CCLXXI – Monti

By Giacomo Leopardi

Colà dove il real padre Eridàno

Da i campi ocnei scendendo urta col fiero

Corno la riva e la diritta mano,

A respirar d'un venticel leggiero

I molli fiati, che venian dal monte,

Mi trassi in compagni a del mio pensiero.

Del chiaro sole mi feria la fronte

Il raggio mattutin, tal che più schietto

Non comparve giammai su l'orizzonte.

Vista sì dolce a l'affannato petto

Di mie cure togliea l'aspro tormento,

Insolito spirando almo diletto.

Quando mugghiar da l'Aquilone io sento,

E repente appressarsi un procelloso

Turbo, forier di notte e di spavento.

Celossi il dì sereno, e al minaccioso

Passar del nembo l'onda risospinta

Si sollevò da l'imo gorgo ascoso;

E quindi in giro strascinata e spinta

Dal vorticoso vento ecco scagliarsi

Nube di lampi incoronata e tinta,

E tutta a me dintorno avvilupparsi,

E in un baleno colle gravi some

De l'oppresse mie mebra alto levarsi.

A quel trabalzo per terror le chiome

Mi si arricciaro; ed io da tergo intanto

Voce sentii, che mi chiamò per nome.

Scrivi (grisò) quel che tu vedi. – Al santo

Suon di queste parole un terso vetro

Si fe' tosto la nube in ogni canto.

Guardai davanti, e mi rivolsi indietro.

E campo d'insepolte, inaridite

Ossa m'apparve abbominoso e tetro.

O voi, che sani d'intelletto udite

Gli alti portenti e il favellare arcano.

Quel ch'io già scrivo nel pensier scolpite.

Vidi. In aspetto spaventoso e strano

Di scheletri facea l'orrida massa

Funesto ingombro al desolato piano.

L'altere ciglia in riguardarli abbassa

Il fasto umano, e baldanzosa in atto

Morte col piede li calpesta e passa.

Io timido mi stava e stupefatto

A l'oggetto feral, quando spiccossi

Un lampo, e corse per l'immenso tratto.

Tremò del ciel la porta, e spalancossi,

S'incurvar rispettosi i firmamenti,

E da le sfere un Cherubin calossi;

Volò su le robuste ale de' venti.

Carche di foco e fumo avea le spalle,

Un cerchio in fronte di carboni ardenti.

Venia rotando per l'etereo calle

Di baleni una pioggia, e ritto alfine

Fermossi in mezzo col guardo ogni confine;

Fe' poscia un cenno colla destra, e innante

Uom gli comparve di canuto crine.

Era placido e grave il suo sembiante,

E lunga a lui da gli omeri una vesta

Sacerdotal scendea fino a le piante.

Chinò la faccia riverente onesta

Quell'ignoto ministro, e il Cherubino

La mano gli posò sopra la testa;

Poi staccossi dal capo aureo divino

Un acceso carbon diffonditore

Di spirto possente e pellegrino,

E i labbri gli toccò. L'igneo calore

Avvampò su le guance, e via discese

Più violento a ribollir nel core.

E dopo il portentoso Angelo prese

Di mele un favo, e su la bocca intero

Del buon servo lo sciolse e lo distese.

Parla (quindi gli disse in tuon severo),

Parla a ques'ossa algenti, e riverito

Fia di tua voce il sacrosanto impero.

Ed egli ubbidiente alzando il dito

Gridò: Sorgete, aridi teschi, or ch'io

E membra e polpe a rivestir v'invito.

Tacque; e tosto un bisbiglio, un brulichio,

Ed un cozzar di crani e di mascelle

E di logore tibie allor s'udio.

Già tu le vedi frettolose e snelle

Ricercarsi a vicenda, e insiem legarne

Le congiunture, e vincolarsi in quelle.

Vedi su l'ossa risalir la carne,

Inumidirsi il ventre, e il corpo tutto

Di liscia pelle ricoperto andarne.

Ma giace questo ancor vòto ed asciutto

Del vivo spirto, che dal colle eterno

Un dì si trasse a passeggiar sul flutto.

Che fai, lento? (esclamò l'Angel superno)

Lo spirto eccitator d'aure viventi

Di queste salme omai chiama al governo.

Le inspirate di Dio voci possenti

Sciolse l'altro dal labbro, e tosto venne

Quello spirto da i quattro opposti venti.

Sì dolcemente dibattea le penne,

Che soffiando ne i corpi a poco a poco,

Fe' rizzarli su i piedi, e li sostenne.

Svegliò nel petto de la vita il foco,

Scosse le fibre, ed agitò le vene,

Ed ogni caldo umor corse al suo loco.

Dispensatrice di mìnovella spene

Allor rifulse un'iride tranquilla

Su le volte del cielo ampie e serene.

La mia nube d'incontro arde e sfavilla

Di pacifica luce, e mi percuote

D'ineffabili raggi la pupilla.

Più forte intanto s'infiammar le gote

Di lui, che fu dal Cherubin prescritto

Operator di sì bell'opre ignote;

E a quelli che ascoltando il santo editto

De la divina inimitabil voce

Fatto da morte a vita eterna tragitto,

Piantò in faccia un feral tronco di croce,

E nel sembiante scintillò di zelo

Divorator che l'alma investe e cuoce.

Piegossi allor per riverenza il cielo

A l'arbore adorato, e curvo a gli occhi

Si fe' coll'ale il Cherubino un velo.

Al grand'esempio inteneriti e tocchi

Di penitenza i figli umilemente

Abbassaro la fronte ed i ginocchi;

E un cupo pianto udissi, ed un frequente

Picchiar di petti, e un sospirar, che a i Numi

Come fumo ascendea d'incenso ardente.

Quindi alzò l'uom di Dio tre volte i lumi,

E favellò. Dal labbro amico e dolce

Gli uscian soavi d'eloquenza i fiumi;

Qual mattutino venticel che molce

La fresca erbetta, e in margine al ruscello

Lambisce i fiori, li lusinga e folce.

Egli aprlò d'un amnsueto Agnello;

E fu sì mite il suo parlar, che il core

Mi sentii tutto innamorar per quello:

Parlò de la pietà del mio Signore;

E fu sì caro il suo parlar, che in viso

Spirommi il fiato de l'eterno amore:

Parlò de la beltà del paradiso;

E fu sì vago il suo parlar, che attenti

L'udiro i cieli, e lampeggiar d'un riso:

D'una Madre narrò gli aspri tormenti;

E fu sì mesto il suo narrar, che i monti

Squarciaro il fianco a i dolorosi accenti.

Poscia de gli empi a sgomentar le fronti

Le parole vibrò, qual furibondo

Torrente che rovescia argini e ponti.

Tuonò sul fuoco del tartareo fondo;

E fu sì forte quel tuonar, che spinto

Mi credetti a l'abisso imo e profondo.

D'ira nel volto e di squallor dipinto

Tuonò nunzio di stragi e di procelle,

E Libano si scosse e Terebinto:

Tuonò sul giorno in cui verran le agnelle

Da i capretti divise, e al suon di tromba

Vedransi in cielo vacillar le stelle;

E parve un fiero turbine che romba

Tempestoso per l'aria, e alfin su i campi

Impauriti si trabalza e piomba.

Ma in questo mezzo per gli eccelsi ed ampi

Spazi d'Olimpo il Cherubino un nembo

Sciolse di tanti e sì focosi lampi,

Che smorto io caddi e abbarbagliato in grembo

De la mia nube che al disotto aprissi;

E sprigionato da quel denso lembo

Giacqui su l'erba, e quel che vidi io scrissi.