CARRITURA

By Melchiorre Cesarotti

Hai tu nell'aria abbandonato omai

Il ceruleo tuo corso, ori-crinito

Figlio del cielo? L'occidente aperse

Le porte sue; del tuo riposo il letto

Colà t'aspetta: il tremolante capo

L'onda solleva di mirar bramosa

La tua bellezza; amabile ti scorge

Ella nel sonno tuo; ma visto appena

S'arretra con timor: riposa, o Sole,

Nell'oscura tua grotta, e poscia a noi

Torna più sfavillante, e più gioioso.

Ma intanto di mill'arpe il suon diffondasi

Per tutta Selma, e mille faci inalzinsi,

E rai di luce per la sala ondeggino.

Già la di Crona

Zuffa passo.

Il Re dell'aste,

Re delle conche

A noi tornò.

Battaglia e guerra

Svanì, qual suono

Che più non è.

Su su cantori,

Alzate il canto:

Nella sua gloria

Ritorna il Re.

Si cantò Ullin, quando Fingal tornava

Dalle battaglie baldanzoso e lieto,

Nella sua gaia giovenil freschezza

Co' suoi pesanti inanellati crini.

Stavan sopra l'Eroe cerulee l'armi,

Come appunto talor cerulea nube

Sopra il Sole si sta, quand'ei s'avanza

In sue vesti di nebbia, e sol ne mostra

La metà de' suoi raggi. I forti eroi

Seguon l'orme del Re; spargesi intorno

La festa della conca; a' suoi cantori

Fingal si volge, e a scior gli accende il canto.

Voci, diss'ei, dell'echeggiante Cona,

Cantori antichi, o voi dentro il cui spirto

Soglionsi ravvivar l'azzurre forme

De' nostri padri, or via, toccate l'arpa

Nella mia sala, onde Fingal s'allegri

De' vostri canti. È dilettosa e dolce

La gioia del dolore; ella somiglia

Di primavera tepidetta pioggia,

Che molli rende della quercia i rami,

Sicché vie via la giovinetta foglia

Getta le verdi tenerelle cime.

Su cantate, o cantor; domani al vento

Darem le vele. Il mio ceruleo corso

Sarà sull'oceano, inver le torri

Di Carritura, le muscose torri

Del vecchio Sarno, ove abitar soleva

Comala mia; colà Catillo il prode

Sparge la festa della conca intorno:

Molte le fere son dei boschi suoi,

Ed alzerassi della caccia il suono.

Cronalo, disse Ullin, figlio del canto,

E tu Minona graziosa all'arpa,

Alzate il canto di Silrico, ond'abbia

Il Re nostro diletto: esca Vinvela

Nella bellezza sua, simile all'arco

Del ciel piovoso, che l'amabil faccia

Mostra sul lago, quando il Sol tramonta

Lucido e puro. Ecco, Fingal, già viene

Vinvela; è dolce il canto suo, ma tristo.

Figlio della collina è l'amor mio:

Fischia nell'aria ognora

La corda del suo arco, e suona il corno;

Gli anelano d'intorno i fidi cani;

Ei delle damme ognor segue la traccia;

Egli ha di caccia, - i' ho di lui desio,

Figlio della collina è l'amor mio.

Deh rispondi a Vinvela, amor mio dolce,

Il tuo riposo ov'è?

Riposi tu lungo il ruscel del monte?

Oppur in riva al fonte

Dal mormorante piè?

Ma gli arboscelli piegansi

Ai venticelli tremuli,

E già la densa nebbia

Dalla collina sgombrasi:

Io mi voglio pian piano avvicinar,

Colà dov'ei riposa;

E dalla cima ombrosa

Voglio non vista l'amor mio mirar.

La prima volta ch'io ti vidi, o caro,

Amabile ti vidi

Tornar da caccia, alto, ben fatto, e stavi

Colà di Brano presso il pino antico.

Molti eran teco giovinetti snelli

Diritti e belli;

Ma il più bello d'ogni altro era Silrico.

Che voce è questa ch'odo,

Voce simile a fresca auretta estiva?

No, il mormorar dell'arbuscel non sento

Che piega al vento,

Né più del monte

In su la fonte - io sto.

Di Fingallo alle guerre

Là nell'estranie terre

Lungi, Vinvela mia, lungi men vo.

I miei fidi can grigi

Non mi seguono più.

Sul colle i miei vestigi,

Cara, non vedrai tu.

Ed io non men, Vinvela mia vezzosa,

Non rivedrò più te,

Quando sul rio della pianura erbosa

Movi sì dolce il piè;

Gaia, come nell'aria

L'arco del ciel ridente;

Come la luna candida

Nell'onda d'occidente.

Dunque parti, Silrico, ed io qui resto

Su la collina meschinetta e sola?

Le damme già sopra l'alpestre vetta

Pascon senza timor;

Né temon fronda, o sussurrante auretta,

Che lungi è 'l cacciator.

Egli è nel campo delle tombe amare:

Chi sa s'egli rivien?

Stranieri per pietà, figli del mare,

Lasciatemi il mio ben.

Vinvela mia, se là nel campo io caggio,

Tu la mia tomba inalza;

Ammonticchiata terra, e bigie pietre

Serbino ai dì futuri

La ricordanza mia. Là sul meriggio

Verrà talvolta ad adagiare il fianco

Il cacciator già stanco,

Quando col cibo prenderà ristoro,

E al luogo, ov'io dimoro,

Volto, dirà, qui giace uno de' prodi;

E vivrà il nome mio nelle sue lodi.

Dolce Vinvela mia, s'io vado in guerra,

Serbami la tua fè;

Se basso basso giacerò sotterra,

Ricordati di me.

Sì, sì, mio dolce amore,

Di te mi sovverrò.

Oimè! ma tu cadrai,

Oimè, se tu ten vai

Per sempre, e che farò?

Sul muto prato,

Sul cupo monte,

Sul mesto fonte

Di te pensando andrò.

Qualor da caccia

Farò ritorno

Il tuo muto soggiorno

Con doglia rivedrò.

Oimè lassa dolente!

Silrico mio cadrà.

E Vinvela piagnente

Di lui si sovverrà.

Ed anch'io, disse il Re, del forte duce

Ben mi sovvengo; egli struggea la pugna

Nel suo furor, ma più nol veggo. Un giorno

Lo riscontrai sul colle: avea la guancia

Pallida, oscuro il ciglio, uscia dal petto

Spesso il sospiro: i suoi romiti passi

Eran verso il deserto; or non vi scorge

In tra la folla de' miei duci, quando

S'inalza il suon de' bellicosi scudi.

Abita forse di Cremora il sire

Nella picciola casa? Oh, disse Ullino,

Cronalo, dacci di Silrico il canto,

Quando giunse a' suoi colli, e più non era

La sua Vinvela. Ei s'appoggiava appunto

Su la muscosa tomba dell'amata,

E credea che vivesse; egli la vide

Che dolcemente si movea sul prato;

Ma non durò la sua lucida forma

Per lungo spazio, che fuggì dal campo

Il sole, ed ella sparve. Udite, udite;

Dolce, ma tristo è di Silrico il canto.

Io siedo presso alla muscosa fonte

Su la collina, ove soggiorna il vento,

Fischiami un arboscel sopra la fronte,

Rotar sul lido l'oscura onda io sento;

I cavrioli scendono dal monte,

Gorgoglia il lago, che commosso e drento,

Cacciator non si scorge in questi boschi,

È tutto muto; i miei pensier son foschi.

Deh ti vedessi, o mio dolce diletto,

Deh ti vedessi errar sul praticello,

Con quel tuo crin, che giù scende negletto,

E balza sopra l'ale al venticello,

Col petto candidetto ricolmetto,

Che sale, e scende, a rimirar sì bello,

E con l'occhietto basso e lagrimoso

Pel tuo Silrico dalla nebbia ascoso;

S'io ti vedessi, io ti dare' conforto,

E condurreti alla paterna casa.

Ma saria quella appunto

Ch'appar colà sul prato?

Se' tu, che per le rupi, o desiabile,

Ne vieni all'amor tuo? se' tu, mio ben?

Come la luna per l'autunno amabile,

O dopo nembo estivo il sol seren?

Ecco, che a me favella;

Ma quanto bassa mai

È la sua voce; e fioca!

Somiglia auretta roca

Fra l'alghe dello stagno.

Dunque salvo ritorni?

E dove son gli amici?

Salvo ritorni, o caro?

Su la collina la tua morte intesi,

Intesi la tua morte,

E ti piansi di pianto amaro, e forte.

Sì mia bella, io ritorno,

Ma della schiatta mia ritorno il solo:

Più non vedrai gli amici: io la lor tomba

Sulla pianura alzai. Ma dimmi, o cara,

Per la deserta vetta

Perché sola ti stai?

Perché così soletta

Lungo il prato ten vai?

Sola, Silrico mio,

Nella magion del verno

Sola sola son io.

Silrico mio, per te di duol son morta,

Sto nella tomba languidetta e smorta.

Disse, e fugge veloce,

Come nebbia sparisce innanzi al vento.

Amor mio, perché fuggi? ove ten vai?

Deh per pietade arrestati,

E guarda le mie lagrime.

Bella fosti, o Vinvela,

Bella quand'eri viva, e bella sei

Anche morta, o Vinvela, agli occhi miei.

Sulla cima del colle ventoso,

Sulla riva del fonte muscoso

Di te, cara, pensando starò.

Quando è muto il meriggio d'intorno

A far meco il tuo dolce soggiorno

Vieni, o cara, e contento sarò.

Vieni, vieni su l'ale al venticello,

Volami in grembo;

Vieni sul nembo

Quando sul monte appar.

Quando tace il meriggio, e 'l sol più coce,

Con quell'amabil voce

Vienimi a consolar.

Tal fu 'l canto di Cronalo la notte

Della gioia di Selma. In oriente

Sorse il mattino: l'azzurre onde rotolano

Dentro la luce. Di spiegar le vele

Fingal comanda; i romorosi venti

Scendono da' lor colli. Alla sua vista

S'erge Inistorre, e le muscose torri

Di Carritura, ma sull'alta cima

Verde fiamma sorgea di fumo cinta,

Segno d'affanno. Il Re picchiossi 'l petto,

La lancia impugna: intenebrato il ciglio

Tende alla costa, e guarda addietro al vento

Che avea 'l suo soffio rallentato; sparsi

Errangli i crini per le spalle, e siede

Terribile silenzio a lui sul volto.

Scese la notte, s'arrestò la nave

Nella baia di Rota; in su la costa,

Tutta accerchiata d'echeggianti boschi.

Pende una rupe: in su la cima stassi

Il circolo di Loda, e la muscosa

Pietra della Possanza: appiè si stende

Pianura augusta, ricoperta d'erba,

E di ramosi antichi alber, che i venti

Di mezza notte dall'alpestre masso

Imperversando avean con forti crolli

Diradicati: ivi d'un rio serpeggia

L'azzurro corso, ed il velluto cardo

Aura romita d'ocean percote.

S'alzò la fiamma di tre querce; intorno

Si diffuse la festa: il Re turbato

Stava pel sir di Carritura: apparve

La fredda luna in oriente, e 'l sonno

Su le ciglia de' giovani discese.

Splendeano a' raggi tremuli di luna

Gli azzurri elmetti; delle querce il foco

Già decadendo. Ma sul Re non posa

Placido sonno; ei di tutt'arme armato

S'alza pensoso, e lentamente ascende

Su la collina, a risguardar la fiamma

Della torre di Sarno. Ella splendea

Torba da lungi; ma la luna ascose

La sua faccia vermiglia: un nembo move

Dalla montagna; e porta in su le piume

Lo spirito di Loda. Al suo soggiorno

Ei ne venia de' suoi terrori in mezzo,

E gìa crollando la caliginosa

Asta; gli occhi parean fumose vampe

Nell'oscura sua faccia; e la sua voce

Era da lungi rimbombante tuono.

Ma contro lui del suo vigor la lancia

Move Fingallo, e gli favella altero.

Vattene, o figlio dell'oscura notte.

Chiama i tuoi venti, e fuggi: a che ten vieni

Dinanzi a me, d'aere e di nembi armato?

Temo fors'io tua tenebrosa forma,

Tetro spirto di Loda? è fiacco il tuo

Scudo di nubi, e fiacca è la tua spada,

Vana meteora; le rammassa il vento,

Ed il vento le sperde, e tu tu stesso

Sfumi ad un tratto: o della notte figlio,

Fuggi da me; chiama i tuoi venti, e fuggi.

E nel soggiorno mio tu di forzarmi

Dunque pretendi? replicar s'intese

La vuota voce: innanzi a me s'atterra

Il ginocchio del popolo: io la sorte

Delle battaglie, e dei guerrier decido,

Io sulle nazion guardo dall'alto,

E più non sono; le avvampanti nari

Sbuffano morte; io spazio alto su i venti,

Calpesto i nembi, e a' passi miei dinanzi

Van le tempeste: ma tranquillo, e cheto

E di là dalle nubi il mio soggiorno,

E lieti son del mio riposo i campi.

E ben, quei ripigliò, del tuo riposo

Statti ne' campi, e di Comallo il figlio

Scorpati: da' miei colli ascendo io forse

Alle tranquille tue pianure, o vengo

Sulle nubi con l'asta ad incontrarti,

Tetro spirto di Loda? e perché dunque

Bieco mi guardi? e perché scuoti, o folle,

Quell'aerea tua lancia? invan tu bieco

Guati Fingallo; io non fugii dai prodi,

E me spaventeran del vento i figli?

No, che dell'arme lor so la fiacchezza.

Va', soggiunse lo spettro, or vanne, e 'l vento

Ricevi: i venti di mia man nel vuoto

Stannosi; è mio delle tempeste il corso.

Mio figlio è 'l re di Sora: egli alla Pietra

Di mia Possanza le ginocchia inchina.

Son le sue squadre a Carritura intorno;

Ei vincerà. Figlio di Comal fuggi

Alle tue terre, o proverai bentosto

Del mio ardente furor gli orridi effetti.

Disse, e contro Fingallo alzò la lancia

Caliginosa, e della sconcia forma

L'altezza formidabile piegò.

Ma quei s'avanza, e trae l'acciar, lavoro

Dell'affumato Luno; il suo corrente

Sentier, penetra agevole pel mezzo

Dell'orrid'ombra: lo sformato spettro

Cade fesso nell'aria, appunto come

Nera colonna di fumo, che sopra

Mezzo spenta fornace alzasi, e quella

Fende verghetta di fanciul per gioco.

Urlò di Loda il tenebroso spirto.

Ed in sé rotolandosi nell'aria,

S'alza, e svanisce. L'orrid'urlo udiro

L'onde nel fondo, e s'arrestaro a mezzo

Del loro corso con terror; dal sonno

Tutti ad un tratto di Fingallo i duci

Scossersi, ed impugnar l'aste pesanti.

Cercano il Re, nol veggono; turbati

S'alzano con furor; gli scudi, e i brandi

Rimbomban tutti. In oriente intanto

La luna apparve, il Re fè a' suoi ritorno

Scintillante nell'armi; alta la gioia

Fu de' giovani suoi, tranquilla calma

Serenò le lor anime, siccome

Dopo tempesta abbonacciato mare.

Ullino alzò della letizia il canto,

E d'Inistor si rallegraro i colli;

Fiamma di quercia, alzossi, e rimembrarsi

Le belle istorie degli antichi eroi.

Ma d'altra parte d'una pianta all'ombra

Sedea pien d'amarezza il re di Sora,

Frotallo: intorno a Carritura sparse

Son le sue squadre, egli le mura irato

Guarda fremendo, e sitibondo il sangue

Vuol di Catillo, che lo vinse in guerra.

Allor che Anniro, di Frotallo padre,

Regnava in Sora, un improvviso nembo

Sorse sul mar, che ad Inistor portollo.

Frotal si stette a festeggiar tre giorni

Nelle sale di Sarno, e vide gli occhi

Di Comala soavemente lenti;

Videli, e nel furor di giovinezza

Ratto s'accese, e impetuoso corse

Per farsi a forza possessore e donno

Della donzella dalle bianche braccia.

Ma vi s'oppon Catillo: oscura zuffa

S'alza: Frotallo è nella sala avvinto.

Ivi langue tre giorni; alla sua nave

Sarno nel quarto rimandollo. A Sora

Egli salvo tornò; ma la sua mente

Negra si fè di furibondo sdegno

Fin da quel dì contro Catilo; e quando

Dalla fama d'Annir s'alzò la pietra,

Ei scese armato; e alle muscose intorno

Mura di Sarno alta avvampò battaglia.

Sorse il mattin sopra Inistor: Fingallo

Batte l'oscuro scudo; a quel rimbombo

Scotonsi i duci suoi; s'alzan, ma gli occhi

Tengono al mar; veggion Fingal che viene

Nel suo vigor: parlò Tubarre il primo.

Re di Sora, e chi vien simile al cervo,

Cui tien dietro il suo gregge? egli è nemico;

Veggo la punta di sua lancia: ah forse

È il re di Morven, tra' mortali il primo,

L'alto Fingal; l'imprese sue Gormallo

Rimembra, e sta de' suoi nemici il sangue

Nelle sale di Starno: a chieder vado

Dei Re la pace? egli è folgor del cielo.

Figlio del fiacco braccio, a lui rispose

Frotallo irato, incominciar dovranno

Dalle tenebre adunque i giorni miei?

Io cederò pria di veder battaglia?

Ma che direbbe in Sora il popol mio?

Frotallo uscì, come meteora ardente,

Diria; nube scontrollo, egli disparve.

No no, Tubar, no, re di Tora ondosa,

Non cederò; me la mia fama, come

Striscia di luce, fascerà d'intorno.

Uscì de' suoi col rapido torrente,

Ma rupe riscontrò: Fingallo immoto

Stettesi: rotte rotolaro addietro

Le schiere sue, né rotolar sicure.

L'asta del Re gl'incalza: il campo è tutto

Ricoperto d'Eroi: frapposto colle

Solo fu schermo alle fuggenti squadre.

Vide Frotallo la lor fuga, e rabbia

Sorse nel petto suo; torbido il guardo

Tien fitto al suol; chiama Tubar: - Tubarre,

Il mio popol fuggì, cessò d'alzarsi

la gloria mia, che più mi resta? io voglio

Pugnar col Re; sento l'ardor dell'alma;

Manda cantor, che la battaglia chieda.

Tu non opporti: ma, Tubarre, io amo

Una donzella: ella soggiorna appresso

L'acque di Tano, ella è d'Erman la figlia,

Uta dal bianco sen, dal dolce sguardo.

Essa la figlia d'Inistor paventa,

E al mio partir trasse dal petto il suo

Delicato sospiro: or vanne, e dille

Che basso io son, ma che soltanto in lei

Il mio tenero cor prendea diletto.

Così parlò pronto a pugnar; ma lungi

Non era il soavissimo sospiro

Della bell'Uta: ella in maschili spoglie

Avea seguito il suo guerrier sul mare.

Sotto lucido elmetto ella volgea

Furtivamente l'amoroso sguardo

Al giovinetto: ma scorgendo adesso

Avviarsi 'l cantor; tre volte l'asta

Di man le cadde, il crin volava sciolto,

Spessi spessi gonfiavanle i sospiri

Il candidetto seno; inalza gli occhi

Dolce-languenti cerso il Re: volea

Parlar, tre volte lo tentò, tre volte

Morì sul labbro la tremante voce.

Fingallo ode il cantor, ratto sen venne

Col suo possente acciar: le mortali aste

Si riscontraro, ed i fendenti alzarsi

Di loro spade: ma discese il brando

Impetuoso di Fingallo, e in due

Spezzò lo scudo al giovinetto; esposto

È 'l suo bel fianco; ei mezzo chino a terra

Vede la morte: oscurità s'accolse

Sull'alma ad Uta; per le guance a rivi

Discorrono le lagrime; ella corre

Per ricoprirlo col suo scudo; un tronco

Le s'attraversa, incespica, riversasi

Sul suo braccio di neve, elmetto e scudo

Le cadono, discopresi il bel seno,

La nera chioma sul terreno è sparsa.

Vide il Re la donzella, e pietà n'ebbe,

Ferma il brando inalzator, a lor si china

Umanamente, e nel parlar, sull'occhio

Gli spuntava la lagrima pietosa.

O re di Sora, di Fingallo il brando

Non paventar. Non lo macchiò giammai

Sangue di vinto, e di guerrier caduto

Petto mai non passò: sul Tora ondoso

S'allegri il popol tuo, goda la bella

Vergine del tuo amor: perché mai devi

Cader nel fresco giovenil tuo fiore?

Frotallo udì del Re le voci, e a un punto

Ei vide alzarsi la donzella amata.

Stettersi entrambi in lor bellezza muti,

Come due verdi giovinette piante

Sulla pianura, allor che il soffio avverso

Cessò del vento, e su le foglie pende

Di primavera tepidetta pioggia.

Figlia d'Erman, diss'ei, venisti adunque

In tua bellezza dall'ondoso Tora,

Per mirar abbattuto alla tua vista

Il tuo guerrier? ma l'abbattero i prodi,

Donzelletta gentil, né ignobil braccio

Vinse d'Anniro il figlio al carro nato.

Terribile, terribile in battaglia,

Re di Morven, sei tu, ma poscia in pace

Rassembri il Sol, che dopo pioggia appare:

Dal verdeggiante stelo in faccia a lui

I fiori alzano il capo, e i venticelli

Van dibattendo mormoranti piume.

Oh fostù in Sora, o fosse sparsa intorno

La festa mia! vedriano i re futuri

L'arme tue nella sala, e della fama

S'allegrerien de' padri suoi, che l'alto

Fingal possente di mirar fur degni.

Della di Sora valorosa stirpe,

Figlio d'Anniro, s'udirà la fama,

Disse Fingal: quando son forti i duci

Nella battaglia, allor s'inalza il canto;

Ma se discendon sopra imbelli capi

Le loro spade, se de' vili il sangue

Tinge le lance, il buon cantor si scorda

De' loro nomi, e son lor tombe ignote.

Verrà sopra di quelle ad inalzarsi

Casa o capanna il peregrino, e mentre

Ei sta scavando l'ammontata terra,

Scoprirà logra e rugginosa spada,

E in mirarla dirà: queste son l'arme

D'antichi duci, che non son nel canto.

Tu Inistor vieni alla festa, e teco

La verginella del tuo amor ne venga,

E i nostri volti brilleran di gioia.

Prese la lancia, e maestosamente

Di sua possanza s'avanzò nei passi.

Di Carritura omai le porte schiudonsi,

La festa della conca in giro spargesi;

Alto intorno suonò voce di musica,

Gioia disfavillò pe' larghi portici,

Udivasi d'Ullin la voce amabile,

L'amabile di Selma arpa toccavasi.

Uta allegrossi nel mirarlo, e chiese

La canzon del dolor: sull'umid'occhio

La lagrima pendeale turgidetta,

Quando comparve la dolce Crimora,

Crimora figlia di Rinval, che stava

Là sull'ampio di Lota azzurro fiume.

Lunghetta istoria, ma soave; in essa

La vergine di Tora ebbe diletto.

Chi vien dalla collina

Simile a nube tinta

Dal raggio d'occidente?

Che voce è questa mai sonora e piena

Al par del vento,

Ma, qual di Carilo

L'arpa, piacevole?

Egli è il mio amore, è l'amor mio che scende,

E nell'acciar risplende,

Ma tristo porta e nubiloso il ciglio.

Vive la forte schiatta di Fingallo:

Qual affligge disastro il mio Conallo?

Essi son vivi, o cara,

Io ritornar poc'anzi

Dalla caccia gli vidi,

Qual torrente di luce: il Sol vibrava

Su i loro scudi, essi scendean dal colle

Come lista di foco. O mia Crimora,

Già la guerra è vicina,

È della gioventude alta la voce.

Dargo, Dargo feroce

Doman viene a far prova

Della possanza della stirpe nostra.

Egli a battaglia sfida

La schiatta di Fingallo invitta e forte,

Schiatta delle battaglie e della morte.

È ver, Conallo, io vidi

Le vele sue, che qual nebbia stendevansi

Sul flutto azzurro, e lente s'avanzavano

Verso la spiaggia. O mio Conallo, molti

Son di Dargo i guerrier.

Recami, o cara,

Lo scudo di tuo padre,

Il forte di Rinval ferrato scudo,

Che a colma Luna rassomiglia, quando

Fosca infocata per lo ciel si move.

Ecco, o Conal, lo scudo,

Ma questo non difese il padre mio;

Cadd'ei dall'asta di Gormiro ucciso,

Tu puoi cader.

Posso cader, è vero,

Ma tu, Crimora, la mia tomba inalza.

Le bigie pietre, e un cumulo di terra

Faran ch'io viva ancor spento e sotterra.

Tu a quella vista,

Molle di lagrime

Volgi il leggiadro aspetto:

E muta e trista

Sopra il mio tumulo,

Picchia più volte il petto.

Bella sei come luce, o mia diletta,

Pur non poss'io restar.

Più dolce se' che sopra il colle auretta,

Pur ti degg'io lasciar.

S'egli avvien ch'io soccomba,

Dolce Crimora, inalzami la tomba.

E ben, dammi quell'arme,

Sì, quell'arme di luce; e quella spada,

E quell'asta d'acciaro; io verrò teco,

Teco farommi incontro

Al fero Dargo e crudo,

E al mio dolce Conal mi farò scudo.

O patri monti,

O colli, o fonti,

O voi cervetti, addio.

Io più non tornerò,

Lungi lungi men vo,

E nella tomba sto - con l'amor mio.

Né mai più ritornaro? Uta richiese

Sospirosetta: cadde in campo il prode?

Visse Crimora? era il suo spirto afflitto

Pel suo Conallo, e solitari i passi?

Non era ei grazioso, come raggio

Di Sol cadente? Vide Ullin sull'occhio

La lagrima che usciva, e prese l'arpa

Dolce-tremante: amabile, ma tristo,

Era il suo canto, e fu silenzio intorno.

L'oscuro autunno adombra le montagne,

L'azzurra nebbia sul colle si posa,

Flagella il vento le mute campagne.

Torbo il rio scorre per la piaggia erbosa,

Stassi un alber soletto, e fischia al vento,

E addita il luogo, ove Conal riposa.

E quando l'aura vi percote drento,

La sparsa foglia, che d'intorno gira

Copre la tomba dell'eroe già spento.

Quivi sovente il cacciator rimira

L'ombre de' morti, allor che lento lento

Erra sul mesto prato, e ne sospira.

Chi del tuo chiaro sangue

Giunger potrebbe alla primiera fonte,

Chi numerar, Conallo, i padri tuoi?

Crebbe la stirpe tua qual quercia in monte,

Che con l'altera fronte

Incontra il vento, e al ciel poggia sublime:

Or dall'annose cime

Al suol la rovesciò nembo di guerra;

Chi potrà 'l luogo tuo supplire in terra?

Qui qui dell'armi il fier rimbombo intesesi,

Quivi i fremiti,

Quivi i gemiti

Dei moribondi: sanguinose orrende

Le guerre di Fingallo:

O Conallo, o Conallo,

Qui fu dove cadesti: era il tuo braccio

Turbo, e folgore il brando;

Dagli occhi uscia, qual da fornace, il foco,

Era a veder l'altezza

Rupe in pianura, a cui vento si spezza.

Romorosa qual roca tempesta

La tua voce a' nemici funesta

Nelle pugne s'udia rimbombar.

Dal tuo brando gli eroi cadean non tardi,

Come cardi,

Cui fanciullo

Per trastullo

Con la verga suol troncar.

Ecco Dargo s'avanza,

Dargo terribil, come

Nube di folgor grave: avea le ciglia

Aggrottate ed oscure,

E gli occhi suoi nella ferrigna fronte

Parean caverne in monte.

Scendon rapidi i brandi, e orribilmente

Alto sonar si sente

Il ripercosso acciaro; era dappresso

La figlia di Rinvallo,

La vezzosa Crimora,

Che risplendea sotto guerriero arnese,

Ella seguito in guerra

Avea l'amato giovinetto; sciolta

Pendea la gialla chioma, in mano ha l'arco;

Già l'incocca,

Già lo scocca

Per ferir Dargo; ahi! ma la man sfallisce,

E fere il suo Conallo: ei piomba a basso

Qual quercia in piaggia, o qual da rupe un masso.

Misera vergine,

E che farà?

Il sangue spiccia;

Conal sen va.

Stette tutta la notte e tutto il giorno,

Sempre gridando intorno:

O Conallo, o mia vita, o amor mio;

Trista angosciosa piangendo morio.

Stretta e rinchiusa poca terra serba

Coppia di cui più amabil non s'è vista;

Cresce fra i sassi del sepolcro l'erba;

Io siedo spesso alla nera ombra e trista.

Vi geme il vento, e la memoria acerba

Sorgemi dentro, e l'anima m'attrista;

Dormite in pace placidi e soletti,

Dormite, o cari, nella tomba stretti.

Sì, dolce amabilissimo riposo

Godete, o figli dell'ondoso Lota,

Uta soggiunse; io ne terrò mai sempre

Fresca la ricordanza; e quando il vento

Sta nei boschi di Tora, ed il torrente

Romoreggia dappresso, allora a voi

Sgorgheranno i miei pianti; alle vostr'ombre

S'inalzerà la mia canzon segreta,

E voi verrete sul mio cor con tutta

La dolce possa della doglia vostra.

Tre giorni i Re stettersi in festa, il quarto

Spiegar le vele: aura del nord sul legno

Porta Fingallo alle morvenie selve.

Ma lo spirto di Loda assiso stava

Nelle sue nubi, di Frotal le navi

Seguendo, e in fuor si sospingea con tutti

Gli atri suoi nembi: né però si scorda

Delle ferite di sua tetra forma,

E dell'Eroe la destra anco paventa.