CCLXVIII – Monti

By Giacomo Leopardi

Io de' forti Cecropidi

Ne l'inclita famiglia

D'Atene un dì non ultimo

Splendore e maraviglia,

A riveder io Pericle

Ritorno il ciel latino,

Trionfator de' barbari,

Del tempo e del destino.

In grembo al suol di Catilo

(Funesta rimembranza!)

Mi seppellì del Vandalo

La rabbia e l'ignoranza.

Ne ricerco i posteri

Gelosi il loco e l'orme,

E il fato incerto piansero

Di mie perdute forme.

Roma di me sollecita

Sen dolse; e a' figli sui

Narrò l'infando eccidio

Ove ravvolto io fui.

Carca d'alto rammarico

Sen dolse l'infelice

Del marmo freddo e ruvido

Bell'arte animatrice;

E d'Adriano e Cassio,

Sparsa le belle chiome,

Fra gl'insepolti ruderi

M'andò chïamando a nome:

Ma invan; ché occulto e memore

Del già sofferto scorno

Temei novella ingiuria,

Ed ebbi orror del giorno.

Ed aspettai benefica

Etade in cui sicuro

Levar la fronte, e l'etere

Fruir tranquillo e puro.

Al mio desir propizia

L'età bramata uscio,

E tu sul sacro Tevere

La conducesti, o Pio.

Per lei già l'altre caddero

Men luminose e conte,

Perché di Pio non ebbero

L'augusto nome in fronte.

Per lei di greco artefice

Le belle opre felici

Van del furor de secoli

E de l'obblio vittrici.

Vedi dal suolo emergere

Ancor parlanti e vive

Di Periandro e Antistene

Le sculte forme argive.

Da rotte glebe incognite

Qua mira uscir Biante,

Ed ostenatar l'intrepido

Disprezzator sembiante:

Là sollevarsi d'Eschine

La testa arida e balda,

Che col rival Demostene

A la tenzon si scalda.

Forse restar doveami

Fra tanti io sol celato

E miglior tempo attendere

Da l'ordine del Fato?

Io, che d'età sì fulgida

Più ch'altri assai son degno?

Io de la man di Fidia

Lavoro e de lingegno?

Qui la fedele Aspasia

Consorte a me diletta,

Donna del cor di Pericle,

Al fianco suo m'aspetta.

Fra mille volti argolici

Dimessa ella qui siede,

E par che afflitta lagnisi,

Che il volto mio non vede.

Ma ben vedrallo: immemore

Non son del prisco ardore:

Amor lo desta, e serbalo

Dopo la tomba Amore.

Dunque a colei ritornano

I Fati ad accoppiarmi,

Per cui di Samo e Carnia

Ruppi l'orgoglio e l'armi?

Dunque spiranti e lucide

Mi scorgerò dintorno

Di tanti eroi le immagini

Che furo Elleni un giorno?

Tardi nepoti e secoli,

Che dopo Pio verrete,

Quando lo sguardo attonito

Indietro volgerete,

Oh come fia che ignobile

Allor vi sembri e mesta

La bella età di Pericle

Al paragon di questa!

Eppur d'Atene i portici,

I templi e l'ardue mura

Non mai più belli apparvero

Che quando io l'ebbi in cura.

Per me nitenti e morbidi

Sotto la man de' fabri

Volto e vigor prendevano

I massi informi e scabri.

Ubbidiente e docile

Il bronzo riceveva

I capei crespi e tremoli

Di qualche ninfa o dea.

Al cenno mio le parie

Montagne i fianchi apriro,

E da le rotte viscere

Le gran colonne usciro.

Si lamentaro i tessali

Alpestri gioghi anch'essi

Impoveriti e vedovi

Di pini e di cipressi.

Il fragor de l'incudini,

De' carri il cigolio,

De' marmi offesi il gemere

Per tutto allor s'udio.

Il cielo arrise: Industria

Corse le vie d'Atene,

E n'ebbe Sparta invidia

Da le propinque arene.

Ma che giovò? Dimenticarci

De la mia patria i Numi,

Di Roma alfin prescelsero

Gli altari ed i costumi.

Grecia fu vinta, e videsi

Di Grecia la ruina

Render superba e splendida

La povertà latina.

Pianser deserte e quallide

Allor le spiagge achive,

E le bell'Arti corsero

Del Tebro su le rive.

Qui poser granche e libere

Il fuggitivo piede,

E accolte si compiacquero

De la cangiata sede;

Ed or fastose obbliano

L'onta del goto orrore,

Or che il gran Pio le vendica

Del vilipeso onore.

Vivi, o Signor; tardissimo

Al mondo il Ciel ti furi,

E coll'amor de' popoli

Il viver tuo misuri.

Spirto profan de l'Erebo

A l'ombre avvezzo io sono;

Ma i voti miei non temono

La luce del tuo trono.

Amìnche del greco Elisio

Nel disprezzato regno

V'è qualche illustre spirito

Che d'adorarti è degno.