CCIX – Pignotti
D'un rio sul verde margine,
In florido giardino,
Su siepe amena stavano
La rosa e il gelsomino:
Che con piacer specchiandosi
Entro de l'onde chiare,
Insiem de' propri meriti
Presero a ragionare.
I fior diletti a Zefiro
Noi siam, dicea la rosa:
Noi sceglie sol, per tessere
Ghirlande a la sua sposa.
Alcun non è che uguaglici,
Alcun non ci somiglia,
Fra tutta la più nobile
De' fior vaga famiglia.
Leggiadri ed odoriferi
Noi siamo; è a noi permesso
Di lusingare e molcere
Due sensi a un tempo istesso.
Punta la dolce invidia,
Ben mille volte e mille
Il mio cor desidera
Fin la vezzosa Fille,
Quando davanti al lucido
Fido cristal si pone,
E a la sua guancia accostami
Per fare il paragone.
Noi l'auree chiome a cingere
Siamo su gli altri eletti,
O i palpitanti a premere
Turgidi eburnei petti:
Trattati ognor da morbide
E delicate mani,
D'Amor spesso partecipi
De' più soavi arcani.
In somma, o tra l'ombrifere
Piante, o tra l'erbe e i fiori,
Non v'è chi al nostro merito
Non ceda i primi onori.
I detti lusinghevoli
Con gioia altera intese
Il fior stellato e candido,
E poi così riprese:
Vedi là quell'altissima
Deforme quercia annosa?
Guarda che foglie ruvide,
Che scorza atra e callosa.
Chi mai qui presso posela?
La semplice sua vista,
Se in parte non deturpami,
Almeno mi rattrista.
Ella, come sel merita,
Da la callosa mano
Trattata è sol del rustico
Durissimo villano.
Tra l'opre sue mirabili
Certo sbagliò Natura
A produr così zotica
Pianta, sì rozza e dura.
In vece d'olmi e frassini,
Di querce, abeti e pini,
Crear sol di dovevano
E rose e gelsomini.
Scosse la nobil arbore
Le chiome maestose,
E a le arroganti e garrule
Voci così rispose:
Frenate i detti frivoli,
O meschinelli, o vani;
Ché forse il vostro pregio
Non giungerà a domani.
Tanti morire e nascere
Su questa piaggia amena
Di voi vid'io, ch'esistere
Voi mi sembrate appena.
Solo per pompa inutile
Del suol voi siete nati;
Quasi a un tempo medesimo
E colti ed obliati.
Io da la spessa grandine,
Io da gli estivi ardori
Presto un grato ricovero
Al gregge ed ai pastori.
Co' miei rami prolifici
Son già cent'anni e cento
Ch'io porgo un util pascolo
Al setoloso armento.
E quando fiacca ed arida,
Sarò a morir vicina,
Spero di sopravvivere
Anche a la mia ruina.
Del minaccioso oceano
Andrò solcando l'onde,
E tornerò poi carica
Di merci a queste sponde.
E voi, che siete, o miseri,
Da tutti oggi odorati;
Domani, guasti e putridi,
Sarete calpestati.
Del saggio arbor non erano
Compiti i detti appieno,
Che i fior già cominciavano
Languidi a venir meno.
Già inariditi perdono
Il lucido colore;
E al suol negletti cadono,
Sformati e senza odore.
Tu che, qual bruto ruvido,
Ogni uom di senno spregi,
Lesbin, se non adornasi
De' tuoi galanti fregi;
Ne' miei fior la tua imagine
Non vedi al vivo espressa?
La vedrai tosto: aspéttati
Tu ancor la sorte istessa.