CCCVIII
- Ohi, ohi, omoi!
- Che ha' tu, cristian, che sì ti duoi?
- Omè, che ho?
Ho mal nel cô,
ch'i' ebbi e or non ho,
e veggio quel che è mo
nel tristo mondo:
a tondo
a tondo
ciascuno corre al fondo
e a ruine
con battaglie civili e intestine
e tereste e marine,
ratto
ratto.
Chi è disfatto
e chi ognor si sface.
Amor e pace
è in contumace;
non si tace
che chi fa mal, più sace,
e si face
maestro.
L'opra lodi 'l maestro!
A destro
e a sinestro,
come 'l balestro
ha ferito la gente!
E come fu possente
la pugliese,
che d'ogni ben palese
e d'arnese
furon pieni!
Supreni
sono di misero stato.
Ma ben son confortato
dì Terra di Lavoro!
Napoli, io ne ploro
e del tuo coro
e della tua Giovanna,
che per sua morte affanna;
insino a una spanna
con grievi danna
tutto 'l tuo ben si spense.
Ohi, Dio, quali offense
han dato mortal strido
a Capovana e Nido,
che nel lor nido
più nessun si vede;
e quanti già con fede
militi adorni furo!
Ben è oscuro
fatto tal gioello:
rastrello
e non rastrello
ancor l'aconcia;
due regali d'un'oncia
ciascun tira;
fatt'hanno della lira
o del carlino
un picciol bagattino,
perché l'un fa dimìno
e par che stea
con la balia d'Enea,
e l'altro a tua livrea
ed a minuzzi.
O Abruzzi,
in che dolenti spruzzi
se' venuto!
L'Aquila l'ha saputo,
e chi non l'ha veduto,
ben è orbo,
perché tal morbo
va in terra di Roma,
dove l'aurea chioma
si schioma
e si doma
con portare trista soma.
E segue a lei Campagna,
che d'un mal non si lagna,
ma di molti.
O Ciciliani stolti,
fra 'l mare con legni molti,
dove vi sete avolti!
Fiorini di gran racolti
vi dan morte!
E così triste sorte
nel Gambacorte
s'ha donato Pisa;
e in tal guisa
Lucca fe' la mostra,
e Perogia e Siena lo dimostra,
e la cittade nostra
con gran pene.
Così Toscana in doglia si mantene
e si ritrova.
E la Marca cova
sanza uova;
col Ducato si truova
a capo chino;
ognun tapino
in tal provincia amonca,
ché spilonca
è 'l paese e 'n dolor pravi,
po' che perdèr la mìtera e le chiavi.
La Romania e gli Ungheri e li Schiavi
da' Turchi in terra e 'n navi
sono aflitti.
I Romagnuoli trafitti
son tra lor sempre
con nuove tempre;
e la bàrbera gente
quel terren fa dolente,
e nessun è possente
a far diffesa;
stalla v'è ogni chiesa,
e tal arsa ed accesa
giace in terra;
e così va, di guerra,
che uscio non si serra
e non si guarda.
E la gente lombarda,
qual spingarda
o bombarda
gli ha percossi,
che scossi
sono d'avere e di persona?
Bergamo, Brescia e Verona,
ognuna insino a Trento,
sul vivo argento
fondata, va volgendo
con forte vento.
La città di Iano,
l'Egeo e l'Oceàno,
Tireno e l'Adriano,
saraino e cristiano
da ogni mano
il mar tenea suggetto;
e la lor forza
ora tra lor si sforza;
vento in poppa e a l'orza
niun più vòle;
alla luna ed al sole
il male abonda;
ciascun l'un l'altro affonda
in darsi morte.
La sua contraria forte
sta con le giuste sorte,
con virtù scòrte,
in acqua, sanza mura:
città con dirittura
in stato fermo,
e non infermo,
novecent'anni sanza mutar schermo
esser felice!
Sì che si dice
fra l'altre meglio regna
e degna
vive.
Non già Ninìve
o Troia, di cui 'l padre si scrive,
questo pande!
Per la iustizia grande
agli altri è specchio;
ma vertecchio
è ciascuno in ispecchiarsi.
E li paesi scarsi,
d'Istria, d'ogni bene,
Frioli, assai tene
d'angosce e pene
a quel ch'esser solea:
Aquilea
e Grado,
Patriarca e 'l contado
ne fa noto.
Lamagna è dentro al loto;
lo 'mperio lo fa noto,
ch'ogni signor è vòto
di virtute;
le lingue mute
son degli elettori.
È in simil dolori
Piemonte e la Proenza;
ogni semenza
mente,
la radice è possente
al mal presente
e la Francia il consente
che più puote,
perché talora Anglia percuote.
Così le ruote
volgon questa mandra.
Ov'è 'l conte di Fiandra
e la gente malandra
e lor schiavini,
che 'n mortal fini
sono ed in martìre?
Io avrei troppo a dire
di Scozia, di Guascogna,
di Spagna e Catalogna,
di Cipri e di Borgogna
e d'altre molte,
che avolte
e travolte
ognuna langue.
E con veleno o aspido o angue
morde e fa trar sangue
ogni rettore,
che rattore
con giovinezza sede;
e chi nol vede,
è orbo,
che il voglioso morbo
signoreggia.
Ciascun folleggia
e daneggia,
pur ch'e' possa;
la ragione è percossa
d'ogni parte,
perché virtù non ci ha luogo né parte.
Frottola mia, io veggio l'universo
con sì pessimi segni al dichino,
ch'io credo tosto che 'l trombon divino
rassegnerà ciascun in quella valle
che non si torna mai, volte le spalle.