CCLXXIII – Monti

By Giacomo Leopardi

Curva la fronte, e tutta in sé racchiusa

La taciturna coppia oltre cammina,

E giunge alfine a la città confusa,

E la colma di vizi atra sentina,

A Parigi, che tardi e mal si pente

De la sovrana plebe cittadina.

Sul primo entrar de la città dolente

Stanno il Pianto, le Cure e la Follia

Che salta e nulla vede e nulla sente.

Evvi il turpe Bisogno, e la restia

Inerzia colle man sotto le ascelle,

L'uno a l'altra appoggiati in su la via.

Evvi l'arbitra Fame, a cui la pelle

Informasi da l'ossa, e i lerci denti

Fanno orribile siepe a le mascelle.

Vi son le rubiconde Ire furenti,

E la Discordia pazza il capo avvolta

Di lacerate bende e di serpenti.

Vi son gli orbi Desiri, e de la stolta

Ciurmaglia i Sogni, e le Paure smorte

Sempre in crin rabbuffate e sempre in volta.

Veglia custode de le meste porte,

E le chiude a suo senno e le disserra

L'ancella e insieme la rival di Morte;

La cruda, io dico, furibonda Guerra,

Che nel sangue s'abbevera e gavazza,

E sol del nome fa tremar la terra.

Stanle intorno l'Erinni, e le fan piazza,

E allacciando le van l'elmo e la maglia

De la gorgiera e de la gran corazza;

Mentre un pugnal battuto a la tanaglia

De' fabbri di Cocito in man le caccia,

E la sprona e l'incuora a la battaglia.

Un'altra Furia di più acerba faccia,

Che in Flegra già del cielo assalse il muro,

E armò di Briareo le cento braccia;

Di Diagora poscia e d'Epicuro

Dettò le carte, ed or le Franche scuole

Empie di nebbia e di blasfema impuro;

E con sistemi e con orrende fole

Sfida l'Eterno; e il tuono e le saette

Tenta rapirgli, e il padiglion del sole.

Come vide le facce maledette

Arretrossi d'Ugon l'Ombra turbata,

Ché in inferno arrivar la si credette;

E in quel sospetto sospettò cangiata

La sua sentenza, e dimandar volea

Se fra l'alme perdute iva dannata.

Quindi tutta per tema si stringea

Al suo conducitor, che pensieroso

Le triste soglie già varcate avea.

Era il tempo che sotto al procelloso

Aquario il Sol corregge ad Eto il morso,

Scarso il raggio vibrando e neghittoso;

E dieci gradi e dieci avea trascorso

Già di quel Segno, e via correndo in quella

Carriera, a l'altro già voltava il dorso;

E compito del dì la nona ancella

L'officio suo, il governo abbandonava

Del timon luminoso a la sorella:

Quando chiuso da nube oscura e cava

L'Angel coll'Ombra inosservato e queto

Ne la città di tutti i mali entrava.

Ei procedea depresso, ed inquieto

Nel portamento, i rai celesti empiendo

Di largo ad or ad or pianto segreto;

E l'Ombra si stupia quinci vedendo

Lagrimoso il suo duca, e possedute

Quindi le strade da silenzio orrendo.

Muto de' bronzi il sacro squillo, e mute

L'opre del giorno, e muto lo stridore

De l'aspre incudi e de le seghe argute:

Sol per tutto un bisbiglio ed un terrore,

Un domandare, un sogguardar sospetto,

Una mestizia che ti piomba al core.

E cupe voci di confuso affetto,

Voci di madri pie che gl'innocenti

Figli si serran trepidando al petto.

Voci di spose che ai mariti ardenti

Contrastano l'uscita, e su le soglie

Fan di lagrime intoppo e di lamenti.

Ma tenerezza e carità di moglie

Vinta è da Furia di maggior possanza,

Che da l'amplesso coniugal gli scioglie.

Poiché fera menando oscena danza

Scorrean di porta in porta affaccendati

Fantasmi di terribile sembianza;

De' Druidi i fantasmi insanguinati,

Che fieramente da la sete antiqua

Di vittime nefande stimolati,

A sbramarsi venian la vista obliqua

Del maggior de' misfatti, onde mai possa

La loro superbir semenza iniqua.

Erano in veste d'uman sangue rossa,

Sangue e tabe grondava ogni capello,

E ne cadea una pioggia ad ogni scossa.

Squassan altri un tizzone, altri un flagello

Di chelidri e di verdi anfesibene,

Altri un nappo di tosco, altri un coltello.

E con quei serpi percotean le schiene

E le fronti mortali, e fean, toccando

Con gli arsi tizzi, ribollir le vene.

Allora da le case infuriando

Uscian le genti, e si fuggia smarrita

Da tutti i petti la pietade in bando.

Allor trema la terra oppressa e trita

Da cavalli, da rote e da pedoni;

E ne mormora l'aria sbigottita;

Simile al mugghio di remoti tuoni

Al notturno del mar roco lamento,

Al profondo ruggir degli aquiloni.

Che cor, misero Ugon, che sentimento

Fu allora il tuo, che di morte vedesti

L'atro vessillo volteggiarsi al vento?

E il terribile palco erto scorgesti,

Ed alzata la scure, e al gran misfatto

Salir bramosi i manigoldi e presti;

E il tuo buon rege, il re più grande, in atto

D'agno innocente fra digiuni lupi,

Sul letto de' ladroni a morir tratto;

E fra i silenzi de le turbe cupi

Lui sereno avanzar la fronte e ila passo,

In vista che spetrar potea le rupi.

Spetrar le rupi, e sciorre in pianto un sasso,

Non le galliche tigri. Agi! dove spinto

L'avete, o crude? Ed ei v'amava? Oh lasso!

Ma piangea il sole di gramaglia cinto,

E stava in forse di voltar le rote

Da questa Tebe, che l'antica ha vinto.

Piangevan l'aure per terrore immote,

E l'anime del cielo cittadine

Scendean col pianto anch'esse in su le gote;

L'anime che costanti e pellegrine

Per la causa di Cristo e di Luigi

Lassù per sangue diventar divine.

Il duol di Francia intanto e i gran litigi

Mirava Iddio da l'alto, e giusto e buono

Pesava il fato de la rea Parigi.

Sedea sublime sul tremendo trono,

E su la lance d'or quinci ponea

L'alta sua pazienza e il suo perdono;

De l'iniqua città quindi mettea

Le scelleratezze tutte; e nullo ancora

Piegar de' due gran carchi si vedea.

Quando il mortal giudizio e l'ultim'ora

De l'augusto Infelice alfin v'impose

L'Onnipotente: cigolando allora

Traboccar le bilance ponderose;

Grave in terra cozzò la mortal sorte,

Balzò l'altra a le sfere, e si nascose.

In quel punto al feral palco di morte

Giunge Luigi. Ei v'alza il guardo, e viene

Fermo a la scala, imperturbato e forte.

Già vi monta, già il sommo egli ne tiene;

E va sì pien di maestà l'aspetto

Ch'ai manigoldi fa tremar le vene.

E già battea furtiva ad ogni petto

La pietà rinascente, ed anco parve

Che del furor sviato avria l'effetto.

Ma fier portento in questo mezzo apparve:

Sul patibolo infame a l'improvviso

Asceser quattro smisurate larve.

Stringe ognuna un pugnal di sangue intriso,

A la strozza un capestro le molesta,

Torvo il cipiglio, dispietato il viso;

E scomposte le chiome in su la testa,

Come campo di biada già matura,

Nel cui mezzo passata è la tempesta.

E su la fronte arroncigliata e scura

Scritto in sangue ciascuna il nome avea,

Nome terror de' regi e di natura.

Damiens l'uno, Ankastrom l'altro dicea,

E l'altro Ravagliacco; ed il suo scritto

Il quarto colla man si nascondea.

Da queste Dire avvinto il derelitto

Sire Capeto dal maggior de' troni

A la mannaia già facea tragitto.

E a quel Giusto simil che fra' ladroni

Perdonando spirava, ed esclamando:

Padre, Padre, perché tu m'abbandoni?

Per chi a morte lo tragge anch'ei pregando,

Il popol mio, dicea, che sì delira,

E il mio spirto, Signor, ti raccomando.

In questo dir con impeto e con ira

Un de gli spettri sospingendo il venne

Sotto il taglio fatal; l'altro ve 'l tira.

Per le sacarate auguste chiome il tenne

La terza Furia, e la sottil rudente

Quella quarta recise a la bipenne.

A la caduta de l'acciar tagliente

S'aprì tonando il cielo, e la vermiglia

Terra si scosse, e il mare orribilmente.

Tremonne il mondo, e per la maraviglia

E pel terror dal freddo al caldo polo

Palpitando i potenti alzar le ciglia.

Tremò Levante ed Occidente. Il solo

Barabaro Celta in suo furor più saldo

Del ciel derise e de la terra il duolo.

E di sua libertà spietato e baldo

Tuffò le stolte insegne e le man ladre

Nel sangue del suo re fumante e caldo.