Capitulo primo
Io che pur dianzi con silvestre avena
per le frondosi valli aspro et orrendo
guidai gli armenti alla pastura amena,
or a te, Pan, l'usata verga rendo
volando fuor della pastoria tomba,
e la mia canna al tuo tempio suspendo.
Ché se col primo suon poca rimbomba
questa mia coruscante alma Camilla,
degno è ch'io m'alzi con più altiera tromba.
I campi lasso, e la fangosa villa
vago de sua cità marmorea e bella,
dove sol per triunfi Amor sortilla.
Benigne Muse, la mia navicella
guidate in questo mar tanto profondo
da' venti combatuta in gran procella.
E così col favor vostro secondo
io darò de mia donna eterno exempio,
laudata in ciel, maravegliosa al mondo.
Un giorno Amor, quel furibondo et empio,
riposto ogni suo stral, senza sospetto
vagando errava nel materno tempio.
Rise de tante spoglie al primo aspetto,
ma poi rivolto agli regal trofei
trasse molti sospir dal caldo petto.
E disse a sé: – Quanto invilito sei,
se più non sagli ad onorata impresa
tu, che domasti imperatori e dei.
Non valse a Iove contra me diffesa,
allor ch'errando nel sidonio lito
deluse Europa alle sue spalle ascesa.
El faretrato Apollo, insuperbito
per la caduta del feral serpente
fu dal suo lauro e dal mio stral schernito.
E tanto crebbe mia virtù repente
che dal limpido ciel sul lamio monte
fra ' greggi revocai la luna ardente.
Et or ch'io vo con più severa fronte
per longo uso a ferir, fiamme de stralli
non son quant'io vorrei valide e pronte. –
Così detto, el signor de' van mortali
per vendicarse del paese ausonio
murmurando spiegò le fulgide ali.
Con gran velocità scorse lo Ionio
e Delo, che si scosse a tanto sdegno,
mirando da sinestra el ciel meonio.
Giunse anelante dentro al ciprio regno,
ove el pomposo Idalio è tanto adorno
che fu per voluptà di Vener degno.
Ivi con dolce vol temprando el giorno
i fior vernanti Zefiro nutrica,
e a primavera fa lieto soggiorno.
Quassa le piume per usanza antica
de celeste rugiada inebriate,
e virtù sveglia nella terra aprica.
Questo le piagge fa sì colorate
che Taumanzia dal ciel non se gli vanta
con le chiome de raggi incoronate.
Odesi un rivo per la valle santa
tra l'erbe murmurar senza ruina,
e quivi el cigno in su l'extremo canta.
La mirtea selva al fiumicel vicina
con dense chiome la rivera adombra,
né mai fredda stagion sue foglie inchina.
Sopra i soi rami dolcemente a l'ombra
garre d'ucelli una formosa schiera,
che de nove delicie i petti ingombra.
E lì, tra verdi fior de primavera
surge un alto palazo, ond'io me induro
per maraveglia se tal cossa è vera.
Ofite è il sòlo, e d'alabastro el muro,
el colmo d'oro, per Vulcan fondato
sopra colonne di smeraldo puro.
Tutto è dentro e di fuor vago e intagliato,
e vedesi nel sommo de la porta
el seme de Afrodita istorïato.
Spuma è nel mar che al vento se conforta,
virtù l'informa, e la nata fanciulla
marina conca alla rivera porta,
e poi non longe a l'ombra si transtulla.
Seco è 'l figliol della profana Mirra,
un fier cingial tanto diletto annulla.
Sdegnosa par contra el saper di Pirra
che a l'uman seme senza lei soccorre,
e contra Deucalion là sotto Cirra.
Dentro alle porte tremolando corre
tra vivi marmi un amoroso fonte
con sì dolce liquor, che latte aborre.
Venere bella appiè dil sacro monte
precinta gia de floride ghirlande,
con un piropo in su l'altiera fronte.
Questo, invece del sol che i furti pande,
le candide giornate ivi conduce,
tanto fulgor per la campagna spande.
Eran dintorno alla festiva duce
Licenzia, e Gelosia che mai non posa
spargendo tosco ove el pensier l'aduce.
E con queste Iracondia nebulosa,
Lacrime senza fren, Periurio insano,
e Lascivia profusa in ogni cosa.
Ivi l'ale stringendo Amor pian piano
nelle braccia volò de Citerea,
che a sé lo strinse con pietosa mano.
Mille volte il basò la pafia dea,
ma lui fremendo sospirò sì forte
che 'l monte ne tremò mentre piangea.
Disse: – Matre, ben sciai quanto fui forte
sempre in la pugna, e tanto el stral mio valse
che del ciel ruppi le sacrate porte.
I numi debellai de l'onde salse,
mossi Acheronte,e la universa terra:
Troia lo sa, da le diffese false.
Or contra el mio puoter Italia serra
l'excelsi torri, e s'io l'arco rettoglio,
senza bellezza non gli può far guerra.
Però mentre a ragion teco mi doglio
provede, se a te piace, al nostro onore,
pietosa matre, e al mio cadente orgoglio. –
– O mia sola potenzia e mio valore –
Vener rispose con quel dolce viso
che de' fulguri in ciel preme el furore –
exclude i van sospir con lieto riso,
e scioglie dal tuo petto el timor vile,
mentre el nostro voler non è diviso.
De gloriosa stirpe alta e gentile
io ti darò, figliol, donna excelente,
che a noi farà quella region servile.
Tu la vedrai d'ogni beltà vincente:
qual faretrata figlia di Latona
nella schiera ninfal stassi eminente. –
Così risposto, mentre onor la sprona,
valida ascese in su l'aurata biga
per quella impresa che nel cor mi suona.
Piroo allora, el consueto auriga,
duoi nival cigni al bel temon congiunse,
e con sferza de mirti gli castiga.
A questi col timor le piume aggiunse,
però rapidi allor si mosser quando
verso occidente el gran duce gli punse.
Duoe candide colombe alto volando
presero inanzi a lei corso veloce,
e nubi e venti dal camin fugando.
Ivi Progne cantò di Tereo atroce,
e Filomena del suo straccio antico,
placido ucel con modulata voce.
E mille altri ucelin ch'or non ridico
un concento d'amor facean senza arte
da·ffaticar ogni pensier pudico.
Siede una terra in su l'extrema parte
del pian lombardo, ove lo cinge a·ttergo
el monte che da noi Francia diparte:
Asti è, per cui ben mille carte vergo,
cità felice in tanto onor superba,
nobile, bello e dilettoso albergo.
In questa patria a me sì dolce e acerba
stettero i cigni alla stagion fiorita
in un verde giardin, tra ' fiori e l'erba.
Ivi pregnante allor giacea sopita
alla fresca ombra de copiosa oliva
l'alma, candida e chiara Margarita.
Lodato il Ciel, la cipriana diva
con un riso celeste e con un baso
dègli quel spirto, onde beltà derriva.
Così poi nacque di prezioso vaso
lucida gemma, anci fiammante chiara
stella, che mai non giungerà a l'occaso.
Monstrò quanto costei gli fosse cara
la terra, che in quel dì la fronte cinse
de inusitati fior, troppo preclara.
Fuor de l'arene voluntario spinse
el ligustico mar le gemme, e l'oro,
che nel gran ventre già le ascose e strinse.
E sopra i campi che inundati fôro
el tumefatto Eridano si sparse
lassandovi de electri ampio tesoro.
Venere, a cui mortal nutrice aparse
non ben decente alle bellezze nove,
tre Carite mandò con chiome sparse.
Queste sorelle, onde ogni grazia piove,
ligate inseme vetustà le excude,
dilette figlie dil tonante Iove.
Con quel liquor ch'ogni imundizia exclude
dentro al fonte Accidalio in Orcomeno
lavano spesso le lor membra ignude.
Queste la nutricar col proprio seno,
e d'alma venustà l'han decorata,
tanto che Invidia è superata appieno.
Aglaia agli occhi vien benigna e grata,
della lingua el bel don Talia dispensa,
Eufrosina del cor custode è data.
Però dal fronte ne dà luce immensa:
mentre ella parla, ognun tacito ascolta,
e tutto è lieto e bel quanto lei pensa.
E da qui vien che ne l'andar disciolta,
ove tocca il bel piè, la terra fonde
amaranto e ligustri in copia molta.
Or, s'io potrò fuor de le turbide onde
per lassar del suo nome altiero indizio
un tempio edificar di petre bionde,
celebrar voglio el suo dì natalicio
cinto d'alloro e del mio core ogn'anno
perseverante a lei far sacrifizio.
Io so che meco in compagnia verranno
a cantar di quel giorno eterna laude
gli spirti che in Aonia a bever vanno.
Però de tanto onor, Camilla, gaude
fra le più belle riverite in prima:
questo dirò, che se or el ciel ti applaude,
mirabil fusti ne l'etate prima.