CCLIX – G. Paradisi
Già corse
Quattro gran giri il Sol dacché mi tolsi
Dal gregge de le Muse: e se furtivo
Pindo rividi ancor, da le lusinghe
Vinto, e dal non sopito amor del loco;
Oggi son fermo che un eterno esiglio
Me ne divida. E ch'utile è il consiglio
E sano, s'ozio hai per udirmi, ascolta.
Se alcun (così meco talor ragiono),
Marre e pali operando, un pian fondasse
Di viva selce; e coll'aratro poi
Lo rigasse di solchi; e il concimasse;
E il cignesse di rivi e di dens'ombra,
Contro gli sdegni d'Orione e il foco
Del Can nascente; ove potria costui
Volgere il piè, che non destasse a riso
E la procace e la severa etade?
Ma forse è folle men chi notti e giorni
Vigila e suda in vote imagin fiso:
E poiché registrando alcune voci,
Ed altre ributtandone, de l'ugne
Scempio fece e del crin, noia e dispetto
Solo e ambascia ne trae? Già non contendo
Ch'altri talvolta d'onorato nome
Non fregi lui: pur sia: ma, corso un giorno
O due, che gli riman? sotto l'Aquario
Meglio perciò si vestirà che l'asse
Non gli consenta? o a se più mondo vitto
Dopo le lodi fornirà? o men grave
De la quartana sentirà il ribrezzo?
Che se, paludendo mille, anzi secento
Milioni di mille, un sol di tanto
Arricci il naso, fia cangiata in fiele
Ogni dolcezza. Quindi le mordaci
Tristezze han fonte, e con gl'insulti l'acri
Vendette, e i caldi piati, e gli odii, ahi troppo
Nota infamia de' vati. O sogni forse,
Vanto a Marone e al Venosin negato,
Che a pieni voti il publico comizio
Ti rimandi assoluto? Ove diverso
Se' tu dal Zanni, che tra se fantastica:
Se gli uomini tutti in un sol uomo, e gli alberi
In un albero, e i sassi in un sol fossero
Sasso raccolti? Varie in ogni mente
Detta il gusto le leggi; e non farai
Che si riposi in un giudizio solo,
Se pria non cresci d'un medesmo latte
Tutti i bambini, e in un medesmo clima
Tu non gli educhi fra vicende eguali.
Questi l'irsuta libertà di Dante
Aspro simula; quegli adf uno ad uno
Spigola i cari modi, ed il sottile
Emula vaneggiar del cinquecento;
Corvino di metafora e traslato
Si fa pallido a i nomi; altri le fiamme
Fa sul bronzo sudar; Mevio le selve
Ama; in celtico stil Bavio de' mesti
Spettri fischiar fa per le selve il vento.
Se d'accorre in te sol così lontani
Suffragi ambisci, t'è mestier d'un'arte
Più di quella difficile che mesce
Ne le tazze il licor del lucid'oro;
Per cui sembiante in ogni verso acquisti
Di bonario e magniloquo, d'austero
E di faceto, d'aspro e di gentile,
Di vieto e di moderno. Assai pur anco
Monta quel ch'io dirò. Se un cibo incresce
A un convitato sol di venti o trenta,
Non attender ch'ei dica: al mio palato
Non garba quel sapor. Bensì, usurpando
Ei solo i dritti del comun parere,
È tosco, griderà; quella vivanda
Ha ferrea gola chi l'inghiotte. O cibo
O poema è lo stesso. A me non piace;
Pessimo è dunque: non ci ha mezzo. Eppure
Col retore Longin degni del cedro
Valgio que' versi pronunciò. Mal sente
Chi dissente da me. Se peschi al fondo,
Questo e non altro d'entimemi involge
E di sortiti il favellar confuso
Del volgo de' saccenti e de' dottori.
Né tacerò, condizione acerba
Sopra ogni altra a portarsi, che ignoranza
E sede e voto d'arrogarsi ardisce
Nel giudizio de' vati; e che sovente
Donna gl'ingegni perché a gli occhi inerti
Le fero offesa di soverchia luce.
Arroge ancor che, con iniqua legge,
Il fallir d'uno a tutti i vati è apposto.
Garrulo è d'essi alcun? cicale e gazzere
Tutti fien detti. Un po' leggero è questi,
E fa contrasto d'ammassati temi
Nel suo discorso, che non trova uscita,
O fuor riesce del cammino? inetto
A' gran consigli udrai nomar l'itero
Delfico gregge. Vuoi di più? lo scudo
Gittò, minor de la virtù seguita,
Quinto a Filippi; s'appagò di sguardi
Tra lunga e cruda servitù Petrarca:
Tutti imbelli in amor, vili nel campo
Si predican tra 'l riso oggi i poeti.