Caroli Valturrij ariminensis viri ornatissimi et illustrissimi domini Sigismondi...
Alto signor, dinanzi a cui non vale
Mie forçe, opre, né ingegno, o alchuno adviso,
Convincto già e conquiso
Dal tuo dominio so' e somesso a terra.
Il miser cuor ferito non vuol guerra;
Ma dimanda mercè, perdono e pace;
Ogni altra via è fallace
Salvo che in te sperare e in toa possança.
Sol questo me conforta con sperança
Haver riposo del mio grave danno,
Lo immenso e grave affanno
Alquanto su releva e il corpo lasso.
Non è giamai sì duro un cuor di sasso,
Che constrecto non sia a far mercede,
Hor debbo la mia fede
Di tanto bene e gratia esser privata?
Ançi più speme in me s'è riservata
Per la immensa beleccia che 'n ti habonda,
E de l'alta toa onda
Dil perdonar conviente esser coperto.
Qual alma gentil, qual corpo experto
Fo mai altro ch'al tuo ai giorni nostri?
O divini alti mostri,
Deificati in ti per gli ochii mei.
D'infinita belezza ornata sei,
Angelicha creata, dai ciel venuta,
Fra li mortal paruta
Per dimostrarci lo divin mestiero.
Formosa mayestà, degna d'ympero,
Qual Helena, qual Ate, o qual Isotta,
Ogni cosa è di sotta,
Tu riman sola e non bisogna exempi.
La mortal fama e 'l Paradiso adempi
Di tua ornata persona e tuo costume,
Un risplendente lume
Se parte dal leggiadro tuo bel viso.
Chi te risguarda oghuom riman conquiso,
Altri per ti di Lucretia narrava,
Altrum si rachontava
Della Regina Dido e lor vertute.
Li giesti lor per loro antivedute
Fanno mimoria, et in fra lor condute
Esserti un sol salute
De l'ytalica provintia un vero lume.
Fia donque impossibil che qualche fume
Già non raschaldi il fier tuo cuor un pocho,
E de l'ardente focho
Fiamma de carità ver' me no volti?
Hor quali habandonati, hor quali isciolti
Son quelglii che in lor qualche socchorso,
Palese, o ver naschoso
Non han dil combatente suo fier tello?
Hay misero me! Ch'io son pur quello
Ch'alla crudel batalglia sempre resto,
Ogni animal terresto
Partita ha soa stason e trovan pace.
Se 'l giorno i fa rimor, la nocte tace
Per li recenti boschi pascon l'herba,
Melibeo li serba
Cossì a gli altri advien fra l'alte fronde.
E gli alti mar quieschono anchor l'onde,
Çephirro e Borrea con voce soave
Drizano le gran nave
Alli securi porti disïati.
Diversi fiori anchor produce i prati,
Tutti gli ucelli alla scagion rengiolglia,
Mutan l'antica spolglia,
E l'un ver' l'altro dulci canti porge.
La terra ride e primavera sorge,
L'umbrose silve si veston di verde,
Ogni durezza perde,
E li tremanti rami fan quïeti.
Non che a gl'human corpo; ma a' pianeti
De l'alto ciel per lo veloce corso
Dato glie sia socchorso
Ciaschuno in le soe case se fa francho.
La luna gode nel segno di Cancro,
Gemini e Virgo, Mercurio fa forte,
Dato gli è sta' per sorte
Alla possente Venus, Libra e Tauro.
Non sta si forte uno alto e verde lauro
Come lo sole in casa di Leone,
In ver' la terra pone
Lo resplendente lauro suo dorato.
El signor quinto, e il fier Marte armato
Fra soi triumpha, e Scorpio, e Arïete
Jupiter sta quïete
Nelle sue case e Pisse, e Sagitario.
Il gran Saturno in Capricorno e Aquario
Mostra suo stato, e ben prende piacere
De ripoter vedere
L'ornate stelle e lui medesmo ride.
Guarda horamai, madonna, hor mo' tu vide
Ch'ogni cosa producta, o ver creata,
Con ferma speme è nata
D'haver qualche riposo, pace, o bene.
Dhe perché debbe adonque in tante pene
Star la misera vita tapinella,
O alma meschinella,
Nutrita longho tempo di dolore?
Anghoscia et dolglia passe lo mio core,
Sospiri caldi e dispietati pianti.
Hoymè! Belgli ochii santi,
Farete pace mai a tante guerre?
Io te priegho, Cupido, anchor diserre
Il tuo forte archo al cuore de costei,
Che tante volte homei!
Chiamar m'ha facto insieme con la morte.
E ben me avedo che mia debil sorte
Senza tuo sagittare è cosa vana,
Ogn'hora più luntana
Serìa mia volglia senza tuo potere.
Contra te non val forza né sapere,
E le grande arme fai redur al basso,
Non valse il duro sasso
Al forte Turno col troyano Enea.
A Jason decti agliuto per Medea,
E Theseo vinse il crudo Minotauro,
E coi bei crini d'auro
Partissi poi cossì dil laberynto,
Non era Paris da Menelao vinto
Se non con quella nube tu il traesti,
E ivi dimostrasti
Sotto il tuo manto i toi non pôn perire.
Io son ben tuo, e fino al mio morire
Sequir volglio toa corte, o car signore,
Mostrame il tuo valore,
A me toa creatura donque degna.
Seguìto ho in li mei anni la toa insegna,
A freddi, a caldi, alla stasone acerba;
Per dio, hoymè! riserba
Qualche una de toe forçe in mio favore.
Ristringe hormai l'indurato core
Di questa fiera donna tanto cruda,
E de pietate ignuda,
Se non la sforcia il tuo dolce ferire.
Porgime aiuto a questo mio dire,
E al forte schongiuro, ch'io li fazzo,
Ch'io non so mai qual lazzo
Di crudeltate mai non se tronchasse.
Né sì ostinato cor, che non mutasse
D'amaro in dolce facendose humìle,
Lassando ogni vil stile,
Accerbo e crudo diventando pio.
Madonna, io te scongiuro per quel dio.
Sperando nel suo fuoco me fa stare,
Che tu me debbi trare
Di tanta pena dolorosa e rea.
Io te schongiu' per quella Cytherea
Matre pietosa dil volante arciero
Signor possente e fiero,
Per cui il ciel trema et anche lo universo.
Io te scongiuro per quel dolce verso,
Che fezze Orpheo al scuro dio Plutono
Con tanto dolcie suono,
Che fezze i monti gire e stare i fiumi.
Io te scongiuro pe li toi bei lumi
Per quelle labra, che dipinse amore,
Per lo soave odore,
Che spande la toa bocha quando ride.
Io te schongiur per le mortal feride,
Le qual te mostro con le braccia in croce,
Lasso, con alta voce
Misericordia chieggio e sento morte.
Io te schongiur per questo che più forte
Per li sacrati et invisibil dei
Ch'alli martìri mei
Tu ponghi fin, e senza più tardanza.
Sol questo resta, e sol questo me avanza
De scongiurarte e farte i dolci preghi
Che homai più tu non nieghi
Socchorso a questo servo tuo sugetto,
E preso, e morto in le tue man mi getto.