CCLXVI – Monti
Gittò l'infame prezzo, e disperato
L'albero ascese il venditor di Cristo;
Strinse il laccio, e col corpo abbandonato
Da l'irto ramo penzolar fu visto.
Cigolava lo spirto serrato
Dentro la strozza in suon rabbioso e tristo,
E Gesù bestemmiava, e il suo peccato
Ch'empiea l'Averno di cotanto acquisto.
Sboccò dal varco al fin con un ruggito.
Allor Giustizia l'afferrò, e sul monte
Nel sangue di Gesù tingendo il dito,
Scrisse con quello al maledetto in fronte
Sentenza d'immortal pianto infinito,
E lo piombò sdegnosa in Acheronte.
Piombò quell'alma a l'infernal riviera,
E si fe' gran tremuoto in quel momento.
Balzava il monte, ed ondeggiava al vento
La salma in alto strangolata e nera.
Gli Angeli del Calvario in su la sera
Partendo a volo taciturno e lento,
Lo videro da lunge, e per pavento
Si fer de l'ale a gli occhi una visiera.
I demoni frattanto a l'aere tetro
Calar l'appeso, e l'infocate spalle
A l'esecrato incarco eran feretro.
Così ululando e schiamazzando, il calle
Preser di Stige, e al vagabondo spetro
Resero il corpo ne la morta valle.
Poiché ripresa avea l'alma digiuna
L'antica gravità di polpe e d'ossa,
La gran sentenza su la fronte bruna
In riga apparve trasparente e rossa.
A quella vista di terror percossa
Va la gente perduta: altrui s'aduna
Dietro le piante che Cocito ingrossa,
Altri si tuffa ne la rea laguna.
Vergognoso egli pur del suo delitto
Fuggia quel crudo, e stretta la mascella,
Forte graffiava con la man lo scritto.
Ma più terso il rendea l'anima fella.
Dio tra le tempie gliel avea confitto,
Né sillaba di Dio mai si cancella.