CARTONE
Storie de' prischi tempi, e forti fatti
Il mormorio delle tue onde, o Lora,
Mi risveglia nell'alma; e dolce o Garma,
È a quest'orecchio de' tuoi boschi il suono.
Malvina, vedi tu quell'erta rupe
Che al cielo inalza la petrosa fronte?
Tre pini antichi cogli annosi rami
Vi pendon sopra, ed al suo piè verdeggia
Pianura angusta: ivi germoglia il fiore
Della montagna, e va scotendo al vento
Candida chioma; ivi soletto stassi
L'ispido cardo: due muscose pietre,
Mezzo ascoste sotterra, ai riguardanti
Segnan quel luogo: dall'alpestre balzo
Bieco il sogguarda il cavriolo, e fugge
Tutto tremante, che nell'aere ei scorge
La pallid'ombra ch'ivi a guardia siede.
Però che là nella ristretta valle
Dell'alta roccia, ineccitabil sonno
Dormon l'alme dei forti: or odi, o figlia,
Storie de' prischi tempi, e forti fatti.
Chi è costui, che dall'estrania terra
Vien tra' suoi mille? lo precede il Sole,
E sgorga lucidissimo torrente
Innanzi ad esso, e de' suoi colli il vento
Vola incontro al suo crin: sorride in calma
Placido il volto, come suole a sera
Raggio che fuor per l'azzurrino velo
Di vaga nuvoletta in occidente
Guarda di Cona su la muta valle.
Chi, fuorché il figlio di Comallo, il prode
Di Morven re, dai gloriosi fatti?
Ei vincitor ritorna, e i colli suoi
Di riveder s'allegra, e vuol che mille
Voci sciolgansi al canto. - Alfin fuggiste,
Audaci figli di lontana terra,
Domati in guerra - lungo i campi vostri
Dai brandi nostri, - e con dolor profondo
Il Re del mondo - che la strage or sente
Della sua gente, - ed il suo scorno vede,
La guancia fiede, - e giù balza dal soglio
Rosso d'orgoglio; - il fero sguardo gira,
Lampeggia d'ira - a' suoi danni pensando,
E indarno il brando - de' suoi padri afferra:
Fuggiste o figli di lontana terra.
Sì parlaro i cantor, quando alle mura
Giunser di Selma: scintillaro intorno
Mille tolte ai stranier candide luci.
Si diffonde il convito, ed in feste e canti
Passa la notte. Ov'è, Fingallo esclama,
Il nobil Clessamorre? ov'è 'l compagno
Del padre mio? perché non viene anch'egli
Il giorno a festeggiar della mia gioia?
Ei sulle rive del sonante Lora
Vive mesto ed oscuro. Eccolo, ei scende
Dalla collina: e nelle vecchie membra
Porta fresco vigore, e par destriero,
Che fiuta l'aura de' compagni, e scuote
Lucide giube. Oh benedetta l'alma
Di Clessamorre! perché mai sì tardo
Giungesti in Selma? Ah tu ritorni, ei disse,
In mezzo alla tua fama, o duce invitto.
Tal, mi rimembra, era Comallo il padre
Nelle battaglie giovenili: insieme
Spesso varcammo de' stranieri a danno
Le sponde del Carron, né i brandi nostri
Tornar digiuni di nemico sangue,
Né il Re del mondo ebbe cagion di gioia.
Ma perché rammentar battaglie e fatti
Di giovinezza? i miei capelli omai
Fansi canuti, la mia man si scorda
Di piegar l'arco, e l'infiacchito braccio
Inalza asta più lieve. Oh se tornasse
La mia freschezza, ed il vigor primiero
Nelle mie membra, come allor ch'io vidi
Il bianco seno di Moina; e gli occhi
Fosco-cerulei! E in questo dir sul labbro
Spunta un sospiro. Allor Fingallo a lui,
Narraci, disse, la pietosa istoria
De' tuoi verd'anni. Alta mestizia, amico,
Fascia il tuo spirto, come nebbia il Sole:
Son foschi i tuoi pensier; solingo e muto
Lungo il Lora ti stai; di sgombrar tenta,
Sfogando il tuo dolor, della tristezza
La negra notte che i tuoi giorni oscura.
Era, quei ripigliò, stagion di pace,
Quando mi prese di mirar talento
Le di Barcluta torreggianti mura.
Soffiava il vento nelle bianche vele,
E 'l Cluta aperse alla mia nave il varco;
Cortese ospizio nel regale albergo
Ebbi tre dì di Rotamiro, e vidi,
Vidi quel raggio d'amorosa luce,
La figlia sua. N'andò la conca in giro
Portatrice di gioia; il vecchio Eroe
Diemmi la bella. Biancheggiava il petto,
Come spuma sull'onda; erano gli occhi
Stelle di luce, e somigliava il crine
Piuma di corvo; era gentile e dolce
Quel caro spirto: amor mi scese all'alma
Profondamente, ed al soave aspetto,
Sentia stemprarsi di dolcezza il core.
Giunse in quel punto uno stranier, che ambiva
Di Moina l'amor; parlommi altero,
E la man nel parlar correagli al brando.
Ov'è, diss'egli, l'inquieto errante
Figlio del colle? ov'è Comallo? ei certo
Poco lungi esser dee, poiché sì ardito
Qua s'inoltra costui. Guerrier, risposi,
L'alma mia d'una luce arde e sfavilla,
Ch'è propria sua, né la mendica altronde:
Benché i forti sien lungi, io sto fra mille,
Né m'arretro al cimento. Alto favelli
Perché solo son io; ma già l'acciaro
Mi trema al fianco, e impaziente agogna
Di scintillarmi nella man: t'accheta,
Non parlar di Comal, figlio superbo
Del serpeggiante Cluta. A cotai detti
Tutta la possa del feroce orgoglio
Sorse contro di me; pugnammo, ei cadde
Sotto il mio brando: al suo cader, le rive
Sonar del Cluta, e mille lance a un punto
Splender io vidi, e mille spade alzarsi.
Pugnai, fui vinto; io mi slanciai nell'onda,
Spiegai le vele, e in mar mi spinsi. Al lido
Venne Moina, e mi seguia cogli occhi
Rossi di pianto, e verso me volava
Sparsa al vento la chioma; io ne sentia
Le amare strida, e già più volte il legno
Di rivolger tentai; prevalse il vento:
Né più il Cluta vid'io, né il candidetto
Sen di Moina. Ella morio, m'apparve
La bell'ombra amorosa: io la conobbi
Mentre veniane per l'oscura notte
Lungo il fremente Lora, e parea Luna
Testè rinata, che traluce in mezzo
Di densa nebbia, allor che giù dal cielo
Fiocca spessa la neve in larghe falde,
E 'l mondo resta tenebroso e muto.
Tacque, ciò detto, e a' suoi cantor rivolto
Disse l'alto Fingal: figli del canto,
All'infelice e tenera Moina
Lodi tessete, e coi leggiadri versi
La bell'ombra invitate ai nostri colli,
Ond'ella possa riposarsi accanto
Alle di Morven rinomate Belle,
Raggi solari dei passati giorni,
E dolce cura degli antichi eroi.
Vidi Barcluta anch'io, ma sparsa a terra,
Rovine, e polve: strepitando il foco
Signoreggiato avea per l'ampie sale,
Né più città, ma d'abitanti muto
Era deserto: al rovinoso scrollo
Delle sue mura, avea cangiato il Cluta
L'usato corso: il solitario cardo
Fischiava al vento per le vuote case;
Ed affacciarsi alle fenestre io vidi
La volpe, a cui per le muscose mura
Folta e lungh'erba iva strisciando il volto.
Ahi di Moina è la magion deserta,
Silenzio alberga nei paterni tetti:
Sciogliete il canto del dolore, o vati,
Su i miseri stranieri: essi un sol punto
Prima di noi cadero; un punto poi
Cadrem noi pur, sì cadrem tutti. O figlio
Dei giorni alati, a che le sale inalzi
Pomposamente? oggi tu guardi altero
Dalle tue torri: attendi un poco, il nembo
Piomberà nel deserto: ei già nel vuoto
Tuo cortil romoreggia, e fischia intorno
Al mezzo infranto e vacillante scudo.
Ma piombi il nembo; e che sarà? famosi
Fieno i dì nostri; del mio braccio il segno
Starà nel campo, e andrà 'l mio nome a volo
Su le penne dei versi. Alzate il canto,
Giri la conca, e la mia sala echeggi
Di liete grida. O tu celeste lampa,
Dimmi, o Sol, cesserai? verrai tu manco
Possente luce? ah s'è prescritto il fine
Del corso tuo, se tu risplendi a tempo,
Come Fingallo; avrem carriera, o Sole,
Di te più lunga; l'alta gloria nostra
Sorviverà nel mondo ai raggi tuoi.
Così cantò l'alto Fingallo: i mille
Cantori suoi da' lor sedili alzarsi
E s'affollaro ad ascoltar la voce
Del loro re, che somigliava al suono
Di music'arpa, cui vezzeggia auretta
Di primavera. Eran leggiadri e dolci,
Fingallo, i tuoi pensieri: ah perché mai
Ossian da te la gagliardia non trasse
Dell'alma tua? ma tu stai solo, o padre,
E qual altro oseria portisi accanto?
Passò in canti la notte, e 'l dì rifulse
Sulla lor gioia: già le grigie cime
Scopron le rupi, al lor piè da lungi
Rota l'onda canuta, e in lievi crespe
L'azzurra faccia sorridea del mare.
S'alza nebbia dal lago, e in sé figura
Forma di veglio: le sue vaste membra
Lentamente s'avanzano sul piano,
A passi no, che la reggeva un'ombra
Per mezzo all'aria; nella regia sala
Entra di Selma, e si discioglie in pioggia
Di nero sangue. Il Re fu 'l sol che scorse
L'orrido obietto, e presagì la morte
Del popol suo. Tacito ei sorge, e afferra
L'asta del padre: gli fremea sul petto
Ferrato usbergo; ergonsi i duci, e muti
Si risguardon l'un l'altro, e spiano intenti
Del Re gli sguardi: a lui pinta sul volto
Veggon la pugna, e sull'acuta lancia
Scorgon la morte dell'armate intere.
Mille scudi impugnarsi, e mille spade
S'imbrandiro ad un punto, e Selma intorno
Suona d'arme e sfavilla: urlano i cani,
Non respirano i duci, e in aria l'aste
Sospese stanno, e nel re fitti isguardi.
O di Morven, diss'ei, figli possenti,
Tempo or non è di ricolmar la conca
Gioiosamente; sopra noi s'abbuia
Aspra battaglia, e su le nostre terre
Vola la morte. A me l'annunzio amica
Ombra recò: vien lo stranier dal mare
Fosco-rotante, che dall'onde il segno
Venne del gran periglio. Ognuno impugni
La poderosa lancia, ognuno al fianco
Cinga il brando paterno; ad ogni capo
Il nero elmo s'adatti, e in ogni petto
Splenda l'usbergo: si raccoglie e addensa,
Come tempesta, la battaglia, e in breve
Udrete intorno a voi l'urlo di morte.
Mosse l'Eroe delle sue squadre a fronte,
Simile a negra nube, a cui fa coda
Verde striscia di fuoco, allor che in cielo
S'alza di notte, ed il nocchier prevede
Vicino nembo. Si ristette l'oste
Sopra il giogo di Cona, e lei dall'alto
Le verginelle dal candido seno
Rimirano qual bosco: esse la morte
Preveggon già dei garzonetti amati,
E paurose guardano sul mare
E fansi inganno; ad ogni candid'onda
Credon mirar le biancheggianti vele
Degli stranieri, e sulle smorte guancie
Stannosi l'amorose lagrimette.
Sorse dal mare il Sole, e noi scoprimmo
Lontana flotta: lo stranier sen venne,
Come dall'ocean nebbia; sul lido
Balza la gioventù. Sembrava il duce
Cervo in mezzo al suo gregge; asperso d'oro
Folgoreggia lo scudo, e maestoso
S'avanza il sir dell'aste; avviasi a Selma,
Seguonlo i mille suoi. Vattene, Ullino,
Col tuo canto di pace al re dei brandi,
Disse Fingal, digli che siam possenti
Nelle battaglie, e dei nemici nostri
Molte son l'ombre; ma famosi e chiari
Son quei che festeggiar nelle mie sale.
Essi de' padri miei mostrano l'arme
Nelle terre straniere, e lo straniero
N'ha meraviglia, e benedetti, ei grida,
Sien di Morven gli amici: i nostri nomi
Suonan da lungi, e ne tremaro in mezzo
Dei popoli soggetti i re del mondo.
Ullino andò col suo canto di pace,
E sopra l'aste riposossi intanto
L'alto Fingallo. Ei scintillar nell'armi
Vide il nemico, e benedisse il figlio
Dello stranier. Prole del mare, ei disse,
Deh come arieggi maestoso e bello!
Raggio di forza che ti splende al fianco
È la tua spada, e la tua lancia un pino
Sfidator di tempeste, e della Luna
Lo scudo uguaglia il variato aspetto
In ampiezza e splendor: vermiglia e fresca
La faccia giovenil, morbide e liscie
Sono le anella della bruna chioma.
Ahi, ma cader poria sì bella pianta,
E la memoria sua svanir per sempre.
Trista sarà dello stranier la figlia,
E guarderà sul mare: i fanciulletti
Diran tra lor, nave vediamo, oh! nave!
Questo è 'l re di Barcluta: il pianto corre
Agli occhi della madre, e i suoi pensieri
Sono a colui che forse in Morven dorme.
Sì disse il Re, quando a Carton dinnanzi
Sen giunse Ullin, gettò la lancia a terra,
E così sciolse della pace il canto.
Vieni alla festa di Fingallo, oh vieni
Figlio del mar: vuoi del regal convito
Venirne a parte, o sollevar ti piace
L'asta di guerra? de' nemici nostri
Molte son l'ombre; ma famosi e chiari
Gli amici son della Morvenia stirpe.
Mira, Carton, quel campo: ivi s'inalza
Verde collina con muscose pietre
E susurrante erbetta, ivi le tombe
Son dei nemici di Fingallo invitto,
Audaci figli del rotante mare,
O, rispose Carton, dell'arborosa
Morven cantor, che parli? a cui favelli?
Forse al debol nell'armi? è la mia faccia
Pallida per timor, figlio canuto
Del pacifico canto? E perché dunque
Pensi il mio spirto d'atterrir, membrando
Le morti altrui? fè di sé prova in guerra
Spesso il mio braccio, e la mia fama è nota.
Vanne a' fiacchi nell'armi; ad essi impera
Di cedere a Fingal. Non vidi io forse
L'arsa Barcluta? e a festeggiar andronne
Col figlio di Comal? col mio nemico?
Misero! io non sapea fanciullo allora
Per che acerba cagion dal mesto ciglio
Delle vergini afflitte e delle spose
Sgorgasse il pianto, e s'allegravan gli occhi
Nel mirar le fumose atre colonne
Ch'alto s'ergean su le distrutte mura.
Spesso con gioia rivolgeami indietro,
Mentre gli amici dissipati e vinti
Lungo il colle fuggian. Ma quando giunse
L'età di giovinezza e 'l musco io vidi
Dell'atterrate mura, i miei sospiri
Usciano col mattino, e con la sera
Da quest'occhi scendean lagrime amare,
Né pugnerò, meco diss'io, coi figli
De' miei nemici? né farò vendetta
Dell'arsa patria? Sì cantor, battaglia
Voglio, battaglia, che nel petto io sento
Già palpitar la gagliardia dell'alma.
Strinsersi intorno dell'Eroe le squadre,
E si snudar le rilucenti spade.
Qual colonna di foco in mezzo ei stassi:
Tralucongli le lagrime sugli orli
Mezzo ascose degli occhi: ei volve in mente
L'arsa Barcluta, e l'impeto dell'alma
Sorge affollato e balza fuor; la lancia
Tremagli nella destra, e pinta innanzi
Lo stesso re par che minacci. Oh, disse
Il nobile Fingal, degg'io sì tosto
Farmegli incontro ed arrestarlo in mezzo
Del corso suo, prima che in fama ei salga?
Ma dir potria nel rimirar la tomba
Dell'estinto Carton, futuro vate:
Fingal co' suoi l'alto garzone oppresse
Pria ch'ei salisse in rinomanza e in fama.
No, futuro cantor, no, di Fingallo
Non scemerai la gloria: i duci miei
Combatteran col giovinetto, ed io
Starò la pugna a riguardar: s'ei vince
Io piomberò nel mio vigor, simile
Alla corsia del romoroso Lora.
Chi primo il figlio del rotante mare,
Miei duci, affronterà? molti ha sul lido
Prodi guerrieri, e la sua lancia è forte.
Primo nel suo vigor sorse Catillo
Possente figlio di Lormar; trecento
Giovani lo seguian, prole animosa
Del suo flutto natio; fiacco è 'l suo braccio
Contro Cartone; i suoi fuggiro, ei cadde.
Scese Conallo, e rinnovò la pugna,
Ma spezzò l'asta poderosa: avvinto
Giace nel campo, i suoi Cartone insegue.
Clessamor, disse il Re, dov'è la lancia
Del tuo vigor? puoi tu mirar senz'ira
Conallo avvinto, il tuo Conallo, all'acque
Del patrio Lora? ah ti risveglia, e sorgi
Nello splendor del tuo possente acciaro,
Tu di Conallo amico, e fa' che senta
Il giovinetto di Barcluta altero
Tutta la possa del Morvenio sangue.
S'alza l'Eroe, cinge l'acciaro, impugna
Lo scudo poderoso: esce crollando
Il crin canuto, furibondo, e pieno
Della baldanza del valore antico.
Stava carton sull'alta roccia: ei vede
Appresarsi il guerriero, in lui s'affisa.
Piacegli la terribile del volto
Serenitade, e in canutezza antica
Il vigor giovenil. Degg'io, diss'egli,
Quell'asta sollevar che non colpisce
Più che una volta? o salverò piuttosto
Con parole pacifiche la vita
Del vecchio eroe? sta maestà ne' suoi
Passi senili, e de' suoi giorni sono
Amabili gli avanzi. Ah! forse questo
È l'amor di Moina, il padre mio:
Più volte udii ch'egli abitar solea
Lungo il Lora echeggiante. Ei sì parlava,
Quando a lui giunse Clessamorre, ed alto
Sollevò la sua lancia; il giovinetto
La ricevè sopra lo scudo, e a lui
Volse così pacifiche parole.
Dimmi guerriero dall'antica chioma,
Mancan giovani forse alla tua terra
Che impugnin l'asta? o non hai figlio alcuno
Che in soccorso del padre alzi lo scudo,
E della gioventude il braccio affronti?
Non è più forse del tuo amor la sposa?
O siede lagrimosa in su la tomba
De' figli suoi? Deh di', sarestù mai
Un dei re de' mortali? e se tu cadi
Qual fia la fama del mio brando? Grande,
Figlio dell'alterezza, a lui rispose
L'eccelso Clessamor, famoso e noto
In guerra io son, ma ad un nemico il nome
Non scopersi giammai. Figlio dell'onda,
Cedimi, allor saprai che in più d'un campo
Rimase impresso del mio braccio il segno.
Ch'io ceda, o re dell'aste? allor soggiunse
Del giovinetto il generoso orgoglio;
Io non cessi giammai: spesso in battaglia
Ho pur io combattuto, e vidi l'ombra
Di mia fama futura; o de' mortali
Capo, non mi spregiar: forte è 'l mio braccio,
Forte la lancia mia, va' fra' tuoi duci
A ricovrarti, e le battaglie e l'armi
Lascia ai giovani eroi. Perché ferisci
L'alma mia d'una lagrima pietosa,
Replicò Classamor? L'età non trema
Nella mia destra, inalzar posso il brando.
Io fuggir di Fingallo innanzi agli occhi?
Innanzi agli occhi di Conal? No, figlio
Del fosco mar, non ho fuggito ancora,
Non fuggirò; stendi la lancia, e taci.
Essi pugnar, come contrari venti
Ch'onda frapposta d'aggirar fan prova.
Ma 'l garzon comandava alla sua lancia
Ch'ella sfallisse, perché pur credea
Che il nemico guerriero esser potesse
Lo sposo di Moina. Egli in due tronchi
L'asta spezzò di Clessamorre, il brando
Gli strappò dalle man; ma mentre ei stava
Per annodarlo, Clessamorre estrasse
Il pugnal de' suoi padri; inerme il fianco
Vide, e l'aperse di mortal ferita.
Scorge abbattuto Clessamor dall'alto
Fingallo, e rapidissimo discende
D'arme sonando: in faccia a lui si stette
L'oste in silenzio; nell'Eroe son fitti
Tutti gli sguardi. Somigliante ei venne
Al fragor cupo di negra tempesta
Pria che i venti sollevinsi: smarrito
Il cacciator nella vicina valle
L'ode, e ricovra alla montosa grotta.
Stava il garzone immobile; dal fianco
Scorreagli il sangue: il Re scendere ei scorse,
E dolce speme nel suo cor destossi
D'ottener fama; ma la faccia avea
Pallida, svolazzavano i capegli
Sciolti, lo scudo vacillava, in testa
L'elmetto tremolavagli: la forza
Mancava in lui, ma non mancava il core.
Vide Fingal del Duce il sangue, e l'asta
Sollevata fermò; cedimi, ei disse,
Re degli acciar, veggo il tuo sangue: forte
Fosti nella battaglia, e la tua fama
Non fia mai che s'oscuri. Ah se' tu dunque
Rispose il giovinetto al carro nato,
Se' tu 'l Re sì famoso? or se' tu quella
Luce di morte, orror dei re del mondo?
Ma perché domandarne? e non ti veggo
Pari al torrente nel deserto? forte
Come un fiume in suo corso, e al par veloce
Dell'aquila del cielo? Oh teco avessi
Pugnato almen, che soneria nel canto
Alto il mio nome, e 'l cacciator potria
Dir, rimirando il mio sepolcro, questi
Combattè con Fingallo: or sconosciuto
More Carton, ch'esercitò sua possa
Contro gl'imbelli. Sconosciuto, o prode,
Soggiunse il Re, tu non morrai; son molti
I miei cantori, e ai secoli remoti
Passano i loro canti: udranno i figli
Dei dì futuri di Carton la fama,
Mentre in cerchio staran sedendo intorno
L'accesa quercia, e passeran le notti
Tra i canti e i fatti dell'antica etade.
Udrà sul prato il cacciatore assiso
La susurrante auretta, e gli occhi alzando,
Vedrà la rupe ove Carton cadeo,
E volgerassi al figlio, e 'l luogo a dito
Gli mostrerà dove pugnaro i prodi:
Là combattè, diragli, il giovinetto
Re di Barcluta, in suo vigor simile
Di mille fiumi all'affollata possa.
Gioia si sparse del garzon sul volto;
Alza gli occhi pesanti, ed a Fingallo
Porse il suo brando, onde pendesse in mezzo
Della sua sala, perché in Morven resti
Del giovine regal la rimembranza.
Cessò la pugna, che il cantore avea
Già pronunziata la canzon di pace.
S'affollarono i duci, e cerchio ferno
Al cadente Cartone, e sospirando
Udir l'estreme moribonde voci.
Taciti s'appoggiavano sull'aste
Mentre l'Eroe parlò; fischiava al vento
Le sparsa chioma; debolette e basse
N'uscian le voci. O Re di Morven, disse,
Io cado in mezzo del mio corso, accoglie
Temba straniera nei verd'anni suoi
L'ultimo germe della schiatta illustre
Di Rotamiro: oscuritade e notte
Siede in Barcluta; spaziando in Cratmo
Van l'ombre del dolor. Ma sulle sponde
Del Lora, ove i miei padri ebbero albergo
Alzate voi la mia memoria, o duci;
Che forse qualche lagrima, se vive,
Darà lo sposo di Moina all'ombra
Del suo spento Carton. Mortali punte
Scesero al cuor di Clessamorre; ei cadde
Muto sul figlio. Tenebror si sparse
Su tutta l'oste; non sospir, non voce
Sentesi in Lora; uscì la notte, e fuori
Delle nubi la Luna in oriente
Gettò gli sguardi sul campo del pianto.
Stette tutto l'esercito lì lì
Senza parole, senza moto, come
Muto bosco che in Gorma alza la fronte
Quando stan cheti i romorosi venti,
E sovrasta alle piaggie autunno oscuro.
Tre dì si pianse il giovinetto; al quarto
Morì suo padre: or nell'angusta valle
Giacciono della roccia, e un'orrid'ombra
Ne difende la tomba. Ivi sovente
Fassi veder la tenera Moina.
Quando del Sole il ripercosso raggio
Sulla rupe risplende ed all'intorno
È tutto oscuro: Ella colà si scorge;
Ma già figlia del colle ella non sembra.
Son le sue vesti dall'estrania terra,
E soletta si sta. Tristo Fingallo
Stavasi per Cartone: a' suoi cantori
Egli commise di segnare il giorno
Quando ritorna a noi l'ombroso autunno.
Essi il giorno segnaro, e al ciel le lodi
Inalzar dell'Eroe.
Chi dal muggito
Vien dell'oceano
Al nostro lito,
Torbido come nembo tempestoso
D'autunno ombroso?
Nella man forte
Trema la morte,
E sono gli occhi suoi vampe di foco.
Chi mugghia lungo il roco
Lora fremente?
Ah lo ravviso; egli è Carton possente,
L'alto re delle spade.
Il popol cade:
Vedi come s'avanza, e come stende
L'asta guerriera:
L'ombra severa
Par, che a Morven selvosa in guardia siede.
Ahi giovinetta pianta,
Tu giaci, e turbin rio t'atterra e schianta.
Nato al carro inclito giovine,
Quando quando t'alzerai,
Di Barcluta o gioia amabile,
Negli amabili tuoi rai?
Chi dal muggito
Vien dell'oceano
Al nostro lito,
Torbido come nembo tempestoso
D'autunno ombroso?
Tai fur le note dei cantor nel giorno
Del loro pianto. Accompagnai dolente
Le loro voci, e canto a canto aggiunsi.
Era l'anima mia trista e invilita
Pel misero Cartone; egli cadeo
Nei dì della sua gloria. O Clessamorre,
Ov'è nell'aria il tuo soggiorno? dimmi
Èssi scordato ancor della ferita
Il caro giovinetto? e vola ei teco
Sopra le nubi, e all'amor tuo risponde?
Sento il Sole; o Malvina, al mio riposo
Lasciami: forse quelle amabili ombre
Scenderan ne' miei sogni; udir già parmi
Una debole voce: il solar raggio
Gode di sfavillare in su la tomba
Del garzon di Barcluta; io sento il suo
Dolce calor che si diffonde intorno.
O tu che luminoso erri e rotondo,
Come lo scudo de' miei padri, o Sole,
Donde sono i tuoi raggi? e da che fonte
Trai l'immensa tua luce? Esci tu fora
In tua bellezza maestosa, e gli astri
Fuggon dal cielo: al tuo apparir la Luna
Nell'onda occidental ratto s'asconde
Pallida e fredda: tu pel ciel deserto
Solo ti movi. E chi potria seguirti
Nel corso tuo? Crollan le querce annose
Dalle montagne, le montagne istesse
Sceman cogli anni, l'ocean s'abbassa,
E sorge alternamente; in ciel si perde
La bianca Luna: ma tu, Sol, tu sei
Sempre lo stesso, e ti rallegri altero
Nello splendor d'interminabil corso.
Tu quando il mondo atra tempesta imbruna,
Quando il tuono rimbomba, e vola il lampo,
Tu nella tua beltà guardi sereno
Fuor delle nubi, e alla tempesta ridi.
Ma indarno Ossian tu guardi: ei più non mira
I tuoi vividi raggi, o che sorgendo
Con la tua chioma gialleggiante inondi
Le nubi orientali, o mezzo ascoso
Tremoli d'occidente in su le porte.
Ma tu forse, chi sa? sei pur com'io
Sol per un tempo, ed avran fine, o Sole,
Anche i tuoi dì: tu dormirai già spento
Nelle tue nubi senza udir la voce
Del mattin che ti chiama. Oh dunque esulta
Nella tua forza giovenile. Oscura
Ed ingrata è l'età, simile a fioco
Raggio di Luna, allor che splende incerto
Tra sparse nubi, e che la nebbia siede
Su la collina: aura del nord gelata
Soffia per la pianura, e trema a mezzo
Del suo viaggio il peregrin smarrito.