CCIII – Cesarotti

By Giacomo Leopardi

Vola colà dove, in dipinte logge

D'ampio teatro le beltà raccolte,

Più spettacol si fan che spettatrici.

Quanta messe amorosa! Ei la divora

Tutta con l'alma, che divisa e sparsa,

Liba i labbri di Silvia, e siede a l'ombra

Del bel ciglio di Nice; a Cloe tra i crini

Scherza, e striscia, e si perde a Fille in seno.

Vuol tutte a un punto; e d'un sospiro istesso

Il principio è per Delia, il fin per Clori.

Colore, aspetto, ingegno, età diversa

Ugualmente l'alletta. Aria vivace

Gli dà baldanza, ritrosia l'irrita,

Spirto accorto l'adesca; e se riscontra

Pavido sguardo di gentil fanciulla

In cui candore ed innocenza alberghi,

Tosto la vana idea gli empie la mente

Di segnar de le prime amorose orme

Quel core intatto; e di veder già pargli

Modestia che, sedotta e palpitante,

Le difese abbandona, e invan s'asconde

Dietro un leggero focosetto velo,

Che più che di vergogna è di desio.

Così scorrendo ognor di bella in bella,

Pago non è se trionfante in Gnido

Non entra, e cinto de l'idalio mirto,

Conquistator de l'amoroso regno.

Miser: che sempre di piaceri in caccia,

Gli sfuggon sempre; in un forato vaso

Versa un'onda infinita; e quasi a un punto

Gli germogliano in cor diletto e noia

Sfasciasi intanto il corpo; e move il passo

Affrettata vecchiezza. Il van desio,

Che sopravvive a le defunte membra,

Lo fa segno di scherni: e al fin consegna

De la sua vita gli spossati avanzi

A vergogna, a rimorsi, a doglie in preda.