Capitulo che fa uno innamorato a una sua amante
Non posso più celar l'ardente face
che di natura è sì strana e feroce
che se l'om parla è mal, pegi'è se tace.
Convien ch'inalzi ormai mia muta voce,
ché tra gli aridi legni el chiuso foco,
quanto l'ascondi più, tanto più noce.
Rivolto è in doglia ogni mia festa e gioco,
e son a tal per troppo amar ridutto,
ch'io moro di dolor s'io non mi sfoco.
Ahimè che mai non fia mio volto asciutto
di pianto e di sospir mai vòto il petto,
ch'io cerco in secca arena coglier frutto!
Una immortal bellezza, un divo aspetto,
una donna, una ninfa, anzi una dea
de libero m'han fatto esser sugetto.
Ahi, falsa mia fortuna iniqua e rea,
ahi, crudel fato, ahi, mia malvagia sorte,
sorte che tal venir mai non credea!
Or so che seco ognun convien che porte
dal dì che nasce il suo distin cogli anni,
ogni suo bene e male e vita e morte;
or vegio aperto i tanti occulti inganni
di chi ognor dice l'omo esser disciolto
in questo falso mondo pien d'affanni.
Sol per veder un angelico volto
sì amato, credo, nel celeste coro,
ogni vigor mi fu da l'alma tolto:
una testa coperta de fin oro,
un'ampla fronte, duo luccente stelle,
duo rosse guanze son cagion ch'io moro;
un naso profillato e duo sì belle
labra rosate, un sì legiadro mento
che simil mai non pinse il divo Apelle,
una marmorea gola, un pavimento,
di candido alabastro aprico seno,
cagion fu già del mio mortal tormento;
un corpo di beltà sì colmo e pieno
che 'nvidïose fa Dïana e Venere,
cagion fu che piangendo or venga meno.
Tutte l'ascoste e belle membra tenere
ch'imagino che par non abia el mondo,
son crude fiamme a convertirme in cenere;
un animo sì magno e sì giocondo,
che mostra in tutti i suo pesati gesti,
m'ha totalmente ruinato in fondo;
un moderato andar, mill'ati onesti,
un lampegiar, un volger di quel viso,
quei vaghi belli e quelle ornate vesti,
quel dolce sguardo e quel suave riso,
quella angelica voce e divin canto
m'hanno dal tristo petto el cor diviso;
quel parlar sagio, acorto, onesto e santo,
quelle virtù che in lei Natura accolse
m'han posto in doglia e sempiterno pianto.
Quando formar costei Natura vòlse,
di quante donne mai furno famose
la più perfetta parte elesse e tolse
e con tanta arte in costei le compose
che tal già mai non fu né tal mai fia,
ch'ogni sua forza in far quest'una pose.
Tanta virtù, bellezza e legiadria
regna in costei che dea saria tenuta,
se fusse un poco più clemente e pia.
A i prieghi sorda, a mie domande muta,
per atti mesti, lacrime o suspiri,
a pietà del mio mal nulla se muta.
Deh, maledetti sian mei van desiri
e tutte le mie stolte e sciocche voglie,
cagion di longhi mei mortal martiri!
Ammirar non si de', s'el vive in doglie
chi frutto cerca coglier di tal ramo
che tocca il ciel colle dorate foglie.
Una cosa impossibil aver bramo,
una ninfa conversa in lieve tigre:
e quanto m'odia più, tanto più l'amo.
Per costei sol tutte mie forze pigre
son diventate e per lei solo ho fatto
piangendo un altro Gange, Eufrate e Tigre,
e per lei solo a supportar m'han datto
ogni tormento, ogni affanno, ogni pena,
né temo d'Atteon l'ultimo tratto.
Quest'è colei che sol mi stringe e sfrena,
questa m'occide in un punto e fa vivo,
questa ovunque vuol mi guida e mena;
di costei sol or penso, or parlo, or scrivo,
di costei sol or mi lamento, or lodo
e di veder costei mi pasco e vivo;
per lei sol stento sempre e per lei godo,
per lei sol mi ramarico e per lei
di gaudio mi riffò, d'ira mi rodo.
Altro non bramo, altro aver non vorrei,
altro più non desio, altro non chiegio,
altro non adomando a gli alti dei
se non costei in cui mi pavonegio,
in cui mi spechio, in cui ogni ben miro,
in cui mia morte e mia salute vegio,
per cui soltanto ognor piango e sospiro,
per cui piangendo talor canto e rido,
per cui moro e per cui morto respiro.
A lei pietà dimando, a lei sol grido,
a lei chiegio mercede, a lei ricorro
ognor che della vita mi disfido.
E quanto colla mente più discorro,
tanto mi piace più questa fenice
e tanto più ogni altra cosa adoro.
Lei mi fa solo al mondo el più infelice,
lei sola mi puol dare morte e vita,
lei mi pò far beato e lei felice;
da lei pervenne la mortal ferita,
da lei vene il venen ch'al cor m'è gionto,
da lei mia morte or vien se non m'aita;
con lei legeri m'è l'estremo ponto,
con lei legeri m'è da poi l'inferno,
essere sempre con Pluton congionto:
senza, del mondo non vorrei governo,
senza essa non vorrei viver un'ora,
senza, refutare'quel bene eterno.
Quest'è colei che 'l mio cor tanto onora,
quest'è colei che reverisce e ama,
e questa per sua dea, non altro, onora.
Costei sol sempre invoca e costei chiama,
costei desia, costei domanda e priega,
costei sol cerca aver, non gloria o fama.
Ma lasso, al mio pregar nulla se piega
questa ingrata giudea perfida e dura,
a cui ch'io serva non ch'altro mi niega.
Struger mi vede intorno a le suo mura
piangendo e suspirando ognora, e vede
ch'io moro e del mio mal nulla se cura,
tal ch'io non spero mai trovar mercede
a questa fiera più ch'altra crudele,
nimica mia, nimica di mia fede.
Mai tal non fu tra 'l popul d'Israele
el bon Iacòb: poi ch'ebe assai servito
sett'e sett'anni, al fin placò Rachele;
e Sara per longinquo e straneo lito,
pien di quel foco che costei non scalda,
lassar non vòlse mai el dolce marito;
e se non fusse stata alquanto calda
Tamàr per contentar sol el fratello,
non saria stata a le sue forze salda.
Animal non fu mai sì crudo e fello,
ch'avessi tanto ardir come quest'una
farsi d'Amor perpetüo rebello.
Or ben gli se conviene il nome Bruna,
ben che candida sia la bella faccia,
ch'a mezzo giorno ormai mia vita imbruna.
Bruna è la faticosa e dura traccia
per cui la seguo e bruna è la pregione,
bruna è la corda che 'l mio core allaccia;
bruni pensieri e bruna intenzïone
in me son sempre, e sol di brun mi vesto:
el brun sol mi ralegra e dà passione.
Col viso bruno, lacrimoso e mesto
cerco la notte bruna e bruna stanza,
ché di quanto è più chiar, più me molesto.
E a questo breve viver che m'avanza,
bruna morte desio ch'or fin gli dia,
poi che d'altra mercé non ho speranza.
Oh, sciocca speme, vana fede mia!
Oh, mio servir indarno! Oh, perso amore!
Oh, fatica! Oh, sudor pien d'eresia!
Oh che pena, oh che doglia, oh che dolore!
Oh, che tormento al corpo afflitto e stanco
aver perso in un punto l'alma e 'l core!
Oh che martìr sentirse venir manco
e consumarse per fidel servire
senza aspettarne premio alcuno unquanco!
O cieli, o stelle, al mio longo languire
como a pietà non vi movete ormai,
che morte almen mio pianto abi a finire?
Morte, pon fine a tante angosce e guai
in tanta servitute e tanti affanni,
che senza te non avran fin giamai.
Deh, vien ristoro d'i mie'tanti danni!
Scritto ho già l'epitafio in duro sasso,
salubre esempio agli amorosi inganni:
— Nissun distenda oltra misura el passo,
ché per amor ch'illicito non m'era,
l'alma tormenta e quivi el corpo lasso —.