CCLV
Se l'un per l'altro incendio avampa e sorge,
e da due lumi più vigor si spande,
come amor per amor s'è in me distrutto?
Ben il dirò se a me la cetra porge
chi d'amara erba trasse un dolce frutto,
e in pro volse il mio lutto.
Amor verace luminoso e grande,
per cui l'error si fugge, e pria si scorge,
amor real, non da furtive braccia,
come il fratel tiranno,
prodotto a l'altrui danno,
amor, del ciel parto e armonia, ti piaccia
temprar le corde tue vive e sonore,
sì ch'io canti il tuo ardore,
e l'altro falso iniquo e rio dispregi,
ch'empie fiamme e rapine ha per suoi pregi.
Quando con l'alma desiosa e pura
legato fui da una divina benda,
ove, al ciel sormontando i'dovea sciorre
ogni terrestre fascio e mortal cura,
e qua giù amando giusta meta porre,
da grave soma accòrre
lasciaimi: onde di poi di faccia orrenda
ebbi le notti, e i dì di nube oscura,
i piè fuor d'orma e fuor d'obietto gli occhi,
e gelida tremante
dinanzi a quel sembiante
lingua tal, che sospir, non voce, scocchi.
Così, cinto di ghiaccio e dentro foco,
impallidiva, e roco
era in chieder pietà, senza mai ch'io
le labra aprissi o il chiuso petto mio.
Di pungenti desir tra sé nimici
l'anima armata in fronte i'discopriva.
Sforzati sdegni, gelosie mentite,
ire improvise, sguardi acri e mendici,
dolci paci in languir, voglie pentite,
le guerre mie gradite
rendeano, e la speranza or morta or viva,
la qual sempre tremò da le radici.
E se mai, benché oppressa, non la svelse
colpo di sorte indegno,
fu l'ostinato ingegno,
non mia virtù, che fieramente scielse
pria di crudel strazio, ohimè, morire,
ch'ogni duol non soffrire:
sì cieco era il mio lume e sì sommerso
nel profondo del cor crudo e perverso.
Or che il chiaro splendor del mio bel sole
scorger mi fa ch'è ben di Dio ne l'alma
simile al suo Fattor simplice eterna,
e ch'ogni scorza amorosetta sòle
ritornar terra, e increspar quando verna,
tempo è ch'io pur discerna,
che se il fin de l'amor non è la salma,
convien che la ragion libera vole:
onde il pensier s'è da'miei nodi scosso,
sol da faville preso,
che l'han d'onore acceso,
e per madonna a leggiadre opre mosso.
Se sto, se vo, se veggo o parlo o penso,
non mi sospinge il senso,
né bramo il ben ch'io schifo e il mal che sego,
né a la morte d'amor gli spirti spiego.
Cieco ignudo garzon, pon giù li strali,
l'arco protervo e le facelle ardenti!
pon giù le reti e i lacci e gli ami e l'esca!
E, raffrenati i corsi, or spunta l'ali!
E di queste tue spoglie non t'incresca
che il mio pin s'orni e cresca:
tal che chi passa il miri e non paventi
più de l'arme vittrici, or vinte e frali.
Non fuggir a quei crini e accenti e lumi,
con che ogni cor tu sforze,
per ricovrar le forze
dal tuo bel nido, e far ch'io mi consumi!
Non più lagrime dolci e acerbo riso
prendo dal vago viso,
ma sereno piacer, tranquilla vita,
e luce, che più amor, più gioia invita.
Altra luce, altro amore e altra gioia,
con altre bende e faci e altri dardi,
canzon, se ben riguardi,
nascer vedi or d'un glorioso aspetto,
dal ciel per allumar la terra eletto.