CCLIV

By Giovan Battista Nicolucci

Spirto divin, che a gli occhi, a le parole,

al canto, a gli atti, a l'opre e a i costumi

splendi d'intorno con lucente raggio,

e tra noi spieghi il ben del sommo Sole,

col guardo tuo di pietà santo e saggio

mira l'aspro passaggio,

ch'io fei con privi di lor vista i lumi

(sì ch'or gli afflige il cor, ch'anco sen dole),

quando li volsi da la parte diva

a le caduche spoglie,

infiammando le voglie

con tal esca e focil da terra viva,

che nero foco porse e viva morte.

La trapassata sorte

e il desir mio di te racceso mira,

indi nel petto novi accenti inspira.

Quel seren che veder qui non si possa,

perch'è tolto da nebbie e nubi e piogge,

da i folgori, dal verno e da la notte,

turba la mente, di là su rimossa

per le luci qua giù fosche interrotte:

cagion che il dì s'annotte,

e in alto l'occhio in van contenda e pogge.

Così del vago manto affisso a l'ossa

i casi son sdegni, martiri e pianti,

l'ire, l'inferma etade,

e la morte, onde accade

ch'amor terren gran tempo non si vanti

di terrena beltà: ma amor celeste

sempre i suoi lumi veste

de l'eterno splendor ch'in donna alberga

senza che tempo o duol mai li disperga.

Or ella di chi parla? Or di chi pensa?

Che fa? Che ascolta? Dove i passi volge?

Forse del tuo languir sospira seco:

forse non scende sua virtute immensa

sì basso, e col pensier non è mai teco.

Così l'insano e cieco

dice tra sé piangendo; e in sé rivolge

chi resta altrove e ad altro il cor dispensa,

e di queste ragion, di questi affanni,

di questo amor si ride.

Giunto dove ella asside,

da i guardi suoi, ma più da i propri inganni

legato ivi riman senz'altra fune:

e par che così imbrune

la vista, e il viso imbianchi, e infiga i piedi,

che senza lingua e fuor di senso il vedi.

O infelice lui! quanto è giocondo

ne l'oggetto lontan viver interno:

e di sua vera fé non aver tema!

Quanto giova dinanzi a un capel biondo,

a un pertugio di lume, a un'aura estrema

di lieve fiato, scema

non dimostrar la mente, e il bel superno

godersi in cara faccia, ove il rio pondo

fa men grave fortuna, e il piacer cresce

de le fiorite imprese!

Quanto giova che accese

sian l'alme, se un sol fin tra lor si mesce,

e l'una altro non voglia, altro non chiami,

che quel che l'altra brami!

In questa guisa le trasforma e regge

perfetto amor sott'una istessa legge.

Squalide gote, cave luci, e tempie,

arsi sospiri, e voi tremor di ghiaccio,

d'amoroso morir nunzî crudeli;

ozio, piume, diletti (a chi gli adempie

venen), vane armonie, fughe da i geli

al foco, e a ombrosi cieli

da i soli, e a i giochi da ogni illustre impaccio,

d'amoroso gioir fasce e poppe empie,

Cesare o Scipio come vostro fue,

se l'un poco v'apprezza,

e l'altro vi disprezza,

e de la guerra son fulmini due?

Come fur vostri i due sì saggi vegli

se a l'alme avean gli spegli?

Itene, e me lasciate a quel bel viso,

che grado esser mi pote al paradiso!

Non mi sazio, canzon, né ancor mi stanco:

e perché la sorella, ch'è già inanzi,

di loco non t'avanzi,

per porti in mezzo un'altra s'apparecchia,

ch'un pezzo è che è vestita e sol si specchia.