CCLXII – Foscolo
I balsami beati
Per te le Grazie apprestino,
Per te i lini odorati
Che a Citerea porgeano
Quando profano spino
Le punse il piè divino
Quel dì che insana empiea
Il sacro Ida di gemiti,
E col crine tergea
E bagnava di lagrime
Il sanguinoso petto
Al Ciprio giovinetto.
Or te piangon gli amori,
Te fra le dive liguri
Regina e diva! e fiori
Votivi all'ara portano
D'onde il grand'arco suona
Del figlio di Latona.
E te chiama la danza
Ove l'aure portavano
Insolita fragranza,
Allor che a' nodi indocile
La chioma al roseo braccio
Ti fu gentile impaccio.
Tal nel lavacro immersa,
Che fior, da l'Eliconio
Clivo cadendo, versa,
Palla da l'elmo i liberi
Crin su la man che gronda
Contien fuori de l'onda.
Armoniosi accenti
Dal tuo labbro volavano,
E dagli occhi ridenti
Traluceano di Venere
I disdegni e le paci,
La speme, il pianto e i baci.
Deh! perché hai le gentili
Forme e l'ingegno docile
Volto a studi virili?
Perché non de l'Aonie
Seguivi, incauta, l'arte,
Ma i ludi aspri di Marte?
Ivan presaghi i venti
Il polveroso agghiacciano
Petto e le reni ardenti
De l'inquieto Alipede,
Ed irritante il morso
Accresce impeto al corso.
Ardon gli sguardi, fuma
La bocca, agita l'ardua
Testa, vola la spuma,
Ed i manti volubili
Lorda, e l'incerto freno,
Ed il candido seno;
E il sudor piove, e i crini
Sul collo irti svolazzano,
Suonan gli antri marini
A lo incalzato scalpito
Da la zampa che caccia
Polve e sassi in sua traccia.
Già dal lito si slancia
Sordo a i clamori e al fremito,
Già già fino a la pancia
Nuota... e ingorde si gonfiano
Non più memori l'acque
Che una Dea da lor nacque:
Se non che il Re de l'onde,
Dolente ancor d'Ippolito,
Surse per le profonde
Vie dal tirreno talamo,
E respinse il furente
Col cenno onnipotente.
Quei dal flutto arretrosse
Ricalcitrando, e, orribile!
Sovra l'anche rizzosse;
Scuote l'arcion, te misera
Su la petrosa riva
Strascinando mal viva.
Pera chi osò primiero
Discortese commettere
A infedele corsiero
L'agil fianco femineo,
E aprì con rio consiglio
Nuovo a beltà periglio!
Ché or non vedrei de rose
Del tuo volto sì languide,
Non le luci amorose
Spiar ne' guardi medici
Speranza lusinghiera
De la beltà primiera.
Di Cintia il cocchio aurato
Le cerve un dì traeano;
Ma la ferino ululato
Per terrore insanirono,
E da la rupe etnea
Precipitar la Dea.
Gioian d'invido riso
Le abitatrici olimpie
Perché l'eterno viso
Silenzioso e pallido
Cinto apparia d'un velo
Ai conviti del cielo;
ma ben piansero il giorno
Che da le danze efesie
Lieta facea ritorno
Fra le devote vergini,
E al ciel salia più bella
Di Febo la sorella.