CCII – Cesarotti

By Giacomo Leopardi

Ecco al suo sguardo, del gran Genio a i cenni,

Mostrarsi Atene, luminoso misto

Di difetti e virtù; d'eroi nudrice,

Punitrice d'eroi; leggiera e grande;

Solo in suo danno del parlar regina;

Sempre ondeggiante in popolar procella,

Sempre discorde; zelatrice ardente

Di libertade, a libertade inetta;

Splendida madre e forsennata amante

D'arti ah per lei troppo leggiadre e belle,

Che in alto soavissimo letargo

L'immerser tutta, onde poi scossa indarno

Al suon de la guerriera emazia tromba

Svegliossi in braccio di fatal servaggio.

Rimpetto a lei la sua rivale altera,

Feroce apparve di virtù selvagge,

La dura Sparta, mormorando esempio

Di quanto possa di robusta mente

Ardito genio, che con forza afferra

Alto principio di civil governo,

E le disperse e mal composte parti

A quello trae con violenta destra,

Ed in un tutto armonico le annoda

Tenacemente, e abbatte e svelle e spezza

Senza pietà quanto ripugna ed osta

A i maschi sforzi de la man sovrana.

Sparta, che a tutte passioni umane,

Di natura stupor, travolve il corso;

Ed amistade, umanitade e sangue

Doma e calpesta, ed a la patria n'erge

Atroce ed ammirabile trofeo,

E l'uom fa fera per cangiarlo in nume.

Ma senza sforzi e violente prove,

Quasi del suol latin spontaneo frutto,

Mira, il Genio dicea, semplice e bella,

Far di se mostra la virtù di Roma.

Roma, che de la Fama ancor già spenta

Tutta riempie la capace tromba:

Roma, di tutte l'arti alta maestra

Di conquistar, di conservar gl'imperi:

Che, a forza d'indomabile costanza,

Dietro il suo carro incatenò Fortuna;

E, a tempo e norma, or generosa or aspra

Or audace or accorta, e grande ognora;

D'occasion gl'impercettibil punti

Preparando o cogliendo, e misto a forza

Pieghevol senno, ed a virtudi eccelse

Vizi abbaglianti ed a virtù simili;

Fe l'universo, attonito e sorpreso

Di rimirarsi sua provincia fatto

Per insensibil via, baciar contento

Le sue felici e splendide catene.

Fatal grandezza, che il vigor vitale

De i gran principii, e de le leggi antiche,

Stemprò, disperso in sì remote parti:

Ché troppo denso impenetrabil velo

Tra il guardo altier d'imperiosi duci,

E de la patria l'adorata immago,

Frapponean l'Alpi; e si perdea la voce

De l'alme leggi, in tanti mari assorta.

Quindi l'incauta plebe, e le superbe

Italiche città che diero a Roma

Larve di cittadini, e compri voti;

Vile si fer d'ambizion strumento:

Onde l'antico salutar conflitto

De i dritti alterni de i diversi corpi,

Rotto il costante ed equilibre moto,

Ch'era di libertà fermento e vita,

Cangiossi in aspra e torbida tempesta;

Ov'ella giacque, in alto mar funesto

Di gran sangue civil naufraga e spenta.

O maestà latina, o sacro nome,

O tesoro di gloria, o sudor vani,

O cento lustri e più d'alte virtudi,

A che giungeste! Ecco depreda il frutto

Di tante imprese, e le midolle e il sangue

Bee de lo stato, e lo dinerba e spolpa

La tirannia, quell'esecrabil mostro

Di cento braccia, e di sanguigna bocca

Divoratrice di giustizia e leggi;

Cui vomitò da i baratri profondi,

Per far la terra a se simil, l'Inferno.

Tarda verrà, ma verrà pur, vendetta

(Se non che troppo a cor romano acerba),

Ombre de' prischi eroi, cui fu di morte

Più che di servitù, dolce l'aspetto.

Già di feroci popoli selvaggi

Soffia il freddo Aquilon torbido nembo,

Pregno di stragi, che pei larghi vòti

De lo sconnesso e vacillante impero

Piomba con rovinoso orrido scroscio.

E quel colosso smisurato, enorme,

Che, guasto già da mille vizi interni,

Con forza no, ma si reggea col peso,

Cade prostrato, e colle sparse membra

Ricopre il mondo, che copria coll'ombra.