CCLXXI – Monti
Colà dove il real padre Eridàno
Da i campi ocnei scendendo urta col fiero
Corno la riva e la diritta mano,
A respirar d'un venticel leggiero
I molli fiati, che venian dal monte,
Mi trassi in compagni a del mio pensiero.
Del chiaro sole mi feria la fronte
Il raggio mattutin, tal che più schietto
Non comparve giammai su l'orizzonte.
Vista sì dolce a l'affannato petto
Di mie cure togliea l'aspro tormento,
Insolito spirando almo diletto.
Quando mugghiar da l'Aquilone io sento,
E repente appressarsi un procelloso
Turbo, forier di notte e di spavento.
Celossi il dì sereno, e al minaccioso
Passar del nembo l'onda risospinta
Si sollevò da l'imo gorgo ascoso;
E quindi in giro strascinata e spinta
Dal vorticoso vento ecco scagliarsi
Nube di lampi incoronata e tinta,
E tutta a me dintorno avvilupparsi,
E in un baleno colle gravi some
De l'oppresse mie mebra alto levarsi.
A quel trabalzo per terror le chiome
Mi si arricciaro; ed io da tergo intanto
Voce sentii, che mi chiamò per nome.
Scrivi (grisò) quel che tu vedi. – Al santo
Suon di queste parole un terso vetro
Si fe' tosto la nube in ogni canto.
Guardai davanti, e mi rivolsi indietro.
E campo d'insepolte, inaridite
Ossa m'apparve abbominoso e tetro.
O voi, che sani d'intelletto udite
Gli alti portenti e il favellare arcano.
Quel ch'io già scrivo nel pensier scolpite.
Vidi. In aspetto spaventoso e strano
Di scheletri facea l'orrida massa
Funesto ingombro al desolato piano.
L'altere ciglia in riguardarli abbassa
Il fasto umano, e baldanzosa in atto
Morte col piede li calpesta e passa.
Io timido mi stava e stupefatto
A l'oggetto feral, quando spiccossi
Un lampo, e corse per l'immenso tratto.
Tremò del ciel la porta, e spalancossi,
S'incurvar rispettosi i firmamenti,
E da le sfere un Cherubin calossi;
Volò su le robuste ale de' venti.
Carche di foco e fumo avea le spalle,
Un cerchio in fronte di carboni ardenti.
Venia rotando per l'etereo calle
Di baleni una pioggia, e ritto alfine
Fermossi in mezzo col guardo ogni confine;
Fe' poscia un cenno colla destra, e innante
Uom gli comparve di canuto crine.
Era placido e grave il suo sembiante,
E lunga a lui da gli omeri una vesta
Sacerdotal scendea fino a le piante.
Chinò la faccia riverente onesta
Quell'ignoto ministro, e il Cherubino
La mano gli posò sopra la testa;
Poi staccossi dal capo aureo divino
Un acceso carbon diffonditore
Di spirto possente e pellegrino,
E i labbri gli toccò. L'igneo calore
Avvampò su le guance, e via discese
Più violento a ribollir nel core.
E dopo il portentoso Angelo prese
Di mele un favo, e su la bocca intero
Del buon servo lo sciolse e lo distese.
Parla (quindi gli disse in tuon severo),
Parla a ques'ossa algenti, e riverito
Fia di tua voce il sacrosanto impero.
Ed egli ubbidiente alzando il dito
Gridò: Sorgete, aridi teschi, or ch'io
E membra e polpe a rivestir v'invito.
Tacque; e tosto un bisbiglio, un brulichio,
Ed un cozzar di crani e di mascelle
E di logore tibie allor s'udio.
Già tu le vedi frettolose e snelle
Ricercarsi a vicenda, e insiem legarne
Le congiunture, e vincolarsi in quelle.
Vedi su l'ossa risalir la carne,
Inumidirsi il ventre, e il corpo tutto
Di liscia pelle ricoperto andarne.
Ma giace questo ancor vòto ed asciutto
Del vivo spirto, che dal colle eterno
Un dì si trasse a passeggiar sul flutto.
Che fai, lento? (esclamò l'Angel superno)
Lo spirto eccitator d'aure viventi
Di queste salme omai chiama al governo.
Le inspirate di Dio voci possenti
Sciolse l'altro dal labbro, e tosto venne
Quello spirto da i quattro opposti venti.
Sì dolcemente dibattea le penne,
Che soffiando ne i corpi a poco a poco,
Fe' rizzarli su i piedi, e li sostenne.
Svegliò nel petto de la vita il foco,
Scosse le fibre, ed agitò le vene,
Ed ogni caldo umor corse al suo loco.
Dispensatrice di mìnovella spene
Allor rifulse un'iride tranquilla
Su le volte del cielo ampie e serene.
La mia nube d'incontro arde e sfavilla
Di pacifica luce, e mi percuote
D'ineffabili raggi la pupilla.
Più forte intanto s'infiammar le gote
Di lui, che fu dal Cherubin prescritto
Operator di sì bell'opre ignote;
E a quelli che ascoltando il santo editto
De la divina inimitabil voce
Fatto da morte a vita eterna tragitto,
Piantò in faccia un feral tronco di croce,
E nel sembiante scintillò di zelo
Divorator che l'alma investe e cuoce.
Piegossi allor per riverenza il cielo
A l'arbore adorato, e curvo a gli occhi
Si fe' coll'ale il Cherubino un velo.
Al grand'esempio inteneriti e tocchi
Di penitenza i figli umilemente
Abbassaro la fronte ed i ginocchi;
E un cupo pianto udissi, ed un frequente
Picchiar di petti, e un sospirar, che a i Numi
Come fumo ascendea d'incenso ardente.
Quindi alzò l'uom di Dio tre volte i lumi,
E favellò. Dal labbro amico e dolce
Gli uscian soavi d'eloquenza i fiumi;
Qual mattutino venticel che molce
La fresca erbetta, e in margine al ruscello
Lambisce i fiori, li lusinga e folce.
Egli aprlò d'un amnsueto Agnello;
E fu sì mite il suo parlar, che il core
Mi sentii tutto innamorar per quello:
Parlò de la pietà del mio Signore;
E fu sì caro il suo parlar, che in viso
Spirommi il fiato de l'eterno amore:
Parlò de la beltà del paradiso;
E fu sì vago il suo parlar, che attenti
L'udiro i cieli, e lampeggiar d'un riso:
D'una Madre narrò gli aspri tormenti;
E fu sì mesto il suo narrar, che i monti
Squarciaro il fianco a i dolorosi accenti.
Poscia de gli empi a sgomentar le fronti
Le parole vibrò, qual furibondo
Torrente che rovescia argini e ponti.
Tuonò sul fuoco del tartareo fondo;
E fu sì forte quel tuonar, che spinto
Mi credetti a l'abisso imo e profondo.
D'ira nel volto e di squallor dipinto
Tuonò nunzio di stragi e di procelle,
E Libano si scosse e Terebinto:
Tuonò sul giorno in cui verran le agnelle
Da i capretti divise, e al suon di tromba
Vedransi in cielo vacillar le stelle;
E parve un fiero turbine che romba
Tempestoso per l'aria, e alfin su i campi
Impauriti si trabalza e piomba.
Ma in questo mezzo per gli eccelsi ed ampi
Spazi d'Olimpo il Cherubino un nembo
Sciolse di tanti e sì focosi lampi,
Che smorto io caddi e abbarbagliato in grembo
De la mia nube che al disotto aprissi;
E sprigionato da quel denso lembo
Giacqui su l'erba, e quel che vidi io scrissi.