CCIII – Cesarotti
Vola colà dove, in dipinte logge
D'ampio teatro le beltà raccolte,
Più spettacol si fan che spettatrici.
Quanta messe amorosa! Ei la divora
Tutta con l'alma, che divisa e sparsa,
Liba i labbri di Silvia, e siede a l'ombra
Del bel ciglio di Nice; a Cloe tra i crini
Scherza, e striscia, e si perde a Fille in seno.
Vuol tutte a un punto; e d'un sospiro istesso
Il principio è per Delia, il fin per Clori.
Colore, aspetto, ingegno, età diversa
Ugualmente l'alletta. Aria vivace
Gli dà baldanza, ritrosia l'irrita,
Spirto accorto l'adesca; e se riscontra
Pavido sguardo di gentil fanciulla
In cui candore ed innocenza alberghi,
Tosto la vana idea gli empie la mente
Di segnar de le prime amorose orme
Quel core intatto; e di veder già pargli
Modestia che, sedotta e palpitante,
Le difese abbandona, e invan s'asconde
Dietro un leggero focosetto velo,
Che più che di vergogna è di desio.
Così scorrendo ognor di bella in bella,
Pago non è se trionfante in Gnido
Non entra, e cinto de l'idalio mirto,
Conquistator de l'amoroso regno.
Miser: che sempre di piaceri in caccia,
Gli sfuggon sempre; in un forato vaso
Versa un'onda infinita; e quasi a un punto
Gli germogliano in cor diletto e noia
Sfasciasi intanto il corpo; e move il passo
Affrettata vecchiezza. Il van desio,
Che sopravvive a le defunte membra,
Lo fa segno di scherni: e al fin consegna
De la sua vita gli spossati avanzi
A vergogna, a rimorsi, a doglie in preda.