CCCX
Solien mangiar gli antichi delle ghiande
e d'ogni frutto di terra selvaggio,
e il lor beveraggio
era acqua di fiume e di fontane.
Oggi a ognor vogliàn mutar vivande,
e ciascun vòle a·ssua mensa il vantaggio,
e quel cuoco è più saggio,
che·lle sa far più dilicate e strane.
Non ci basta i·buon vino e il buono pane
e della carne lessa e ancora arrosto:
sia quanto vòle il costo,
niente ne curiam, e alla terra
e all'acqua e all'aria facciàn guerra.
E abbiamo ordinato che gli uccelli
piglia l'u·l'altro a·nnostra pitizione,
lo sparviere e 'l falcone
e·ggirfalco e·ddi più altri assai,
anitre gru fagiani e pagoncelli
istarne e quaglie d'ogni condizione
pigliano alla stagione,
e per molti altri modi dià·lor guai.
La nostra gola non si sazia mai,
e poi che inanzi gli abbiàno arrostiti,
' aguzzar gli apititi,
chi vòle arance e·cchi vòl la cipolla:
così mettiam lo stomaco alla gola.
Le selve e' boschi no·llasciamo istare,
ma con veltri e mastin sià·llor dintorno,
e sempre a·ssuon di corno
pigliando lepri e altri selvaggiumi.
Chi vòle e puote invita poi (a mangiare)
gli amici suoi, e·ffa il convito addorno,
dove sanza soggiorno
molti savor si fanno per costumi.
Non è che·nnoi beiamo acqua di fiumi,
ma buon vermigli e bianchi, e malvagìa
che vien di Romania,
e altri vin solenni e·llavorati,
costin che voglion pur che·ssian trovati.
All'acqua ancora, per aver del pesce,
facciàn gran guerra con giacchi e tramagli
e tanti altri travagli,
ch'i' per me no gli saperei contare.
Il pescare a·mme tanto m'incresce,
ch'i' non so a qual fatica i' me l'agguagli,
perché mi par ch'abagli
più che 'l cacciar (coi cani) o uccellare.
Il nostro pesce, sanza quel di mare,
niente basta a·nnoi divoratori
e co molti savori
vogliàno pesci e uccelli e animali,
che non basta, a·cciò, gli speziali.
Ancor non son nostre gole contente,
ché, sanza le frittelle sambucate
e torte inzuccherate
e·mmigliacci con ogni ghiottornia,
confetti prima, e·ppoi uttimamente
vogliàno de' marzapani e·ccedrate,
pinocchiati e zuccate,
secondo che pe' tempi si disia.
Ancor vogliàn con dolze melodia,
con istormenti e canti trastullare
la cena e 'l desinare.
Ma·cchi tien questi modi, al parer mio,
né della morte pensa né di Dio.
Canzon, ben ch'i' non sia temperato
com'i' dovrei nel mangiare e nel bere,
pur m'è a·ddispiacere
chi non tiene, alla mensa, mano al freno.
Bella cosa è a·vvivere ordinato
e mortalmente pecca, al mio parere,
chi·sséguita il volere,
credendo viver per empiere il seno.
Ma·ccerto fia chi viverà di meno,
perché il soverchio lo stomaco guasta;
e dice il Savio: - E' basta
che·ll'uom si dé' per viver notricare,
e non dé' voler viver per mangiare.