CCIX

By Francesco Beccuti

Signor, le colpe mie danna e correggi

senza sdegno e senz'ira,

né per me chiuda tua pietade 'l seno;

ma con la forte mano, onde tu reggi

il ciel ch'intorno gira,

sostien la vita mia ch'omai vien meno,

e 'l tuo ciglio sereno

conforti l'alma che paventa e trema,

né indugiar più, ch'io sono a l'ora estrema.

Padre, rivolgi i pietosi occhi e guarda

Morte che già mi sfida;

odi l'ultimo suon de' miei lamenti;

non sia la grazia tua, non sia più tarda:

senza te, luce e guida,

se l'alma parte e fien questi occhi spenti

fra gli eterni tormenti,

come potrò, Signor, chiamarti? e come

tener memoria del tuo santo nome?

Di pianger lasso, ma non sazio ancòra

fo del mio letto un fiume

corrente sì ch'ogni mia macchia lave.

Già questi occhi son ciechi e si scolora

per sì lungo costume

il volto e giace 'l corpo infermo e grave;

e, perché più non have

chi gli ministri 'l suo vigore interno,

son fatto gioco ai miei nimici e scherno.

Voi che di prave e scelerate voglie

e d'opre ingiuste ed empie

portate sozzo il cor sempre e la mano,

state a me lungi, ché 'l Signore accoglie

i miei preghi ed adempie

e fa 'l vostro sperar fallace e vano.

Fugga da me lontano

il mio nimico e chi con falso inganno

del mio pianto si rise e del mio danno;

fugga e nasconda il volto

ogni avversario e, d'alto scorno cinto,

resti confuso eternamente e vinto.