CCLXXIX – Monti

By Giacomo Leopardi

I placidi cercai poggi felici,

Che con dolce pendio cingon le liete

De l'Eupili lagune irrigatrici;

E nel vederli mi sclamai: salvete,

Piagge dilette al ciel, che al mio Parini

Foste cortesi di vostr'ombre quete;

Quando ei fabbro di numeri divini

L'acre bile fe' dolce, e la vestia

Di tebani concenti e venosini.

Parea de' carmi tuoi la melodia

Per quell'aure ancor viva, e l'aure e l'onde

E le selve eran tutte un'armonia.

Parean d'intorno i fior, l'erbe, le fronde

Animarsi, e iterarmi in suon pietoso:

Il cantor nostro ov'è? chi lo nasconde?

Ed ecco in mezzo di ricinto ombroso

Sculto un sasso funebre che dicea:

AI SACRI MANI DI PARIN RIPOSO.

E donna di beltà che dolce ardea

(Tese l'orecchio, e fiammeggiando il vate

Alzò l'arco del ciglio, e sorridea)

Colle dita venia bianco–rosate

Spargendolo di fiori e di mortella,

Di rispetto atteggiata e di pietate.

Bella la guancia in suo pudor; più bella

Su la fronte splendea l'alma serena

Come in limpido rio raggio di stella.

Poscia che dati i mirti ebbe a man piena,

Di lauro, che parea lieto fiorisse

Tra le sue man, fe' al sasso una catena.

E un sospir trasse affettuoso, e disse

Pace eterna a l'amico: e te chiamando,

I lumi al cielo sì pietosi affisse,

Che gli occhi anch'io levai, certa aspettando

La tua discesa. Ah qual mai cura, o quale

Parte d'Olimpo ratteneati, quando

Di que' bei labbri il prego erse a te l'ale?

Se questa indarno l'udir tuo percuote,

Qual altra ascolterai voce mortale?

Riverente in disparte a le devote

Ceremonie assistea, colle tranquille

Luci nel volto de la donna immote,

Uom d'alta cortesia, che il ciel sortille

Più che consorte, amico. Ed ei che vuole

Il voler de le care alme pupille,

Ergea d'attico gusto eccelsa mole,

Sovra cui d'ogni nube immaculato

Raggiava immemor del suo corso il sole.

E Amalia la dicea dal nome amato

Di costei, che del loco era la Diva,

E più del cor, che al suo congiunse il fato.

Al pio rito funebre, a quella viva

Gara d'amor mirando, già di mente

Del mio gir oltre la cagion m'usciva.

Mossi alfine, e quei colli, ove si sente

Tutto il bel di natura, abbandonai,

L'orme segnando al cor contrarie e lente.