CCLXX – Monti
Nembo di guerra intorno freme e morte,
E di Gravido la crudel sorella
Gli anelanti cornipedi flagella
Su l'italiche porte.
Sotto l'ugna immortal fuma e si scuote
De l'Alpe il fianco; da i percossi fonti
Alzano i fiumi le atterrite fronti
Al passar de le rote.
E tortuose giù per l'erta china
Cercano l'onde liquefatte il calle,
Meste avvisando per l'ausonia valle
La marzial ruina.
Che faremo, Amarilli? A i dolci canti
De le fanciulle ascree, l'aspre tenzoni
Mal di Bellona si confanno, e i tuoni
De' bronzi fulminanti.
Né questo, che le fiere alme lusinga,
Clangor di trombe, e nitrir di cavalli,
Ben si concorda a gli apollinei balli,
E al suon de la siringa.
E nondimeno sacerdoti e servi
Non siam d'imbelle iddio. Come la cetra,
Febo al fianco sonar fa la faretra,
E di grand'arco i nervi.
Delfo e Troia lo sanno, il sa di Tebe
La mal feconda donna, e un giorno tutte
Del sangue de' Ciclopi orride e brutte
Le siciliane glebe.
Lungi dunque il timor; ché non s'offende
Impunemente la castalia fronda,
E quel crine è fatal che si corconda
De le delfiche bende.
Di Crise il dica la vendetta acerba,
Quando Apollo sonar fe' l'omicide
Frecce su i Greci, e castigò d'Atride
La ripulsa superba.
Auspice un tanto dio, sciogli tranquillo,
Ninfa divina, il canto, e l'alme scuoti
A i severi difficili nipoti
Di Curio e di Camillo.
Or far ti piaccia le virtù romane
Segno a gli strali de' veloci carmi,
O d'Ilio i campi lagrimosi, o l'armi
E le colpe tebane;
O de l'Aurora i furti, o le fatiche
Narrar d'Argo ti giovi, e manga in Colco
Impallidir su l'incantato solco,
O sospirar con Psiche
Teco vien la pietà, teco il diletto,
Teco eleganza ne' bei modi ardita,
E quel che al cor si sente, e non s'imita,
Parlar facondo e schietto
Questa di carmi amabil arte in alto
Di Teo levò la gloria e di Venosa,
E l'onor di colei che dolorosa
Spiccò di Leuca il salto.
Di lesbia musa che le valse il vanto?
Che le valse il favor di Citerea,
Che i passeri aggiogando a lei scendea
Ad asciugarle il pianto?
Nume più grande Amor con le divine
Eterne punte le piagava il fianco,
Finché l'Ionio a l'egro spirto e stanco
E al suo furor dié fine.