CCLXI – Foscolo

By Giacomo Leopardi

A l'ombra de' cipressi, e dentro l'urne

Confortate di pianto, è forse il sonno

De la morte men duro? Ove più il sole

Per me a la terra non fecondi questa

Bella d'erbe famiglia e d'animali;

E quando, vaghe di lusinghe, innanzi

A me non danzeran l'ore future;

Né da te, dolce amico, udrò più il verso,

E la mesta armonia che lo governa;

Né più nel cor mi parlerà lo spirto

De le vergini muse e de l'amore,

Unico spirto a mia vita raminga;

Qual fia ristoro a' dì perduti un sasso

Che distingua le mie da le infinite

Ossa che in terra e in mar semina Morte?

Vero è ben, Pindemonte: anche la Speme,

Ultima Dea, fugge i Sepolcri; e involve

Tutte cose l'obblio ne la sua notte;

E una forza operosa le affatica

Di moto in moto; e l'uomo, e le sue tombe,

E l'estreme sembianze e le reliquie

De la terra e del ciel traveste il tempo.

Ma perché pria del tempo a se il mortale

Invidierà l'illusion che, spento,

Pur lo sofferma al limitar di Dite?

Non vive ei forse anche sotterra, quando

Gli sarà muta l'armonia del giorno,

Se può destarla con soavi cure

Ne la mente de' suoi? Celeste è questa

Corrispondenza d'amorosi sensi,

Celeste dote è ne gli umani: e spesso

Per lei si vive con l'amico estinto,

E l'estinto con noi; se pia la terra

Che lo raccolse infante e lo nutriva,

Nel suo grembo materno ultimo asilo

Porgendo, sacre reliquie renda

Da l'insultar de' nembi, e dal profano

Piede del vulgo; e serbi un sasso il nome;

E di fiori odorata arbore amica

Le ceneri di molli ombre consoli.

Sol chi non lascia eredità d'affetti

Poca gioia ha de l'urna: e se pur mira

Dopo l'esequie, errar vede il suo spirto

Fra 'l compianto de' templi acherontei,

O ricovrarsi sotto le grandi ali

Del eprdono d'Iddio; ma la sua polve

Lascia a le ortiche di diserta gleba,

Ove né donna innamoarata preghi,

Né passeggier solingo oda il sospiro

Che dal tumulo a noi manda Natura.

Pur nuova legge impone oggi i sepolcri

Fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti

Contende. E senza tomba giace il tuo

Sacerdote, o Talia, che a te cantando,

Nel suo povero tetto educò un lauro

Con lungo amore, e t'appendea corone:

E tu gli ornavi del tuo riso i canti

Che il lombardo pungean Sardanapalo,

Cui solo è dolce il muggir de' buoi

Che da gli antri abduani e dal Ticino

Lo fan d'ozi beato e di vivande.

O bella musa, ove sei tu? non sento

Spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,

Fra queste piante, ov'io siedo e sospiro

Il mio tetto materno. E tu venivi

E sorridevi a lui sotto quel tiglio,

Ch'or con dimesse frondi va fremendo

Perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio

Cui già di calma era cortese e d'ombre.

Forse tu fra plebei tumulti guardi

Vagolando, ove dorma il sacro capo

Del tuo parini. A lui non ombre pose

Tra le sue mura la città, lasciva

D'evirati cantori allettatrice;

Non pietra, non parola: e forse l'ossa

Col mozzo capo gl'insanguina il ladro,

Che lasciò sul patibolo i delitti.

Senti raspar fra le macerie e i bronchi

La derelitta cagna ramingando

Su le fosse, e famelica ululando;

E uscir del teschio, ove fuggia la luna

L'upupa, e svolazzar su per le croci

Sparse per la funerea campagna,

E immonda accusar col luttuoso

Singulto i rai di che son pie le stelle

A le obbliate sepolture. Indarno

Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade

Da la squallida notte. Ahi, su gli estinti

Non sorge fiore ove non sia d'umane

Lodi onorato e d'amoroso pianto.

Felice te che il regno ampio de' venti,

Ippolito, a' tuoi verd'anni correvi!

E se il piloto ti drizzò l'antenna

Oltre l'isole egee, d'antichi fatti

Certo udisti sonar de l'Ellesponto

I liti; e la marea mugghiar portando

A le prode retee l'armi d'Achille

Sovra l'ossa d'Aiace. A' generosi

Giusta di glorie dispensiera è morte:

Né senno astuto, né favor di regi

A l'Itaco le spoglie ardue serbava;

Ché a la poppa raminga le ritolse

L'onda, incitata da gl'inferni Dei.

E me, che i tempi ed il desio d'onore

Fan per diversa gente ir fuggitivo,

Me ad evocar gli eroi chiamin le muse,

Del morale pensiero animatrici.

Siedon custodi de' sepolcri: e quando

Il Tempo con sue fredde ale vi spazza

Fin le rovine, le Pimplee fan lieti

Di lor canto i deserti; e l'armonia

Vince di mille secoli il silenzio.

Ed oggi ne la Troade inseminata

Eterno splende a' peregrini un loco,

Eterno per la ninfa a cui fu sposo

Giove, ed a Giove diè Dardano figlio,

Onde fur Troia, e Assaraco, e i cinquanta

Talami, e il regno de la Giulia gente.

Però che quando Elettra udì la Parca

Che lei da le vitali aure del giorno

Chiamava a' cori de l'Eliso, a Giove

Mandò il voto supremo; e se, diceva,

A te fur care le mie chiome e il viso

E le dolci vigilie, e non mi assente

Premio miglior la volontà de' fati,

La morta amica almen guarda dal cielo,

Onde d'Elettra tua resti la fama.

Così orando, moriva. E ne gemea

L'Olimpio; e l'immortal capo accennando,

Piovea da i crini ambrosia su la ninfa,

E fe sacro quel corpo, e la sua tomba.

Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto

Cenere d'Ilo: ivi l'iliache donne

Sciogliean le chiome, indarno ahi deprecando

Da' lor mariti l'imminente fato:

Ivi Cassandra, allor che il nume in petto

Le fea parlar di Troia il dì mortale,

Venne; e a l'ombre cantò carme amoroso;

E guidava i nepoti, e l'amoroso

Apprendeva lamento a' giovanetti.

E dicea sospirando: oh se mai d'Argo,

Ove al Tidide e di Laerte figlio

Pascerete i cavalli, a voi permetta

Ritorno il Cielo; invan la patria vostra

Cercherete: le mura opra di Febo

Sotto le lor reliquie fumeranno.

Ma i Penati di Troia avranno stanza

In queste tombe: ché de' numi è dono

Servar ne le miserie altero nome.

E voi, palme e cipressi che le nuore

Piantan di Priamo, e crescerete ahi presto,

Di vedovili lagrime innaffiati;

Proteggete i miei padri: e chi la scure

Asterrà pio da le devote frondi,

Men si dorrà di consanguinei lutti,

E santamente toccherà l'altare.

Proteggete i miei padri. Un dì vedrete

Mendico un cieco errar sotto le vostre

Antichissime ombre; e brancolando,

Penetrar ne gli avelli, e abbracciar l'urne,

E interrogarle. Gemeranno gli antri

Secreti; e tutta narrerà la tomba

Ilio raso due volte, e due risorto

Splendidamente su le mute vie

Per far più bello l'ultimo trofeo

A i fatati Pelidi. Il sacro vate,

Placando quelle afflitte alme col canto,

I prenci argivi eternerà per quante

Abbraccia terre il gran padre Oceano.

E tu onore di pianti, Ettore, avrai

Ove fia santo e lagrimato il sangue

Per la patria versato, e finché il sole

Risplenderà su le sciagure umane.