CCLIV
Spirto divin, che a gli occhi, a le parole,
al canto, a gli atti, a l'opre e a i costumi
splendi d'intorno con lucente raggio,
e tra noi spieghi il ben del sommo Sole,
col guardo tuo di pietà santo e saggio
mira l'aspro passaggio,
ch'io fei con privi di lor vista i lumi
(sì ch'or gli afflige il cor, ch'anco sen dole),
quando li volsi da la parte diva
a le caduche spoglie,
infiammando le voglie
con tal esca e focil da terra viva,
che nero foco porse e viva morte.
La trapassata sorte
e il desir mio di te racceso mira,
indi nel petto novi accenti inspira.
Quel seren che veder qui non si possa,
perch'è tolto da nebbie e nubi e piogge,
da i folgori, dal verno e da la notte,
turba la mente, di là su rimossa
per le luci qua giù fosche interrotte:
cagion che il dì s'annotte,
e in alto l'occhio in van contenda e pogge.
Così del vago manto affisso a l'ossa
i casi son sdegni, martiri e pianti,
l'ire, l'inferma etade,
e la morte, onde accade
ch'amor terren gran tempo non si vanti
di terrena beltà: ma amor celeste
sempre i suoi lumi veste
de l'eterno splendor ch'in donna alberga
senza che tempo o duol mai li disperga.
Or ella di chi parla? Or di chi pensa?
Che fa? Che ascolta? Dove i passi volge?
Forse del tuo languir sospira seco:
forse non scende sua virtute immensa
sì basso, e col pensier non è mai teco.
Così l'insano e cieco
dice tra sé piangendo; e in sé rivolge
chi resta altrove e ad altro il cor dispensa,
e di queste ragion, di questi affanni,
di questo amor si ride.
Giunto dove ella asside,
da i guardi suoi, ma più da i propri inganni
legato ivi riman senz'altra fune:
e par che così imbrune
la vista, e il viso imbianchi, e infiga i piedi,
che senza lingua e fuor di senso il vedi.
O infelice lui! quanto è giocondo
ne l'oggetto lontan viver interno:
e di sua vera fé non aver tema!
Quanto giova dinanzi a un capel biondo,
a un pertugio di lume, a un'aura estrema
di lieve fiato, scema
non dimostrar la mente, e il bel superno
godersi in cara faccia, ove il rio pondo
fa men grave fortuna, e il piacer cresce
de le fiorite imprese!
Quanto giova che accese
sian l'alme, se un sol fin tra lor si mesce,
e l'una altro non voglia, altro non chiami,
che quel che l'altra brami!
In questa guisa le trasforma e regge
perfetto amor sott'una istessa legge.
Squalide gote, cave luci, e tempie,
arsi sospiri, e voi tremor di ghiaccio,
d'amoroso morir nunzî crudeli;
ozio, piume, diletti (a chi gli adempie
venen), vane armonie, fughe da i geli
al foco, e a ombrosi cieli
da i soli, e a i giochi da ogni illustre impaccio,
d'amoroso gioir fasce e poppe empie,
Cesare o Scipio come vostro fue,
se l'un poco v'apprezza,
e l'altro vi disprezza,
e de la guerra son fulmini due?
Come fur vostri i due sì saggi vegli
se a l'alme avean gli spegli?
Itene, e me lasciate a quel bel viso,
che grado esser mi pote al paradiso!
Non mi sazio, canzon, né ancor mi stanco:
e perché la sorella, ch'è già inanzi,
di loco non t'avanzi,
per porti in mezzo un'altra s'apparecchia,
ch'un pezzo è che è vestita e sol si specchia.