CCLXII – Foscolo

By Giacomo Leopardi

I balsami beati

Per te le Grazie apprestino,

Per te i lini odorati

Che a Citerea porgeano

Quando profano spino

Le punse il piè divino

Quel dì che insana empiea

Il sacro Ida di gemiti,

E col crine tergea

E bagnava di lagrime

Il sanguinoso petto

Al Ciprio giovinetto.

Or te piangon gli amori,

Te fra le dive liguri

Regina e diva! e fiori

Votivi all'ara portano

D'onde il grand'arco suona

Del figlio di Latona.

E te chiama la danza

Ove l'aure portavano

Insolita fragranza,

Allor che a' nodi indocile

La chioma al roseo braccio

Ti fu gentile impaccio.

Tal nel lavacro immersa,

Che fior, da l'Eliconio

Clivo cadendo, versa,

Palla da l'elmo i liberi

Crin su la man che gronda

Contien fuori de l'onda.

Armoniosi accenti

Dal tuo labbro volavano,

E dagli occhi ridenti

Traluceano di Venere

I disdegni e le paci,

La speme, il pianto e i baci.

Deh! perché hai le gentili

Forme e l'ingegno docile

Volto a studi virili?

Perché non de l'Aonie

Seguivi, incauta, l'arte,

Ma i ludi aspri di Marte?

Ivan presaghi i venti

Il polveroso agghiacciano

Petto e le reni ardenti

De l'inquieto Alipede,

Ed irritante il morso

Accresce impeto al corso.

Ardon gli sguardi, fuma

La bocca, agita l'ardua

Testa, vola la spuma,

Ed i manti volubili

Lorda, e l'incerto freno,

Ed il candido seno;

E il sudor piove, e i crini

Sul collo irti svolazzano,

Suonan gli antri marini

A lo incalzato scalpito

Da la zampa che caccia

Polve e sassi in sua traccia.

Già dal lito si slancia

Sordo a i clamori e al fremito,

Già già fino a la pancia

Nuota... e ingorde si gonfiano

Non più memori l'acque

Che una Dea da lor nacque:

Se non che il Re de l'onde,

Dolente ancor d'Ippolito,

Surse per le profonde

Vie dal tirreno talamo,

E respinse il furente

Col cenno onnipotente.

Quei dal flutto arretrosse

Ricalcitrando, e, orribile!

Sovra l'anche rizzosse;

Scuote l'arcion, te misera

Su la petrosa riva

Strascinando mal viva.

Pera chi osò primiero

Discortese commettere

A infedele corsiero

L'agil fianco femineo,

E aprì con rio consiglio

Nuovo a beltà periglio!

Ché or non vedrei de rose

Del tuo volto sì languide,

Non le luci amorose

Spiar ne' guardi medici

Speranza lusinghiera

De la beltà primiera.

Di Cintia il cocchio aurato

Le cerve un dì traeano;

Ma la ferino ululato

Per terrore insanirono,

E da la rupe etnea

Precipitar la Dea.

Gioian d'invido riso

Le abitatrici olimpie

Perché l'eterno viso

Silenzioso e pallido

Cinto apparia d'un velo

Ai conviti del cielo;

ma ben piansero il giorno

Che da le danze efesie

Lieta facea ritorno

Fra le devote vergini,

E al ciel salia più bella

Di Febo la sorella.