CCLXIII – Foscolo

By Giacomo Leopardi

Qual da gli antri marini

L'astro più caro a Venere

Co' rugiadosi crini

Fra le fuggenti tenebre

Appare, e il suo viaggio

Orna col lume de l'eterno raggio;

Sorgon così tue dive

Membra da l'egro talamo,

E in te beltà rivive,

L'aurea beltate ond'ebbero

Ristoro unico a' mali

Le nate a vaneggiar menti mortali.

Fiorir sul caro viso

Veggo la rosa; tornano

I grandi occhi al sorriso

Insidiando; e vegliano

Per te in novelli pianti

Trepide madri e sospettose amanti.

Le Ore che dianzi meste

Ministre eran de' farmachi,

Oggi l'indica veste,

E i monili cui gemmano

Effigiati Dei,

Inclito studio di scalpelli achei,

E i candidi coturni

E gli amuleti recano,

Onde a' cori notturni

Te, Dea, mirando obbliano

I garzoni le danze,

Te principio d'affanni e di speranze:

O quando l'arpa adorni

E co' novelli numeri

E co' molli contorni

De le forme che facile

Bisso seconda, e intanto

Fra il basso sospirar vola il tuo canto

Più periglioso; o quando

Balli disegni, e l'agile

Corpo all'aure fidando,

Ignoti vezzi sfuggono

Da i manti, e dal negletto

Velo scomposto sul sommosso petto.

A l'aggirarti, lente

Cascan le trecce, nitide

Per ambrosia recente,

Mal fide a l'aureo pettine

E a la rosea ghirlanda

Che or con l'alma salute april ti manda.

Così ancelle d'Amore

A te d'intorno volano

Invidiate l'Ore;

Meste le Grazie mirino

Chi la beltà fugace

Ti membra, e il giorno de l'eterna pace.

Mortale guidatrice

D'oceanine vergini

La parrasia pendice

Tenea la casta Artemide;

E fea terror di cervi

Lungi fischiar d'arco cidonio i nervi.

Lei predicò la fama

Olimpia prole; pavido

Diva il mondo la chiama,

E le sacrò l'elisio

Soglio, ed il certo telo,

E i monti e il carro de la luna in cielo.

Are così a Bellona,

Un tempo invitta amazzone,

Diè il vocale Elicona;

Ella il cimiero e l'egida

Or contro l'Anglia avara

E le cavalle ed il furor prepara.

E quella a cui di sacro

Mirto te veggo cingere

Devota il simulacro,

Che presiede marmoreo

Agli arcani tuoi lari,

Ove a me sol sacerdotessa appari,

Regina fu; Citerea

E Cipro, ove perpetua

Odora primavera,

Regnò beata, e l'isole

Che col selvoso dorso

Rompono a gli euri e al grande Ionio il corso.

Ebbi in quel mar la culla:

Ivi era ignudo spirito

Di faon la fanciulla;

E se il notturno zeffiro

Blando su i flutti spira,

Suonano i liti un lamentar di lira.

Ond'io, pien del nativo

Aer sacro, su l'itala

Grave cetra derivo

Per te le corde eolie,

E avrai, divina, i voti

Fra gl'inni miei de le insubri nepoti.