Capitulo terzo

By Luca Valenziano

Mentre io vi canto del mio Sol eterno

ch'ogni novo splendor volge a l'occaso,

tronco e imperfetto el mio cantar discerno.

E però meglior aura de Parnaso

supplice chiamo a mia virtù sepolta

per scriver, s'io potrò, quel chi è rimaso.

Poi che nel ciel volò Beatrice sciolta

per non veder el suo marito oppresso,

e Gallia armarsi la seconda volta,

costei, che vide la ruina apresso

de nostra speme, con più studio accolse

el gran valor nell'alta mente impresso.

E dal destro camin pianta non volse,

lieta per arrichir d'un bel tesoro,

non come quel che l'altrui preggio tolse.

Così fu prima nel pierio coro,

scritta al tempio de Apollo e de Minerva

che l'han dignata del fragrante alloro,

corona che 'l suo onor sempre riserva

e con pompa immortal de primavera

virtù non perde alla stagion proterva.

Con questa io so che fortunata spera

toccar il cielo, et io cantando el scrivo,

alma beata sopra ogn'altra altiera.

Poi fo vista col cor d'infamia schivo

legendo antico istorico o poeta

tutti exempi sprezzar d'ogni lascivo

e Lucrezia exaltar, del suo fin lieta,

che d'onorato sdegno e de iustizia

armò contra Tarquin la patria inquieta;

dico la plebe, e nobiltà patricia,

quando col ferro e la sdegnosa mano

vendicò libertate e pudicizia.

– Libera son, non mi toccar, profano! –

scrisse alla fronte de onestade amica

contra el nostro sperar caduco e vano.

E al nome marital sempre nemica,

della teda sponsale odiava el lume,

seguendo l'orme di Latona antica:

ché invidiosa a lei, prese costume,

veloce più che impetüoso vento,

stancar le fere come avesse piume.

Così avenne che un dì col piè non lento

seguendo un cervo dalle arboree corna,

superbo del color ch'era d'argento,

entrò correndo in una selva adorna,

de agreste deità stanza felice,

ove saggio pastor mai non soggiorna.

Disparve allor, come la fama dice,

quella belva fatale, onde ella, stanca,

la faretra premea con la cervice.

Ecco Vener succinta in veste bianca

monstrarse in stil di venatrice snella

che a bel studio di preda si rifranca.

L'arco avea in mano, e al fianco le quadrella,

e prima incominciò: – Dimme se in caccia

vedesti errante qualche mia sorella. –

– Niuna mi aparve dalle ignude braccia,

o dea verace, se non menti al viso –

rispose a lei con vergognosa faccia.

Venere allor con lampegiante riso

disse: – Per te lassai, né mi fu grave,

del mio Cipro el stellante paradiso.

Perché sdegni Imineo tanto soave,

a te stessa di te ribella e dura,

nemica del tuo ben con voglie prave?

Or che sei ne l'età bella e matura,

el fior degli anni con piacer dispensa:

contraria è al tuo desir la tua figura.

Saggio che inanzi sera al dì ben pensa!

Non tardar più, ché dal conubio santo

verrà illustrata la tua gloria immensa.

Non ti fui del mio ben copiosa tanto

perché in ocio trapassi e sonnolenta,

de le faci inexperta, ond'io mi vanto.

In un breve matin beltà va spenta

da l'empia senectù che sì ne preme:

però al fugace ben non esser lenta.

Duoe gran stelle usciran del tuo bel seme,

che fiameggiar vedrò per mio ristoro

dalle parti vicine a l'altre extreme. –

Ivi si tacque, e del suo bel tesoro,

per Vulcan temperato in Mongibello,

gli puose al collo una catena d'oro.

E de nectare olente un fiumicello

largamente gli sparse, e poi si mosse

volante più che alla rapina ucello.

Per riverenzia con timor si scosse

colei che udendo la sua Pafia imprima

de vergogna cangiò le guance rosse.

E questo gli fu al cor tacita lima

che imagin gli depinse in mezo al petto

dil bel connubio, e sé crudel estima.

Poscia tu, de valor pieno ricetto,

Ambrosio, dal gran duca Ludovico

fosti marito a tanta sposa eletto.

O quanto el Ciel ti fu cortese e amico,

che tal compagna te ripouse a·llato,

onde parme là su Iove mendico!

Fama volò del matrimon preggiato

in un punto da Gange alle colonne,

e da l'austro pluvioso al pol gellato.

Corse al romor con le tirsate donne

Bacco Niseo, e il mio crinito Apollo

con le nove sorelle in bianche gonne.

E de lauro velate el fronte e il collo

alzâr le voce armonizando in rima

celeste canto, et io per grazia sòllo:

– Plaude, sorella in questo numer prima,

decima alonna di Parnaso ameno,

ove ascendesti alla più excelsa cima!

A te fu sempre el bon Castalio pieno,

e nelle chiare linfe di Gorgona

a gran copia bagnasti i labri e il seno.

E però Cirra, ove tua fama suona,

ti manda a disnebbiar l'oscura notte

di gemme pegasee questa corona.

Son le rivere di Cefiso rotte

che iubilando va del sponsalicio

e prorumpe a furor tra campi e grotte.

O del duca gentil sano iudizio,

quando ellesse per te sposo sì fido,

nobile, e con virtù nemico al vizio! –

Così detto, a gran vol giunse Cupido,

e fègli un cenno al mio fatal Ticino,

ch'era de Ambrosio el celebrato nido.

In quella parte allor prese el camino,

alzata sopra un carro triunfale

d'attristar Campidoglio et Aventino.

Quatro bianchi destrier coperti d'ale

volgean spirando le volubil rote

di quel plaustro gentil, che un regno vale.

Concordia e Fede nei sembianti immote,

mandate da Iunon, gli fêr d'intorno

dolce concento d'amorose note.

Quanto fu bella nel suo viso adorno

per l'orïente la rosata Aurora!

E più ch'esser non suol fu lieto el giorno.

Vidi a mirar costei gran gente allora

quand'io pronto mi volse in quella parte,

de tal fortuna non presago ancora.

Non è mai tal con novo studio et arte

Vener, quando più el ciel sen maraviglia,

e nel fronte a Vulcan sospira Marte,

qual la vid'io sotto l'aurate ciglia,

che a mirar sarìan stanchi i specchi d'Argo,

vedendola sì bianca e sì vermiglia.

E però endarno più rime non spargo

di quel che grave fôra racontarve,

ché per longo cantar non sarei largo.

Basta, ch'ella fu tal quando m'apparve,

ch'ogni antico pensier qual nebbia al raggio

in un momento dal mio cor disparve.

Io sentìa allor tra 'l mirto, el pino e il faggio

suo dolce nome, e in le fiorite valli

dolcemente cantar ogni selvaggio.

Poi ch'ella giunse, in dilettosi balli

vidi trescar quella onorata gente

sopra candidi fior, vermegli e gialli.

E poi ch'al giorno fûr le fiamme spente,

dopo il silenzio, già rivolto a lei

Imeneo cominciò con voce ardente:

– O del mondo diletta, e degli dei,

di vergogna cangiata e di sospetto,

perché sì mesta e lacrimosa sei?

O ambi fortunati, a gran diletto

fate i basi suonar ciascun bilingue,

senza sospir de l'amoroso petto.

E col favor de le luctanti lingue

ligate l'alme, i sensi e le parole

con quel nodo che mai non se distingue.

Gode, Camilla, e quel ch'ogni altra suole,

placata cede al connubial servigio,

così matre sarai de onesta prole.

Mostra de voluptà qualche vestigio:

or si volge per te placida stella

che farà invidia al Ciel e al regno Stigio.

E se a l'espero giungi ancor ribella,

veggia al primo matin preciso el fiore

de tua virginità l'aurora bella. –

Mentre ei cantava, i fanciulin d'Amore

de redolenti fior sparser gran copia

sopra el letto iugal per fargli onore.

Ebbe da l'alme ninfe el cornucopia,

e però con duoe figlie or testimonia

di quella fronte la sembianza propia.

Meravigliar mi fa la bella Antonia

e nelle fasce ancor Virginia parme

dolce speranza della terra ausonia.

Per lor convien che un'altra volta a l'arme

corra el mio stanco e impoverito ingegno,

ch'oggi non può quanto conviensi aitarme.

O del mio vaneggiar fido sostegno,

lì dove con virtute Amor si specchia,

empie de sì bei fior l'insubre regno,

e tua tanta beltà mai non sia vecchia.