CCLVI
Or che de l'arme, antiche ormai, mi spoglio,
con che corsi e perdei nel vasto campo
de le miserie (sì crudele e infida
mi fu l'umana fé, sì fiero orgoglio
in me versò la dura sorte), a guida
e a fin miglior da questa guerra i'scampo.
Né altro rifugio, né ricetto i'voglio,
che quei leggiadri lumi, in cui m'affida
così dolce balen di chiaro lampo,
che verso i ciel avampo.
Però m'invita l'amorosa fiamma
a cantar di quel bene,
che da la lor divina luce viene,
e illustra e scalda e inalza a dramma a dramma:
sì che il canto risone
oltre la forma usata,
e sentir faccia ancor, quanto a ragione
questa bella e gentil, saggia e beata
venga Lucrezia Bendidio nomata.
Piove d'suoi begli occhi un dolce lume,
qual non si vide mai sotto le stelle,
che di colori il bel del mondo irriga,
onde il fior di virtù sorga e s'allume,
e il cieco suo contrario ognor s'affliga,
però che lascia a dietro ombra ribelle
con Stigio lago tal che la consume,
precedendo di gemma eterna riga,
per cui distente son da queste e quelle
le scielte cose belle
e mostre, se temenza altri non n'aggia,
in elevata cima,
disgiunta da ogni strada o torta od ima,
con sì acuto vigor, ch'assai più irraggia
che il sol vivo e cocente:
da tenebroso rio
vo al ciel con questa scorta risplendente,
e de i ben quanto è il ben, tutto vegg'io
ch'è di lei bene, e ch'ella è ben di Dio.
Quando la vista sia di nebbie scarca,
e che possa ferir nel degno obietto,
rado avien che la voglia non s'accenda,
e là non poggi ove al piacer si varca,
schifando ch'altro per camin la prenda.
Qual dunque fia chi trema al gran diletto
de i guardi di costei, se non n'è parca?
Convien ch'arda d'amor, che sol s'estenda
al sottil foco che il divin aspetto
gli distilla nel petto.
Convien che qual ricco metallo impuro,
purghi l'anima mista
di contrari voler: dond'or s'attrista,
or vaneggia, or paventa, e mai sicuro
stato non ha, né fermo,
se non quanto vacille.
E io per me, quantunque basso e infermo,
sorgo a una sola de le sue scintille,
quanto il desir per ben di Dio sfaville.
Come da questa gloriosa luce
crear si suol qua giù l'ardor, ch'è in cielo,
così da questo prezioso ardore
spira letizia a i lumi nostri, e luce
a l'interno spirar del nostro core,
che, rosseggiante del sereno zelo,
ineffabil conforto apre e n'adduce.
Né sete spense mai per dolce umore
l'arsiccia terra, né si sciolse il gelo
mai fieramente al velo
de gli infiammati crin, che spieghi il sole,
com'ei s'acqueta e adegua,
e come fatto ghiaccio, si dilegua
il desiar, viste le gioie sole.
Allor s'imparadisa,
restando in questo fondo,
l'alma, dal carcer suo stretta e divisa:
e s'ella in quel gran pro lasciasse il mondo,
oh, in dolce ben di Dio morir giocondo!
Se del vivo splendor l'ultimo raggio,
che è il primo e solo a entrar ne l'alto regno,
sì vago è là, quanto potrà qua giuso
nel caduco, volgar, corto viaggio,
ove non è se non il van deluso,
vie scoprir, guidar passi a stato degno?
Quanto vestir potrà di pensier saggio
il nudo antiveder da sé confuso?
Quindi da lunge pria misura il segno
il già sublime ingegno,
e, sceso a fatti e lochi e tempi e modi,
da vario incontro, stile,
soggetto e caso, tutto pronto e umile,
ad ambe l'ale sue, con vari nodi,
piume diverse adatta:
di poi con spessi giri
or sorge e cala, or si dimostra e appiatta,
né fanno pesi mai lacci o martiri,
ch'a ben di Dio non s'erga e voli e spiri.
Luci beate ad alta fronte affisse,
non sì che senza specchi a voi sia tolto
il voi stesse veder, luci superne,
che vedete, mirando intente e fisse,
voi e con voi ciò che da voi si scerne,
sì il colpo vostro è ripercosso e accolto,
luci tranquille fuor di tanta ecclisse
di natura e fortuna, o luci eterne,
saette al ciel di gloria e del bel volto,
da voi sia inciso e sciolto
il mio legame, e sia lo spirto spinto
con affetto soverchio
suso al primo Motor di cerchio in cerchio,
ove in tre visi un sol tiene indistinto
la maestà divina.
Lo spirto sia rapito
di qui, ché assai fu qui, né più v'inclina:
è tempo omai che per sentier spedito
iì venga a ben di Dio con l'alma unito.
Non fia bisogno che chi sforza e regge
mia salma con lo spron, s'io col pensiero
in alto alberghi, da colei mi mova
che col fren de le ciglia è al cor mia legge:
perch'il silenzio parla, e sempre trova
più d'un celeste alato messaggiero
tra il suo intelletto e il mio, che mi corregge,
e la mente di viste orna e rinova.
Sì che al nobil contento e schietto e vero,
né rotto, altro non chero.
Né la rota incostante, né la chioma
non presa fuggitiva,
né voglie altrui fan ch'io tra me non viva.
Anzi quando la notte i sensi doma,
e gli altri uccide il sonno,
i sogni dar più vaga
con gli angeli e con lei vita mi ponno.
Così l'anima, in sé di sé presaga,
di ben di Dio né d'altro mai s'appaga.
De i begli occhi a bontà sì vera e dolce,
canzon, volgiti meco,
e dille con inchiostro:
–Ben di Dio, perch'ognor non siam noi teco?
Ah, se a noi sei de i cieli unico mostro,
ben di Dio, non del mondo, abbi il cor nostro!–