CCLX – G. Paradisi

By Giacomo Leopardi

A par di lince

Vede acuto la plebe; e dopo il vano

Bagliore sa spiar la torpid'alma,

Il rozzo ingegno, il ferreo cor, che tutto

L'utile si fa giusto, il falso aspetto,

Il doppio labbro ed i mal fidi orecchi

Di chi crebbe sul merto, al soffio cieco

De la fortuna: e in suo pensier l'abborre

E il vilipende allor che meglio il pasce

Di magnifici nomi e di servile

Abbassamento. Ecco trapassa Ormondo,

Eretto in mezzo a l'inchinate teste

Del volgo pauroso. Odi, se l'ozio

Te ne riman. Non volano sì fitte

Sul passeggier le paludose mosche,

Quanti scoccan su lui da' labbri accolti

Proverbi e villanie. Mida; Seiano;

Console di Caligola. Puoi tutte,

S'hai veloce l'udito, a un punto solo

Raccor le infamie de l'oscena vita.

Ma chi, parco di voglie e di bisogni,

Ogni dono del Ciel pone a guadagno;

Chi modesto misura ogni sua forza,

Né, di se presumendo, osa inoltrarsi

Sin dove offenda il pubblico consenso;

A' suoi caro e a gli amici i giorni umili

Guida tranquillo, e più pregiato assai

De' gran possenti: e fuor del suo disegno,

Talor poggia al fastigio ove miraro

Colle colpe e i sudor mill'altri invano.