CCLXVI – Monti

By Giacomo Leopardi

Gittò l'infame prezzo, e disperato

L'albero ascese il venditor di Cristo;

Strinse il laccio, e col corpo abbandonato

Da l'irto ramo penzolar fu visto.

Cigolava lo spirto serrato

Dentro la strozza in suon rabbioso e tristo,

E Gesù bestemmiava, e il suo peccato

Ch'empiea l'Averno di cotanto acquisto.

Sboccò dal varco al fin con un ruggito.

Allor Giustizia l'afferrò, e sul monte

Nel sangue di Gesù tingendo il dito,

Scrisse con quello al maledetto in fronte

Sentenza d'immortal pianto infinito,

E lo piombò sdegnosa in Acheronte.

Piombò quell'alma a l'infernal riviera,

E si fe' gran tremuoto in quel momento.

Balzava il monte, ed ondeggiava al vento

La salma in alto strangolata e nera.

Gli Angeli del Calvario in su la sera

Partendo a volo taciturno e lento,

Lo videro da lunge, e per pavento

Si fer de l'ale a gli occhi una visiera.

I demoni frattanto a l'aere tetro

Calar l'appeso, e l'infocate spalle

A l'esecrato incarco eran feretro.

Così ululando e schiamazzando, il calle

Preser di Stige, e al vagabondo spetro

Resero il corpo ne la morta valle.

Poiché ripresa avea l'alma digiuna

L'antica gravità di polpe e d'ossa,

La gran sentenza su la fronte bruna

In riga apparve trasparente e rossa.

A quella vista di terror percossa

Va la gente perduta: altrui s'aduna

Dietro le piante che Cocito ingrossa,

Altri si tuffa ne la rea laguna.

Vergognoso egli pur del suo delitto

Fuggia quel crudo, e stretta la mascella,

Forte graffiava con la man lo scritto.

Ma più terso il rendea l'anima fella.

Dio tra le tempie gliel avea confitto,

Né sillaba di Dio mai si cancella.