CCII – Cesarotti
Ecco al suo sguardo, del gran Genio a i cenni,
Mostrarsi Atene, luminoso misto
Di difetti e virtù; d'eroi nudrice,
Punitrice d'eroi; leggiera e grande;
Solo in suo danno del parlar regina;
Sempre ondeggiante in popolar procella,
Sempre discorde; zelatrice ardente
Di libertade, a libertade inetta;
Splendida madre e forsennata amante
D'arti ah per lei troppo leggiadre e belle,
Che in alto soavissimo letargo
L'immerser tutta, onde poi scossa indarno
Al suon de la guerriera emazia tromba
Svegliossi in braccio di fatal servaggio.
Rimpetto a lei la sua rivale altera,
Feroce apparve di virtù selvagge,
La dura Sparta, mormorando esempio
Di quanto possa di robusta mente
Ardito genio, che con forza afferra
Alto principio di civil governo,
E le disperse e mal composte parti
A quello trae con violenta destra,
Ed in un tutto armonico le annoda
Tenacemente, e abbatte e svelle e spezza
Senza pietà quanto ripugna ed osta
A i maschi sforzi de la man sovrana.
Sparta, che a tutte passioni umane,
Di natura stupor, travolve il corso;
Ed amistade, umanitade e sangue
Doma e calpesta, ed a la patria n'erge
Atroce ed ammirabile trofeo,
E l'uom fa fera per cangiarlo in nume.
Ma senza sforzi e violente prove,
Quasi del suol latin spontaneo frutto,
Mira, il Genio dicea, semplice e bella,
Far di se mostra la virtù di Roma.
Roma, che de la Fama ancor già spenta
Tutta riempie la capace tromba:
Roma, di tutte l'arti alta maestra
Di conquistar, di conservar gl'imperi:
Che, a forza d'indomabile costanza,
Dietro il suo carro incatenò Fortuna;
E, a tempo e norma, or generosa or aspra
Or audace or accorta, e grande ognora;
D'occasion gl'impercettibil punti
Preparando o cogliendo, e misto a forza
Pieghevol senno, ed a virtudi eccelse
Vizi abbaglianti ed a virtù simili;
Fe l'universo, attonito e sorpreso
Di rimirarsi sua provincia fatto
Per insensibil via, baciar contento
Le sue felici e splendide catene.
Fatal grandezza, che il vigor vitale
De i gran principii, e de le leggi antiche,
Stemprò, disperso in sì remote parti:
Ché troppo denso impenetrabil velo
Tra il guardo altier d'imperiosi duci,
E de la patria l'adorata immago,
Frapponean l'Alpi; e si perdea la voce
De l'alme leggi, in tanti mari assorta.
Quindi l'incauta plebe, e le superbe
Italiche città che diero a Roma
Larve di cittadini, e compri voti;
Vile si fer d'ambizion strumento:
Onde l'antico salutar conflitto
De i dritti alterni de i diversi corpi,
Rotto il costante ed equilibre moto,
Ch'era di libertà fermento e vita,
Cangiossi in aspra e torbida tempesta;
Ov'ella giacque, in alto mar funesto
Di gran sangue civil naufraga e spenta.
O maestà latina, o sacro nome,
O tesoro di gloria, o sudor vani,
O cento lustri e più d'alte virtudi,
A che giungeste! Ecco depreda il frutto
Di tante imprese, e le midolle e il sangue
Bee de lo stato, e lo dinerba e spolpa
La tirannia, quell'esecrabil mostro
Di cento braccia, e di sanguigna bocca
Divoratrice di giustizia e leggi;
Cui vomitò da i baratri profondi,
Per far la terra a se simil, l'Inferno.
Tarda verrà, ma verrà pur, vendetta
(Se non che troppo a cor romano acerba),
Ombre de' prischi eroi, cui fu di morte
Più che di servitù, dolce l'aspetto.
Già di feroci popoli selvaggi
Soffia il freddo Aquilon torbido nembo,
Pregno di stragi, che pei larghi vòti
De lo sconnesso e vacillante impero
Piomba con rovinoso orrido scroscio.
E quel colosso smisurato, enorme,
Che, guasto già da mille vizi interni,
Con forza no, ma si reggea col peso,
Cade prostrato, e colle sparse membra
Ricopre il mondo, che copria coll'ombra.