CCLXXIII – Monti
Curva la fronte, e tutta in sé racchiusa
La taciturna coppia oltre cammina,
E giunge alfine a la città confusa,
E la colma di vizi atra sentina,
A Parigi, che tardi e mal si pente
De la sovrana plebe cittadina.
Sul primo entrar de la città dolente
Stanno il Pianto, le Cure e la Follia
Che salta e nulla vede e nulla sente.
Evvi il turpe Bisogno, e la restia
Inerzia colle man sotto le ascelle,
L'uno a l'altra appoggiati in su la via.
Evvi l'arbitra Fame, a cui la pelle
Informasi da l'ossa, e i lerci denti
Fanno orribile siepe a le mascelle.
Vi son le rubiconde Ire furenti,
E la Discordia pazza il capo avvolta
Di lacerate bende e di serpenti.
Vi son gli orbi Desiri, e de la stolta
Ciurmaglia i Sogni, e le Paure smorte
Sempre in crin rabbuffate e sempre in volta.
Veglia custode de le meste porte,
E le chiude a suo senno e le disserra
L'ancella e insieme la rival di Morte;
La cruda, io dico, furibonda Guerra,
Che nel sangue s'abbevera e gavazza,
E sol del nome fa tremar la terra.
Stanle intorno l'Erinni, e le fan piazza,
E allacciando le van l'elmo e la maglia
De la gorgiera e de la gran corazza;
Mentre un pugnal battuto a la tanaglia
De' fabbri di Cocito in man le caccia,
E la sprona e l'incuora a la battaglia.
Un'altra Furia di più acerba faccia,
Che in Flegra già del cielo assalse il muro,
E armò di Briareo le cento braccia;
Di Diagora poscia e d'Epicuro
Dettò le carte, ed or le Franche scuole
Empie di nebbia e di blasfema impuro;
E con sistemi e con orrende fole
Sfida l'Eterno; e il tuono e le saette
Tenta rapirgli, e il padiglion del sole.
Come vide le facce maledette
Arretrossi d'Ugon l'Ombra turbata,
Ché in inferno arrivar la si credette;
E in quel sospetto sospettò cangiata
La sua sentenza, e dimandar volea
Se fra l'alme perdute iva dannata.
Quindi tutta per tema si stringea
Al suo conducitor, che pensieroso
Le triste soglie già varcate avea.
Era il tempo che sotto al procelloso
Aquario il Sol corregge ad Eto il morso,
Scarso il raggio vibrando e neghittoso;
E dieci gradi e dieci avea trascorso
Già di quel Segno, e via correndo in quella
Carriera, a l'altro già voltava il dorso;
E compito del dì la nona ancella
L'officio suo, il governo abbandonava
Del timon luminoso a la sorella:
Quando chiuso da nube oscura e cava
L'Angel coll'Ombra inosservato e queto
Ne la città di tutti i mali entrava.
Ei procedea depresso, ed inquieto
Nel portamento, i rai celesti empiendo
Di largo ad or ad or pianto segreto;
E l'Ombra si stupia quinci vedendo
Lagrimoso il suo duca, e possedute
Quindi le strade da silenzio orrendo.
Muto de' bronzi il sacro squillo, e mute
L'opre del giorno, e muto lo stridore
De l'aspre incudi e de le seghe argute:
Sol per tutto un bisbiglio ed un terrore,
Un domandare, un sogguardar sospetto,
Una mestizia che ti piomba al core.
E cupe voci di confuso affetto,
Voci di madri pie che gl'innocenti
Figli si serran trepidando al petto.
Voci di spose che ai mariti ardenti
Contrastano l'uscita, e su le soglie
Fan di lagrime intoppo e di lamenti.
Ma tenerezza e carità di moglie
Vinta è da Furia di maggior possanza,
Che da l'amplesso coniugal gli scioglie.
Poiché fera menando oscena danza
Scorrean di porta in porta affaccendati
Fantasmi di terribile sembianza;
De' Druidi i fantasmi insanguinati,
Che fieramente da la sete antiqua
Di vittime nefande stimolati,
A sbramarsi venian la vista obliqua
Del maggior de' misfatti, onde mai possa
La loro superbir semenza iniqua.
Erano in veste d'uman sangue rossa,
Sangue e tabe grondava ogni capello,
E ne cadea una pioggia ad ogni scossa.
Squassan altri un tizzone, altri un flagello
Di chelidri e di verdi anfesibene,
Altri un nappo di tosco, altri un coltello.
E con quei serpi percotean le schiene
E le fronti mortali, e fean, toccando
Con gli arsi tizzi, ribollir le vene.
Allora da le case infuriando
Uscian le genti, e si fuggia smarrita
Da tutti i petti la pietade in bando.
Allor trema la terra oppressa e trita
Da cavalli, da rote e da pedoni;
E ne mormora l'aria sbigottita;
Simile al mugghio di remoti tuoni
Al notturno del mar roco lamento,
Al profondo ruggir degli aquiloni.
Che cor, misero Ugon, che sentimento
Fu allora il tuo, che di morte vedesti
L'atro vessillo volteggiarsi al vento?
E il terribile palco erto scorgesti,
Ed alzata la scure, e al gran misfatto
Salir bramosi i manigoldi e presti;
E il tuo buon rege, il re più grande, in atto
D'agno innocente fra digiuni lupi,
Sul letto de' ladroni a morir tratto;
E fra i silenzi de le turbe cupi
Lui sereno avanzar la fronte e ila passo,
In vista che spetrar potea le rupi.
Spetrar le rupi, e sciorre in pianto un sasso,
Non le galliche tigri. Agi! dove spinto
L'avete, o crude? Ed ei v'amava? Oh lasso!
Ma piangea il sole di gramaglia cinto,
E stava in forse di voltar le rote
Da questa Tebe, che l'antica ha vinto.
Piangevan l'aure per terrore immote,
E l'anime del cielo cittadine
Scendean col pianto anch'esse in su le gote;
L'anime che costanti e pellegrine
Per la causa di Cristo e di Luigi
Lassù per sangue diventar divine.
Il duol di Francia intanto e i gran litigi
Mirava Iddio da l'alto, e giusto e buono
Pesava il fato de la rea Parigi.
Sedea sublime sul tremendo trono,
E su la lance d'or quinci ponea
L'alta sua pazienza e il suo perdono;
De l'iniqua città quindi mettea
Le scelleratezze tutte; e nullo ancora
Piegar de' due gran carchi si vedea.
Quando il mortal giudizio e l'ultim'ora
De l'augusto Infelice alfin v'impose
L'Onnipotente: cigolando allora
Traboccar le bilance ponderose;
Grave in terra cozzò la mortal sorte,
Balzò l'altra a le sfere, e si nascose.
In quel punto al feral palco di morte
Giunge Luigi. Ei v'alza il guardo, e viene
Fermo a la scala, imperturbato e forte.
Già vi monta, già il sommo egli ne tiene;
E va sì pien di maestà l'aspetto
Ch'ai manigoldi fa tremar le vene.
E già battea furtiva ad ogni petto
La pietà rinascente, ed anco parve
Che del furor sviato avria l'effetto.
Ma fier portento in questo mezzo apparve:
Sul patibolo infame a l'improvviso
Asceser quattro smisurate larve.
Stringe ognuna un pugnal di sangue intriso,
A la strozza un capestro le molesta,
Torvo il cipiglio, dispietato il viso;
E scomposte le chiome in su la testa,
Come campo di biada già matura,
Nel cui mezzo passata è la tempesta.
E su la fronte arroncigliata e scura
Scritto in sangue ciascuna il nome avea,
Nome terror de' regi e di natura.
Damiens l'uno, Ankastrom l'altro dicea,
E l'altro Ravagliacco; ed il suo scritto
Il quarto colla man si nascondea.
Da queste Dire avvinto il derelitto
Sire Capeto dal maggior de' troni
A la mannaia già facea tragitto.
E a quel Giusto simil che fra' ladroni
Perdonando spirava, ed esclamando:
Padre, Padre, perché tu m'abbandoni?
Per chi a morte lo tragge anch'ei pregando,
Il popol mio, dicea, che sì delira,
E il mio spirto, Signor, ti raccomando.
In questo dir con impeto e con ira
Un de gli spettri sospingendo il venne
Sotto il taglio fatal; l'altro ve 'l tira.
Per le sacarate auguste chiome il tenne
La terza Furia, e la sottil rudente
Quella quarta recise a la bipenne.
A la caduta de l'acciar tagliente
S'aprì tonando il cielo, e la vermiglia
Terra si scosse, e il mare orribilmente.
Tremonne il mondo, e per la maraviglia
E pel terror dal freddo al caldo polo
Palpitando i potenti alzar le ciglia.
Tremò Levante ed Occidente. Il solo
Barabaro Celta in suo furor più saldo
Del ciel derise e de la terra il duolo.
E di sua libertà spietato e baldo
Tuffò le stolte insegne e le man ladre
Nel sangue del suo re fumante e caldo.