CCLIX – G. Paradisi

By Giacomo Leopardi

Già corse

Quattro gran giri il Sol dacché mi tolsi

Dal gregge de le Muse: e se furtivo

Pindo rividi ancor, da le lusinghe

Vinto, e dal non sopito amor del loco;

Oggi son fermo che un eterno esiglio

Me ne divida. E ch'utile è il consiglio

E sano, s'ozio hai per udirmi, ascolta.

Se alcun (così meco talor ragiono),

Marre e pali operando, un pian fondasse

Di viva selce; e coll'aratro poi

Lo rigasse di solchi; e il concimasse;

E il cignesse di rivi e di dens'ombra,

Contro gli sdegni d'Orione e il foco

Del Can nascente; ove potria costui

Volgere il piè, che non destasse a riso

E la procace e la severa etade?

Ma forse è folle men chi notti e giorni

Vigila e suda in vote imagin fiso:

E poiché registrando alcune voci,

Ed altre ributtandone, de l'ugne

Scempio fece e del crin, noia e dispetto

Solo e ambascia ne trae? Già non contendo

Ch'altri talvolta d'onorato nome

Non fregi lui: pur sia: ma, corso un giorno

O due, che gli riman? sotto l'Aquario

Meglio perciò si vestirà che l'asse

Non gli consenta? o a se più mondo vitto

Dopo le lodi fornirà? o men grave

De la quartana sentirà il ribrezzo?

Che se, paludendo mille, anzi secento

Milioni di mille, un sol di tanto

Arricci il naso, fia cangiata in fiele

Ogni dolcezza. Quindi le mordaci

Tristezze han fonte, e con gl'insulti l'acri

Vendette, e i caldi piati, e gli odii, ahi troppo

Nota infamia de' vati. O sogni forse,

Vanto a Marone e al Venosin negato,

Che a pieni voti il publico comizio

Ti rimandi assoluto? Ove diverso

Se' tu dal Zanni, che tra se fantastica:

Se gli uomini tutti in un sol uomo, e gli alberi

In un albero, e i sassi in un sol fossero

Sasso raccolti? Varie in ogni mente

Detta il gusto le leggi; e non farai

Che si riposi in un giudizio solo,

Se pria non cresci d'un medesmo latte

Tutti i bambini, e in un medesmo clima

Tu non gli educhi fra vicende eguali.

Questi l'irsuta libertà di Dante

Aspro simula; quegli adf uno ad uno

Spigola i cari modi, ed il sottile

Emula vaneggiar del cinquecento;

Corvino di metafora e traslato

Si fa pallido a i nomi; altri le fiamme

Fa sul bronzo sudar; Mevio le selve

Ama; in celtico stil Bavio de' mesti

Spettri fischiar fa per le selve il vento.

Se d'accorre in te sol così lontani

Suffragi ambisci, t'è mestier d'un'arte

Più di quella difficile che mesce

Ne le tazze il licor del lucid'oro;

Per cui sembiante in ogni verso acquisti

Di bonario e magniloquo, d'austero

E di faceto, d'aspro e di gentile,

Di vieto e di moderno. Assai pur anco

Monta quel ch'io dirò. Se un cibo incresce

A un convitato sol di venti o trenta,

Non attender ch'ei dica: al mio palato

Non garba quel sapor. Bensì, usurpando

Ei solo i dritti del comun parere,

È tosco, griderà; quella vivanda

Ha ferrea gola chi l'inghiotte. O cibo

O poema è lo stesso. A me non piace;

Pessimo è dunque: non ci ha mezzo. Eppure

Col retore Longin degni del cedro

Valgio que' versi pronunciò. Mal sente

Chi dissente da me. Se peschi al fondo,

Questo e non altro d'entimemi involge

E di sortiti il favellar confuso

Del volgo de' saccenti e de' dottori.

Né tacerò, condizione acerba

Sopra ogni altra a portarsi, che ignoranza

E sede e voto d'arrogarsi ardisce

Nel giudizio de' vati; e che sovente

Donna gl'ingegni perché a gli occhi inerti

Le fero offesa di soverchia luce.

Arroge ancor che, con iniqua legge,

Il fallir d'uno a tutti i vati è apposto.

Garrulo è d'essi alcun? cicale e gazzere

Tutti fien detti. Un po' leggero è questi,

E fa contrasto d'ammassati temi

Nel suo discorso, che non trova uscita,

O fuor riesce del cammino? inetto

A' gran consigli udrai nomar l'itero

Delfico gregge. Vuoi di più? lo scudo

Gittò, minor de la virtù seguita,

Quinto a Filippi; s'appagò di sguardi

Tra lunga e cruda servitù Petrarca:

Tutti imbelli in amor, vili nel campo

Si predican tra 'l riso oggi i poeti.