e fredde e molli e dure.

Di quella parte par ch'a dir m'avanze,

che ragiona e disputa e persuade

ed è tutta parole e suoni e danze.

Loica, idest, e se per cento strade

t'aggira e questa ancor t'aggira e giostra

tanto, ch'ogni bugia dal ver ti rade.

Rettorica, chi vuole, in questa nostra

cipolla sono i tre generi e quanto

si delibera e giudica e dimostra.

Quelle belle orazion lodate tanto

trassen da questa Demostene e Marco,

che ne portavon una sempre a canto.

Circa la storia vadane Plutarco

e 'l Padovan, che questa una bugia

non disse mai, ma sempre al ver tien l'arco.

Ma vengane madonna Poesia,

ch'è stata un pezzo a disagio aspettando

di dar tributo alla lor signoria.

Ben più d'ogn'altra scienza assemplando

vien la cipolla, questa donna bella

il suo bel imitar sempre imitando.

E con l'imitazione immita quella

ch'immita il cielo e la natura e l'arte

s'egl'è ver quanto sopra si favella.

Tien la cipolla le sue foglie sparte

or ritte e alte, or piegate e umili

ed hanne parte verdi e secche parte.

Così la poesia porge i suoi stili

or alti e degni, or mezzani e or bassi,

parte vivaci e parte marci e vili.

Son le sue foglie tonde e vote e vassi

per entro loro un fiato che le tiene

gonfiate, onde di lor zampogne fassi.

Così la Poesia scegliendo viene

parole tonde e spiritose e liete,

sonore e gravi, or gonfie, or vote, or piene.

Sempre, per l'ordinario, troverrete

la cipolla di fuor velata e chiusa

e non l'aprendo non la gusterete.

Così la poesia di vestirsi usa

di favole e di giuochi e dentro asconde

la verità, ch'or ti loda, or t'accusa.

S' tu vuoi dalla cipolla sol le fronde

— che son sì belle! — ella non te le vieta;

sì 'l frutto, ma convien che tu la monde.

Così la poesia ti dona lieta

parole e risa e s'altro vuoi da lei,

fa come debbe fare un buon poeta.

Versi di cinque o volete di sei

piedi o d'undici sillabe o di sette

si trasson da le foglie di costei.

E la prosa dal corpo, che permette

gran circuito e l'imitar col suono

di sopra per iscritto vi si dette.

La fonte, il latte e le Muse vi sono

e 'l monte di Parnaso e i fiumi e 'l bosco,

che 'n tante carte celebrati sono.

Ma quanto più ne parlo, più conosco,

ch'io m'inbarco, m'intrico, inselvo e 'ngolfo

e ch'a tanto suo lume io resto losco.

Bisognerebbe la lancia d'Astolfo,

d'Orlando il corno e la tromba d'Omero

e ch'i miei versi fussin fuoco e zolfo

a volere atterrare l'assalto fiero

di sue lodi e aver suon par'al suggetto

e poter chiaro dimostrarne il vero.

Ma quand'io avessi anche fatto e detto

con tutti questi aiuti quant'io posso,

tanto più m'avvedrei del mio difetto.

Vien la pittura e fregamisi addosso

e con atti e con cenni mi richiede,

mentre ch'io son da questo furor mosso,

ch'io dica anco di lei: ma chi non vede

che quanto a poesia di studio e d'arte

si dà, tanto a pittura si concede?

Son due sorelle e ciascuna si parte

da un padre medesimo e un fine

conseguono immitando o in tutt'o im parte.

I' lascio andar mill'altre discipline

di parole e di mano e di pensieri

agl'occhi vaghe, alla mente divine.

Circuiti di mura e cavalieri,

cupole e volte e ponti e terme e bagni

trasson da questa i lor modelli interi.

Da lei son tratti infiniti guadagni,

piaceri e comodezze universali

e mille fatti celebrati e magni.

Quel non aver di salci né di pali

bisognio a sostenersi e viver colta,

farebbe sei capitoli morali.

Basta, ch'a se medesma basta e volta

se stessa e muove come cosa viva;

il resto vi fia detto un'altra volta.

Dicon ch'a Dante mai non riusciva

s'e' non l'avessin le cipolle scorto

di far quell'opra, ove nessuno arriva.

Queste lo sceson giù nel mondo morto

di cerchio in cerchio, che con un coltello

v'inparò quel viaggio a ffondo e torto.

Del purgatorio il tallo accorto fello,

così ne fece il monte e del cielo anco

s'accorse, come questa era il modello.

Da questa trasse il Petrarca non manco

quell'amare dolcezze e 'l pianto e 'l riso,

la verde speme e l'impiagato fianco,

e dovea disegnar, quand'era miso

dove ne fusse, me' che 'n pino o 'n sasso

nella prima cipolla il suo bel viso.

Par ch'il Boccaccio ponga per ispasso

quel fra' Cipolla a certi che non sanno,

ch'i poeti non fanno a caso un passo.

Ma perch'e' volle far chiaro l'inganno

di certi cerretani e ciurmadori,

che tolgon cose e parole ci danno,

prese quel nome per mostrar di fuori

come cosa di forza e di gran pregio

certi segreti e non intesi errori.

Son le cipolle degne d'ogni fregio,

d'ogn'onor, d'ogni grado e d'ogni stato

e d'aver priminenza e privilegio.

Chi non avesse la cipolla a grato

se gli potre' dar bando della testa,

poi ch'il capo per quella è figurato.

E' non vi paia una favola questa,

che tagliar la cipolla a dir s'intenda:

tagliato il capo è finita la festa.

Con questo nome par che si comprenda

che tutte le potenze e tutti gl'atti

esser nell'alma cipolla s'intenda,

come sta nel cervello ai detti e ai fatti

il giudicio e lo 'ntendere e 'l discorso

e 'l comun senso, ch'è nel capo infatti.

Ma forse è ben di ritirare il morso

al mio caval, prima ch'ei resti vinto,

ben ch'e' non sia ancora giunto a mezzo il corso.

Questa materia è come il laberinto,

che quanto più s'aggira men se n'esce,

se voi l'avete mai visto dipinto.

E voler ir contro al fiume che cresce

fuor di misura o in aria incontro al vento,

a foglia o picciol legno non riesce.

Già non mi sbigottisco e non mi pento

di tanta impresa, ch'e' non è vergognia

tentar gran cose e rimanervi drento.

Ma se fu già d'una pera cotognia

fatto così gran fatti per cagione,

come chi scrive non si trova o sogna,

e altri per un vello di montone

si fe' immortal, che, se no 'l dice Omero,

lo dice Flacco e dicelo Nasone;

se mai continga ch'e' si giunga al vero

fin di lodarle qualche 'ngegno acuto,

che possa al nove mio giugner un zero,

sarà ben degnio ch'e' ne sia tenuto

conto e ch'e' se gli cavi la berretta

e ch'e' sia dalla fama intrattenuto

e, come a simil poeti s'aspetta,

carezzato e menato sopra il colle

Parnaso fra le Muse e lassù in vetta

coronato di foglie di cipolle.