CCLXI – Foscolo
A l'ombra de' cipressi, e dentro l'urne
Confortate di pianto, è forse il sonno
De la morte men duro? Ove più il sole
Per me a la terra non fecondi questa
Bella d'erbe famiglia e d'animali;
E quando, vaghe di lusinghe, innanzi
A me non danzeran l'ore future;
Né da te, dolce amico, udrò più il verso,
E la mesta armonia che lo governa;
Né più nel cor mi parlerà lo spirto
De le vergini muse e de l'amore,
Unico spirto a mia vita raminga;
Qual fia ristoro a' dì perduti un sasso
Che distingua le mie da le infinite
Ossa che in terra e in mar semina Morte?
Vero è ben, Pindemonte: anche la Speme,
Ultima Dea, fugge i Sepolcri; e involve
Tutte cose l'obblio ne la sua notte;
E una forza operosa le affatica
Di moto in moto; e l'uomo, e le sue tombe,
E l'estreme sembianze e le reliquie
De la terra e del ciel traveste il tempo.
Ma perché pria del tempo a se il mortale
Invidierà l'illusion che, spento,
Pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
Gli sarà muta l'armonia del giorno,
Se può destarla con soavi cure
Ne la mente de' suoi? Celeste è questa
Corrispondenza d'amorosi sensi,
Celeste dote è ne gli umani: e spesso
Per lei si vive con l'amico estinto,
E l'estinto con noi; se pia la terra
Che lo raccolse infante e lo nutriva,
Nel suo grembo materno ultimo asilo
Porgendo, sacre reliquie renda
Da l'insultar de' nembi, e dal profano
Piede del vulgo; e serbi un sasso il nome;
E di fiori odorata arbore amica
Le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d'affetti
Poca gioia ha de l'urna: e se pur mira
Dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
Fra 'l compianto de' templi acherontei,
O ricovrarsi sotto le grandi ali
Del eprdono d'Iddio; ma la sua polve
Lascia a le ortiche di diserta gleba,
Ove né donna innamoarata preghi,
Né passeggier solingo oda il sospiro
Che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
Fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
Contende. E senza tomba giace il tuo
Sacerdote, o Talia, che a te cantando,
Nel suo povero tetto educò un lauro
Con lungo amore, e t'appendea corone:
E tu gli ornavi del tuo riso i canti
Che il lombardo pungean Sardanapalo,
Cui solo è dolce il muggir de' buoi
Che da gli antri abduani e dal Ticino
Lo fan d'ozi beato e di vivande.
O bella musa, ove sei tu? non sento
Spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
Fra queste piante, ov'io siedo e sospiro
Il mio tetto materno. E tu venivi
E sorridevi a lui sotto quel tiglio,
Ch'or con dimesse frondi va fremendo
Perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio
Cui già di calma era cortese e d'ombre.
Forse tu fra plebei tumulti guardi
Vagolando, ove dorma il sacro capo
Del tuo parini. A lui non ombre pose
Tra le sue mura la città, lasciva
D'evirati cantori allettatrice;
Non pietra, non parola: e forse l'ossa
Col mozzo capo gl'insanguina il ladro,
Che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
La derelitta cagna ramingando
Su le fosse, e famelica ululando;
E uscir del teschio, ove fuggia la luna
L'upupa, e svolazzar su per le croci
Sparse per la funerea campagna,
E immonda accusar col luttuoso
Singulto i rai di che son pie le stelle
A le obbliate sepolture. Indarno
Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
Da la squallida notte. Ahi, su gli estinti
Non sorge fiore ove non sia d'umane
Lodi onorato e d'amoroso pianto.
Felice te che il regno ampio de' venti,
Ippolito, a' tuoi verd'anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l'antenna
Oltre l'isole egee, d'antichi fatti
Certo udisti sonar de l'Ellesponto
I liti; e la marea mugghiar portando
A le prode retee l'armi d'Achille
Sovra l'ossa d'Aiace. A' generosi
Giusta di glorie dispensiera è morte:
Né senno astuto, né favor di regi
A l'Itaco le spoglie ardue serbava;
Ché a la poppa raminga le ritolse
L'onda, incitata da gl'inferni Dei.
E me, che i tempi ed il desio d'onore
Fan per diversa gente ir fuggitivo,
Me ad evocar gli eroi chiamin le muse,
Del morale pensiero animatrici.
Siedon custodi de' sepolcri: e quando
Il Tempo con sue fredde ale vi spazza
Fin le rovine, le Pimplee fan lieti
Di lor canto i deserti; e l'armonia
Vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi ne la Troade inseminata
Eterno splende a' peregrini un loco,
Eterno per la ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dardano figlio,
Onde fur Troia, e Assaraco, e i cinquanta
Talami, e il regno de la Giulia gente.
Però che quando Elettra udì la Parca
Che lei da le vitali aure del giorno
Chiamava a' cori de l'Eliso, a Giove
Mandò il voto supremo; e se, diceva,
A te fur care le mie chiome e il viso
E le dolci vigilie, e non mi assente
Premio miglior la volontà de' fati,
La morta amica almen guarda dal cielo,
Onde d'Elettra tua resti la fama.
Così orando, moriva. E ne gemea
L'Olimpio; e l'immortal capo accennando,
Piovea da i crini ambrosia su la ninfa,
E fe sacro quel corpo, e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
Cenere d'Ilo: ivi l'iliache donne
Sciogliean le chiome, indarno ahi deprecando
Da' lor mariti l'imminente fato:
Ivi Cassandra, allor che il nume in petto
Le fea parlar di Troia il dì mortale,
Venne; e a l'ombre cantò carme amoroso;
E guidava i nepoti, e l'amoroso
Apprendeva lamento a' giovanetti.
E dicea sospirando: oh se mai d'Argo,
Ove al Tidide e di Laerte figlio
Pascerete i cavalli, a voi permetta
Ritorno il Cielo; invan la patria vostra
Cercherete: le mura opra di Febo
Sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
In queste tombe: ché de' numi è dono
Servar ne le miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi che le nuore
Piantan di Priamo, e crescerete ahi presto,
Di vedovili lagrime innaffiati;
Proteggete i miei padri: e chi la scure
Asterrà pio da le devote frondi,
Men si dorrà di consanguinei lutti,
E santamente toccherà l'altare.
Proteggete i miei padri. Un dì vedrete
Mendico un cieco errar sotto le vostre
Antichissime ombre; e brancolando,
Penetrar ne gli avelli, e abbracciar l'urne,
E interrogarle. Gemeranno gli antri
Secreti; e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte, e due risorto
Splendidamente su le mute vie
Per far più bello l'ultimo trofeo
A i fatati Pelidi. Il sacro vate,
Placando quelle afflitte alme col canto,
I prenci argivi eternerà per quante
Abbraccia terre il gran padre Oceano.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai
Ove fia santo e lagrimato il sangue
Per la patria versato, e finché il sole
Risplenderà su le sciagure umane.