CCLV

By Giovan Battista Nicolucci

Se l'un per l'altro incendio avampa e sorge,

e da due lumi più vigor si spande,

come amor per amor s'è in me distrutto?

Ben il dirò se a me la cetra porge

chi d'amara erba trasse un dolce frutto,

e in pro volse il mio lutto.

Amor verace luminoso e grande,

per cui l'error si fugge, e pria si scorge,

amor real, non da furtive braccia,

come il fratel tiranno,

prodotto a l'altrui danno,

amor, del ciel parto e armonia, ti piaccia

temprar le corde tue vive e sonore,

sì ch'io canti il tuo ardore,

e l'altro falso iniquo e rio dispregi,

ch'empie fiamme e rapine ha per suoi pregi.

Quando con l'alma desiosa e pura

legato fui da una divina benda,

ove, al ciel sormontando i'dovea sciorre

ogni terrestre fascio e mortal cura,

e qua giù amando giusta meta porre,

da grave soma accòrre

lasciaimi: onde di poi di faccia orrenda

ebbi le notti, e i dì di nube oscura,

i piè fuor d'orma e fuor d'obietto gli occhi,

e gelida tremante

dinanzi a quel sembiante

lingua tal, che sospir, non voce, scocchi.

Così, cinto di ghiaccio e dentro foco,

impallidiva, e roco

era in chieder pietà, senza mai ch'io

le labra aprissi o il chiuso petto mio.

Di pungenti desir tra sé nimici

l'anima armata in fronte i'discopriva.

Sforzati sdegni, gelosie mentite,

ire improvise, sguardi acri e mendici,

dolci paci in languir, voglie pentite,

le guerre mie gradite

rendeano, e la speranza or morta or viva,

la qual sempre tremò da le radici.

E se mai, benché oppressa, non la svelse

colpo di sorte indegno,

fu l'ostinato ingegno,

non mia virtù, che fieramente scielse

pria di crudel strazio, ohimè, morire,

ch'ogni duol non soffrire:

sì cieco era il mio lume e sì sommerso

nel profondo del cor crudo e perverso.

Or che il chiaro splendor del mio bel sole

scorger mi fa ch'è ben di Dio ne l'alma

simile al suo Fattor simplice eterna,

e ch'ogni scorza amorosetta sòle

ritornar terra, e increspar quando verna,

tempo è ch'io pur discerna,

che se il fin de l'amor non è la salma,

convien che la ragion libera vole:

onde il pensier s'è da'miei nodi scosso,

sol da faville preso,

che l'han d'onore acceso,

e per madonna a leggiadre opre mosso.

Se sto, se vo, se veggo o parlo o penso,

non mi sospinge il senso,

né bramo il ben ch'io schifo e il mal che sego,

né a la morte d'amor gli spirti spiego.

Cieco ignudo garzon, pon giù li strali,

l'arco protervo e le facelle ardenti!

pon giù le reti e i lacci e gli ami e l'esca!

E, raffrenati i corsi, or spunta l'ali!

E di queste tue spoglie non t'incresca

che il mio pin s'orni e cresca:

tal che chi passa il miri e non paventi

più de l'arme vittrici, or vinte e frali.

Non fuggir a quei crini e accenti e lumi,

con che ogni cor tu sforze,

per ricovrar le forze

dal tuo bel nido, e far ch'io mi consumi!

Non più lagrime dolci e acerbo riso

prendo dal vago viso,

ma sereno piacer, tranquilla vita,

e luce, che più amor, più gioia invita.

Altra luce, altro amore e altra gioia,

con altre bende e faci e altri dardi,

canzon, se ben riguardi,

nascer vedi or d'un glorioso aspetto,

dal ciel per allumar la terra eletto.