Capitulo secondo

By Luca Valenziano

Nel tempo che passò la infanzia bella

di questa donna, che a cantar mi sprona

or ch'al suo lauro in gioventù m'apella,

tenne el sceptro de' Insubri e la corona

con quella estense mia diva Beatrice

Ludovico, de cui gran fama suona.

Questa d'ogni bontà pianta felice

per farne illustre el suo Milan decoro

a sé chiamò la mia gentil Fenice.

Virtute allor presso a l'orchestra d'oro

supplice a Iove, sua mercé, gli diede

quatro compagne che sua scorta fôro.

Venne Prudenzia, che in un specchio vede

se stessa e con misura altri corregge,

mira il passato et al futur provede.

L'altra è colei che le bilanze regge,

terrena già, ma per le gente infide

da terra alzata nel sidereo gregge.

E quella che di sé contenta ride,

tempra l'ornato, e l'appetito smorza,

e il soperchio voler dal cor precide.

Alfin giunse colei che non la sforza

Fortuna adversa, e ad ogni mal resiste

d'animo invitta, e de mirabil forza.

Con queste, che non fûr gran tempo viste,

splendida andò ne la superba corte,

ove l'altre restâr depresse e triste.

Bello a veder in quella età men forte

Ignoranza, Impietà, Concupiscenzia

e Tema vil da una fanciulla morte.

Sorse poi de Minerva alta clemenzia

quando, de tanto ingegno inamorata,

de' secreti gli aperse ogni sentenzia.

E de più cari don profusa e grata

puosegli in man la cristallina sfera

per arte de Cillenio fabricata.

Qui nel centro vi appar la terra vera,

con duoe zone temprate in foco e in giaccio,

e tre che ognuna è inabitata e fiera.

Tuta è dintorno cinta, et io no 'l taccio,

dal tempestoso mar che a Gade in Spagna

in mezzo Abila e Calpe extende un braccio,

così per longo margine la bagna,

e col Nilo a man destra Africa ardente

distingue in parte, ove del sol si lagna.

Europa è da sinestra alma e potente

tra betici confini, e la gran tana,

e ogni altro lito la grande Asia sente.

Surge parte montosa, e parte piana,

ove spumanti van gli obliqui fiumi,

e par che argento corra ogni fontana.

Saltan le fere per campagne e dumi

e per varie cità vario ornamento

vedesi, e varïar lingua e costumi.

Vano solcando el mar con passo lento

Glauco, Nereo, Portuno e il gran Tritone

gonfia la tromba che gli fa spavento.

Corre pien d'ira el valido Egeone

debellando delfini, orce e balene

e Proteo or tigre, et or verrà dracone.

Cantano dolcemente le sirene

a sé traendo i vagabondi ucelli,

e mille navi con dolce catene.

Le Nereide vi son coi visi belli,

qual sopra un pesce, qual natando stanca,

e qual su un scoglio asciuga i bei capelli.

Scilla, a cui parte di beltà vien manca,

col fier latrato de terribil mostri

Neptuno assorda, e la marina imbianca.

E nella piaza degli aerei chiostri

le volatile torme in schiera vanno

al canto natural movendo i rostri.

Nel mezo del camin duoe ninfe stanno,

e duoi gran vecchi alquanto fuor di strada,

che in le stagion diversità ne danno.

Primavera gentil, che tanto aggrada,

el viso infiora, e la bella urna adempie

di temperata pioggia, e de rugiada.

La State contra el sol copre le tempie

e tallor move i spaventosi bombi,

grandine e fiamme repentine et empie.

Parme che Autonno senza crin ribombi

de grave pioggia, e che gran nebbia il copra,

e contra el suo vicin riveste i lombi.

Geme el sterile Inverno intento a l'opra

di cumular le nevi e la pruina,

per voluntà del gran signor di sopra.

E in quella parte dove Amor gl'inchina,

stanno i venti indignati intorno al claustro,

per far d'ogni elemento aspra ruina.

Euro freme ad Aurora, e Borrea al Plaustro,

dal lito occidental Zefiro spira,

e dal polo depresso el madido Austro.

Tremola el foco, e intorno a lui s'aggira

el globo circular del ciel eburno

per quella strada ove el motor lo tira.

Dïana è prima col splendor notturno,

siegue Mercurio, e l'amorosa stella,

Febo, Marte, il gran Iove e poi Saturno.

Corre sopra costor stellata e bella

l'octava sfera, ov'io tremante vegno

pensando al lume d'ogni sua facella.

Qui nel corso del sol vien primo segno

il bel Monton de rico pel onusto,

con quel Tauro, del ciel per Iove degno.

Siegue al pegno di Leda el Cancro adusto,

e inanzi al splendido astro virginale

freme el nemeo Leon tanto robusto.

Pende la Libra al ponderar equale,

el minace Scorpion getta el veneno,

e Chiron per virtù fato è immortale.

El Capricorno al sol volta el gran freno,

Acquario spande el fluvial liquore,

e duoi Pesci ne dano el cerchio pieno.

Cresce la luna, e decrescendo more,

e tallor perde, s'al fratel si oppone,

per la interposta terra ogni splendore.

E ben chiaro vi apar per qual cagione

l'estivo giorno che sì pegro scende

veloce corra in la iemal stagione.

Qui cosse alte secrete e più stupende

vede questa mia cara oltra ogni meta,

quel che l'occhio mio infermo non comprende.

Ma non contenta ancor, quella alma inquieta

voltò i libri de Mantua e de Sulmona,

Dante, Petrarca e ogni divin poeta.

E però al suon de Cinzio in Elicona

fecer le Muse el dilettoso ballo,

per lei sacrando una immortal corona

de lauro imperïal, non di metallo

per cui son lassi i miseri mortali,

vaghi del suo color candente e giallo.

O beato che al ciel drizando l'ali

alzato sopra noi sprezza ogni gemma

e del terreno gli tesori frali!

De più lucide stelle el fronte ingemma,

biasmando el vulgo e la opinion perversa

che ne l'oro compensa el falso stemma.

Turba ignorante, traviata e persa,

come non sagli d'esta valle oscura

ove sei ceca, senza onor sommersa?

Torno a colei da tanto error sicura,

che tal si prova con sua tersa lira

quale Anfion per le tebbane mura;

e quando al plectro la mia donna aspira,

el monte corre e il fiumicel s'aggiaccia,

e cade al tigre la durezza e l'ira.

Della sua volsca el Mantuano or taccia:

questa si canti, che nel correr presta

Atalanta parrà, Dïana in caccia.

Or che dirò de sua beltà modesta?

Dei labri, dico, e de quelle auree chiome,

e del dolce parlar che i venti arresta.

Crida el saggio pensier, dicendo: – Or come

scriverai, stolto, quel che niuno ardisse,

debil ancor sotto sì grave some? –

– Non sciai ben ch'ella de sua man lo scrisse,

sperando contra morte farsi eterna? –

l'altro risponde, e seco Amor tel disse.

Queste parole ove el mio cor s'interna

mi fan sì ceco al temerario assalto,

che quel primo pensier non mi governa.

Onde or sì ardente a tanta impresa salto

mentre el secondo a sua voglia mi stringe

dicendo: – Chi potrà mai gir tanto alto? –

Però dico che in lei natura effinge,

se ben miri le guance, el fronte e il collo,

quanto ne l'altrui viso arte depinge.

Se per Tesaglia la riveggia Apollo,

non sarà Dafne sopra el fiume un lauro

per cui gli diede Arnor sì fiero crollo.

E forse ancor vedremo in pioggia d'auro

Iove cangiato, e transmutarsi in cigno,

e prender forma de falace tauro.

Più securo non si', fidel privigno,

né verrai contra Amor sì pien di gioia

come per Fedra dal fervor maligno.

Vedo el mar tumultuante e pien di noia,

Grecia furiar, e il grande Achille armato,

Sinon periuro, e sconsolata Troia.

Anci, se 'l grande Ilion fu desolato

per quella Greca che tal fama spande,

or el mondo vedremo, e il ciel turbato.

Vanne Cupido insuperbito e grande,

né mai fu visto in tanto onor sì carco

de regie spoglie et immortal ghirlande.

E quanto possa con la face e l'arco

seppe quel triunfante, inclito Karlo

vincendo vinto a l'amoroso varco.

Non puoté Francia militando aitarlo

da quel sguardo gentil, che senza schiere

puotea ligato in man de Alfonso darlo.

Vedo presso al gran re mille alme altiere

gir, sospirando la beltà infinita

che fa l'arme d'Amor cotanto fiere,

e voce universal vien per me udita:

– Questa è somma beltà, questa sol piace

sopra ogni altra dal ciel sì ben gradita. –

Ma tu, mia lira, or te riposa e tace,

ché al longo dir cadrà l'alta memoria,

e più se 'l peso a me non si conface.

E se desir ti punge a farne istoria

florida in terra dopo longa etate,

dagli con brevità, per vera gloria,

con senil gravità sobria beltade.