CCIX – Pignotti

By Giacomo Leopardi

D'un rio sul verde margine,

In florido giardino,

Su siepe amena stavano

La rosa e il gelsomino:

Che con piacer specchiandosi

Entro de l'onde chiare,

Insiem de' propri meriti

Presero a ragionare.

I fior diletti a Zefiro

Noi siam, dicea la rosa:

Noi sceglie sol, per tessere

Ghirlande a la sua sposa.

Alcun non è che uguaglici,

Alcun non ci somiglia,

Fra tutta la più nobile

De' fior vaga famiglia.

Leggiadri ed odoriferi

Noi siamo; è a noi permesso

Di lusingare e molcere

Due sensi a un tempo istesso.

Punta la dolce invidia,

Ben mille volte e mille

Il mio cor desidera

Fin la vezzosa Fille,

Quando davanti al lucido

Fido cristal si pone,

E a la sua guancia accostami

Per fare il paragone.

Noi l'auree chiome a cingere

Siamo su gli altri eletti,

O i palpitanti a premere

Turgidi eburnei petti:

Trattati ognor da morbide

E delicate mani,

D'Amor spesso partecipi

De' più soavi arcani.

In somma, o tra l'ombrifere

Piante, o tra l'erbe e i fiori,

Non v'è chi al nostro merito

Non ceda i primi onori.

I detti lusinghevoli

Con gioia altera intese

Il fior stellato e candido,

E poi così riprese:

Vedi là quell'altissima

Deforme quercia annosa?

Guarda che foglie ruvide,

Che scorza atra e callosa.

Chi mai qui presso posela?

La semplice sua vista,

Se in parte non deturpami,

Almeno mi rattrista.

Ella, come sel merita,

Da la callosa mano

Trattata è sol del rustico

Durissimo villano.

Tra l'opre sue mirabili

Certo sbagliò Natura

A produr così zotica

Pianta, sì rozza e dura.

In vece d'olmi e frassini,

Di querce, abeti e pini,

Crear sol di dovevano

E rose e gelsomini.

Scosse la nobil arbore

Le chiome maestose,

E a le arroganti e garrule

Voci così rispose:

Frenate i detti frivoli,

O meschinelli, o vani;

Ché forse il vostro pregio

Non giungerà a domani.

Tanti morire e nascere

Su questa piaggia amena

Di voi vid'io, ch'esistere

Voi mi sembrate appena.

Solo per pompa inutile

Del suol voi siete nati;

Quasi a un tempo medesimo

E colti ed obliati.

Io da la spessa grandine,

Io da gli estivi ardori

Presto un grato ricovero

Al gregge ed ai pastori.

Co' miei rami prolifici

Son già cent'anni e cento

Ch'io porgo un util pascolo

Al setoloso armento.

E quando fiacca ed arida,

Sarò a morir vicina,

Spero di sopravvivere

Anche a la mia ruina.

Del minaccioso oceano

Andrò solcando l'onde,

E tornerò poi carica

Di merci a queste sponde.

E voi, che siete, o miseri,

Da tutti oggi odorati;

Domani, guasti e putridi,

Sarete calpestati.

Del saggio arbor non erano

Compiti i detti appieno,

Che i fior già cominciavano

Languidi a venir meno.

Già inariditi perdono

Il lucido colore;

E al suol negletti cadono,

Sformati e senza odore.

Tu che, qual bruto ruvido,

Ogni uom di senno spregi,

Lesbin, se non adornasi

De' tuoi galanti fregi;

Ne' miei fior la tua imagine

Non vedi al vivo espressa?

La vedrai tosto: aspéttati

Tu ancor la sorte istessa.