CCLXIV
Sì duramente un sonno mi percosse,
Dormendo un giorno quasi in su la squilla,
Che senza chiuder occhi mi riscosse.
E come l'acqua frange sopra Scilla,
Così me fece ciascun sentimento
Di quella maestria, che qui destilla.
Ch'un medico m'apparve, s'io non mento,
Di medicine mastro in suo sembiante,
E dichiarommi suo proponimento.
Siccome a te, Lettor, il simigliante
Racconterò, se d'udir non t'incresce
La proprietà, ch'è di costui sonante.
In prima la virtù sua molto cresce,
Che un partito dà di Maccatelle,
E tola in tre rizzando a spine pesce.
E vuo' che tu comprendi ancor di quelle
Sue medicine: e fa ch'alquanto svelli
La mente tua a queste cose belle.
In prima dice: a crescere i capelli
Togli un quaderno di cicale lesse,
E grilli bianchi, e mescola con elli.
E poi le palme t'ongerai con esse
De' piei: e statti al Sol tredici notte
Senza dormire, e faraile spesse.
E se ti desson troppo noia le gotte,
Togli tre oncia di vento, e bollire
Falle, e due filza di pilastri cotte;
E fa di star tre dì senza dormire
E quella cuocitura ti berai,
Meglio starai del gozzo a non mentire.
Ed al male di gola sì torrai
Tre gracchi di ranocchi, e sien ben pesti
In un bucciol di carta: e poi farai
Che della nebbia mescoli con questi,
Cocendola con l'aceto di granchi,
E tiengli tanto a' piè, che tu ti desti;
E in picciol tempo ti sentirai franchi
I calli della barba senza fallo,
Se t'ugni spesso, e fa che non ti stanchi.
Al dormir troppo fa che togli un gallo
Tutto vergato, e tienlo per l'orecchi
Tanto che le cicogne eschin del mallo.
A chi avesse i denti troppo secchi
Dagli a mangiar nove mattine a vegghia
Una carrata di rose, e di stecchi.
E poi torrai un coverchio di Stregghia,
E una fogna; e fa che sia legata
Insieme con un manico di tegghia;
E fa che tenga la bocca serrata,
E bere il fumo di tre raginioli
Cotti col rezzo in su d'una brinata.
Al male della melza sette orciuoli
Di sospiri torrai di ragnateli
Cotti col foco di tre fusaioli.
E poi torrai delle foglie, e de' peli
Del preterito, e fa che siano arrosto,
Sì che di Luglio al fuoco non si geli.
E se di porri vorrai guarir tosto,
Torrai tre salti di Lumaca, e fagli
Bollire al vento, e non andar discosto;
E legateli a' piè con tre sonagli,
Ed un arco di ponte, ed al sereno
Ti sta tre dì, e fa che non abbagli.
Di queste cose fa né più né meno,
E usciratti il sonno per taglioni
In pochi giorni senza dire: i' peno.
Ancor se ti strignessono i gattoni,
Legati al collo tre quarti di frati
E fattegli incantar con dui bastoni.
E se volessi guarir di crepati,
Medicina provata mo te 'nsegno
Togli una gabbia piena di fossati;
E una istretta, o due di carro pregno,
E fanne un breve, e tienlo sotto 'l braccio,
E queste cose non tenere a sdegno.
E quando dormi fa c'abbi un piumaccio
Di pruni, e stecchi, e di carboni accesi,
E fa che 'l caldo non ti paia giaccio.
E a chi fossen troppo umor discesi
Nell'unghie, sì torrai tre pipistrelli
Nati nel dì dopo che saran presi.
E del seme torrai de' chiavistelli,
E col fumo gli fa bollir tre ore
In una rete piena di Pestrelli;
E poi torrai tre oncie di sudore
Di marco fresco, ed ugnitene il dito
Grosso del piè, il mezzano, e 'l minore,
E in men di cinque dì sarai guarito
Delle pepite del calcagno dritto,
E potrai torla in tre al buon partito.
Chi fosse da' moscon troppo trafitto
Togli uno staio di latte di zenzara,
E fa che nell'orecchie il tenghi fitto.
E poi torrai quando l'aria è ben chiara
Carrate tre di nugoli marini
E cuociraili in una testa amara.
E quando tu al vento ti sciorini
Di Gennaio, togli lecca sotto 'l mento
Con cinque morsi, o sei di Can mastini.
E 'n picciol tempo potrai far ristento
Senz'alcun fallo: e se volessi ancora
Un perfetto, e provato esperimento,
a cui la pianta troppo si scolora
Della cotolla, togli una caldaia
E polvere ne fa senza dimora.
E del canto torrai d'una ghiandaia
E un bicchier di busso di gualchiere,
E l'alito d'un can quand'egli abbaia;
E poi il legherai con un paniere
Pien di specchiai, e costole di staccio,
Mescola insieme con trenta lumiere
E quando dormi torrai del fangaccio
E tienlo in bocca con matton roventi,
E rade volte farai senza impaccio.
Ed al mal della pietra, se ne senti,
To' tre fastella d'acqua di graticcio,
E mettila in un fascio di fermenti;
E stemperalla col fumo d'un miccio,
E cociraila poi con una testa
Piena di pizzicore, e di stropiccio.
E poi torrai tre moggia di tempesta,
E temperalla con una vessica
Di Caltatrepo, e tien in su la testa;
E 'n pochi dì avrai assai fatica;
E guarrai della tossa delle spalle,
Se dormi spesso in un letto d'ortica.
Al mal di petto torrai una valle,
E legatela al collo con un carro
Con sette acquai di voli di farfalle,
E poi di queste cose ch'io ti narro,
Un breve fa, e legal con tre pozzi
In cinque libbre di foglie di farro.
E cuocerai tre filze di fogliozzi
E beratti quell'acqua, e poi torrai
D'un salvatico toro cinque cozzi;
E 'n men d'una mezz'ora non saprai
Che ben si sia; e al mal del madrone
Togli una madia, e sì la cuocerai.
Con sette perticoni di roncone,
E uno scudiscier pien di buffetti,
E sarai megliorato del polmone.
Ancor più oltre vuo' che tu ti metti,
Se volessi guarire uno scrignuto
Togli un balen di trespoli confetti;
E poi torrai d'una chiocciola il fiuto,
E cuocirailo insieme in una gabbia
Ciascuno da sé in un suon di liuto;
E poi con queste cose fa che abbia
Del sogno del tartufo estemporale,
E cotto insieme con sugo di rabbia.
E poi gli fa misurar cinque scale
Di cento braccia d'altezza ciascuna,
E bere un moggio di sugo di pale,
Cotte col buio, e col lume di luna,
E guarrà tosto del freddo d'istate
Chi mangia mal, e chi spesso digiuna,
E quando le grattugie sien granate
Son buone a medicarsi della gotta
Con cinque serque, o sei di gran mazzate;
E sette fiumi lega colla motta,
E mettigli in un fiasco di cicogna,
E poi li stempra ben con la carotta
Tutta cerchiata con una gran fogna,
E l'acqua ti berai in picciol corso,
Ti migliora la doglia della rogna;
E a chi fosse troppo sangue scorso
Sotto 'l ditello del più grosso dito
Della man ritta, togli un corno d'orso,
E fa che cinque notti sia bollito
In un vasetto pien di datti briga
Con cinque foglie di scoppion tallito;
E poi con queste cose sì te striga
A tuo diletto, ed ancor fa che tolga
Del fior di campanil quand'egli spiga;
Ed alla gola fa che te gli avvolga
Con un canestro d'acqua di lanterne,
Sicché di state freddo non ti colga;
E del sugo torrai se tu puo' averne
D'un fornello arrostito, e tienlo in bocca
Istemperato con trenta lucerne.
E quando il mal del fianco pur ti tocca
Se vuoi guarirne tosto, fa ti giunga
Nel petto una bombarda quando iscocca;
E al mal della magrana, fa che munga
Un muscione, e beraite le cervella
Sì che di verno mosca non ti punga.
E a' petignon torrai una mascella,
Che sia d'un magro piccolo asinello,
E ragnateli, e mescola con ella;
E poi torrai un osso di cervello
Di materassa, e legatelo al petto
Coll'artificio verde d'un paniello,
E queste cose cuoci con un tetto,
E l'acqua ti berai in su la sera
Quando ti levi; e guarirai 'n effetto.
Al mal de gli occhi torrai della spera
Del Sole, e cuociraila con un forno
E 'l sugo ti berai d'una ventriera;
E poi farai d'andare spesso a torno
Di notte in un gran dubbio, e per ventura
Potrà venir ch'avrai di notte giorno.
Quando di Luglio sia la gran freddura
Mettiti un pellicione, e statti al fuoco,
E faratti grattar con una scura.
Ma di più dire il mastro venne fioco,
Perché di notte ci assalì lo Sole,
Sicché di star più non gli parve gioco,
E disparì senza far più parole,
Ed io rimasi sopra ciò sospeso
Rotto un gran ceppo di verdi viole.
E queste medicine, ch'io v'ho steso
Di proprietà perfettissime sono
Tutte provate senz'aver conteso.
Dal maestro le appresi, e il ver ragiono,
E però tu che 'ntendi di studiare
Fa che comprendi il virtuoso suono.