CCLXIV – Perticari

By Giacomo Leopardi

Diamante bella, io non ho pan bianco,

Cacio non ho, ned ova; né giuncata,

Da farti onor di questi doni almanco;

Ché da molti anni una trista brigata

Fatto ha di me quel che de' greppi il verno:

Il pollaio e la madia han vendemmiata.

Abbiali tutti Iddio nel loco eterno;

E vada a la malorcia tutta quella

Peste di veri diascol del ninferno.

Ma per questo non fia, Diamante bella,

Che 'l cuor del tuo mencone a te non doni

Quel che non sa la maghera scarsella.

I' vo' del matrimonio i cari doni,

Il mele, l'oro, le soavità,

Le gentilezze, le consolazioni

Mostrarti in parte. Né mi penso già

(Parla ardito un villano, e non inganna)

Queste cose mostrarti a la città,

Ma ne la pace de la mia capanna,

Dov'è l'amor di moglie e di marito

Dolce più de la sapa e de la manna;

Ché in villa non si caccia anello in dito

Per satollar de lo argento la fame,

Ma ne spinge a le nozze altro appetito.

Là non si veggion le dolenti dame

Del bel de lo zecchino innamorate

Pigliar dei brutti visi di tegame:

Poi 'n paggi, 'n cocchi, 'n vesti inargentate,

E in chiassi ire accattando alcuna gioia,

Perché vivon del meglio in povertate.

Là non vien Gelosia, la sozza boia,

Quella strega, quel drago avvelenato,

Che cogli occhi trae l'uom fuor de le quoia:

La Vergogna in gamurra di broccato

Dietro il povero Onor là non galoppa,

Ché se lo giugne l'ammazza col fiato:

Là non trova bugiardo e fianco e poppa

Lo sposo meschinel, né fa disegno

Due terzi aver di carne ed un di stoppa:

Né vede come l'ossa mettan regno

Propio in mezzo del petto, e di vermiglio

Tinga le gialle guance il matto ingegno:

Né fresca giovinetta ivi al cipiglio

Trema di tal, che fradicio e canuto

Empie ogni cosa di lungo bisbiglio,

E pare in faccia il diavolo cornuto,

E l'orco ne la pancia, ed è importuno

Più del singhiozzo e più de lo starnuto.

Vieni, fanciulla mia, vien dentro il bruno

Mio capannel: vedraivi il matrimonio

Tutto fiorito, e senza spino alcuno.

Figlioletti vedrai tutti d'un conio,

Leggiadri tutti e da una mamma fatti,

Ch'è piena d'ogni ben del comprendonio.

Ella fa de la casa tutti i fatti:

Dispon le massarizie tutte quante,

Cura il porco, il marito, i figli e i gatti;

Levasi al lume de le stelle, e innante

Che mi si rompa il sonnellin de l'oro

Risveglia il foco dal tizzon fumante;

Apre usci e serra; un cigolar sonoro

Di carrucole senti; ed alto freme

De' percossi telai l'aspro lavoro.

Quando moviam per la campagna insieme,

S'io ho l'aratro meco, ell'ha il cestello;

S'io schiudo il solco, ella vi getta il seme:

S'io cantando do dentro a l'orticello,

Ella cantando lava e i panni sbatte:

S'ella fa nulla, ed io gratto il porcello:

Finché poch'erbe e bruno pane e latte

In sul far bruzzo a un desco assiem ci pone,

Dove la fame coll'amor combatte.

Quando la faccia d'oro il Sol ripone,

E le bocche s'acconciano a badigli,

Quanta è la gioia del tuo Menicone!

Si fa la casa un covo di conigli;

S'adunan tutti; e mi ballano a canto

Sino i figli de' figli de' miei figli.

Io non rattengo per la gioia il pianto,

E li palpo e li stringo, e più beato

De' principi e de i re mi credo intanto.

Vien, fanciulla, a veder che dolce stato!

Vieni, fanciulla, e ti so dir che un branco

Sempre vorrai di figlioletti a lato.

È chiusa la capanna; per lo bianco

Ciel la neve s'addensa, e 'l freddo vento

Soffia e sbatte a le quercie il nudo fianco.

Dan le appese lucerne un lume lento,

E fa di pochi stecchi un focherello

Picciola fiamma e picciol movimento.

Qua Menichetto sta presso un fastello

Di lunghe paglie, e in cerchio le contesse,

Onde 'l nonno la state abbia il cappello.

Più là Cecchino verdi giunchi intesse

A farne fiscellette pel mercato,

E comperarne il saio e le brachesse.

Strimpella Pippo il cembalo scordato,

E s'appronta la Tancia a mattinare;

Ché Pippo per la Tancia è ammartellato.

Nencia sua suora s'acconcia a ballare,

E alzando colla destra il guarnelletto

Fa la sinistra al fianco ciondolare.

Ella è di Menicon l'alma e 'l diletto;

Quand'ella compie il ballo s'inchina ella,

Poi torna indietro, e fammi uno scambietto.

Io come 'l sale struggomi a vedella,

E tremolando per gioia, appuntello

Sovra i polsi la barba e la mascella.

Nudo e paffuto intanto un bambinello

A le ginocchia veggiomi venire,

Che ognor che 'l veggo egli mi par più bello:

Sembra che di parlarmi abbia disire;

ma il me' che sappia è farmi un risolino

E guatarmi nel viso ed arrossire.

Le gambe ha in arco; il capo ha d'oro fino;

Grosse le braccia, e le guance han colore

Tal che per siepe mai, né per giardino

April non vide sì polito fiore.

Mettilo al buio: tu una stella il credi.

Dagli le penne: è l'angiolel d'amore.

Meo, Beco e Ciapo, come tu mi vedi,

Tutti allor veggio, e saltanmi sul collo,

Dentro le braccia, a le ginocchia, a i piedi:

Sì che mi corre giù per lo midollo

Di latte di dolcezza una tal vena,

Che pieno il cuor ne porto e 'l ciglio mollo.

La Tina intanto la culla dimena,

E il fantolin, che dentro le sorride,

Volge a dormir con lunga cantilena.

La Mea da l'arcolaio il fil divide,

E a la nonna, che presso le balocca

Di folletti e di fate, attenta ride;

Finché le fugge di mano la rocca,

E narrando e inchinando appiè del foco,

La favola le muor sovra la bocca.

Non v'è più fiamma: solo il carbon fioco

Scintilla; e il lume per le negre gole

De le lucerne cade a poco a poco.

Si stan le donne, né fan più parole:

Come presso la sera si stan quete

Le cicalette quand'è morto il sole.

Dopocento carezze oneste e liete

Cerca ognun sua persona a disbramare

Del tardo sonno la soave sete.