CCLXXVII – Monti
Così cantar de l'orbe giovinetto
Gli alti esordi le Muse e l'incremento;
E un insolito errava almo diletto
Sul cor de' Numi a l'immortal concento.
Poi disser come dal profondo petto
La Terra suscitò nuovo portento,
Col Ciel marito nequitosa e rea,
Che i suoi figli, crudel, spenti volea.
Quindi i Titani di cor fero ed alto
Con parto ella creò nefando e diro,
Congiurati con Oto ed Efialto
Ad espugnar l'intemerato Empiro.
La gioventù superba al grande assalto
Con grande orgoglio e gran possanza usciro,
E fragorosa la terra tremava
Sotto i vasti lor passi, e il mar mugghiava.
Ma Piracmon, da l'altra parte, e Bronte,
Co' lor fratelli affumicati e nudi,
Sudor gocciando da l'occhiuta fronte
Per la selva de' petti ispidi e rudi,
Cupamente facean l'eolio monte
Gemere al suon de le vulcanie incudi,
I fulmini temprando, onde far guerra
Giove a i figli dovea de l'empia Terra.
Tutte di ferro esercitato e greve
Son l'orrende saette, ed ogni strale
Tre raggi in sé di grandine riceve,
E tre d'elementar foco immortale,
Tre di rapido vento, e tre ne beve
D'acquosa nube, e larghe in mezzo ha l'ale.
Poi di lampi una livida mistura
E di tuoni vi cola e di paura;
E di furie e di fiamme e di fracasso
Che tutto introna orribilmente il mondo.
Pende il Nume quest'arme e move il passo:
Il ciel s'incurva, e par che manchi al pondo.
Sentinne il re Pluton l'alto conquasso,
E gli occhi alzò smarrito e tremebondo,
Ché le volte di bronzo e i ferrei muri
A l'impeto stimò poco securi.
Da' fulmini squarciata e tutta in foco
Stride la terra per immensa doglia.
Rimbombano le valli, e caldo e roco
Con fervide procelle il mar gorgoglia.
Vincitrice di Giove in ogni loco
La vendetta s'aggira; e par che voglia
Sotto il carco de' Numi il gran convesso
Slegarsi tutto de l'Olimpo oppresso.
E in cielo e in terra, e tra la terra e il cielo
Tutto è vampa e ruina e fumo e polve.
Fugge smarrita del signor di Delo
La luce, e indietro per terror si volve.
Fugge avvolta ogni stella in fosco velo,
Ed urtasi ogni sfera e si dissolve:
E immoto ne l'orribile frastuono
Non riman che del Fato il ferreo trono.
Ma coraggio non perde la terrestre
Stirpe, né par che troppo le ne caglia.
Di divelte montagne arman le destre,
E fan con rupi e scogli la battaglia.
Odonsi cigolar sotto l'alpestre
Peso le membra, e ognun fatica e scaglia.
Tre volte a l'arduo ciel diero la scossa,
Sovra Pelio imponendo Olimpo ed Ossa.
E tre volte il gran padre fulminando
Spezzò gl'imposti monti e li disperse:
E da le stelle mal tentate in bando
Nel Tartaro cacciò le squadre avverse;
Nove giorni le venne in giù rotando,
E nel decimo al fondo le sommerse:
Orribil fondo d'ogni luce muto,
Che da perpetui venti è combattuto.
E tanto de la terra al centro scende
Quanto lunge dal ciel scende la terra.
Di pianto in mezzo una fiumana il fende;
Di ferro intorno una muraglia il serra;
E di ferro son pur le porte orrende
Che Nettuno vi pose in quella guerra.
I Titani là dentro eterna e nera
Mena in volta la pioggia e la bufera.
Ivi Giapeto si rivolve e Ceo,
E l'altra turba che i Celesti assalse.
Ivi Gige, ivi Coto e Briareo,
Cui la forza centimana non valse.
Fuor de l'atra prigion restò Tifeo;
Ch'altramente punirlo a Giove calse:
Su l'ineffabil mostro in giù travolto
Lanciò Sicilia tutta; e non fu molto.
Peloro la dritta, e gli comprime
Pachin la manca, e Lilibeo le piante.
Schiaccia l'immensa fronte Etna sublime,
Di fornaci e d'incudi Etna tonante.
Quindi come il dolor dal petto esprime,
E mutar tenta il fianco il gran gigante,
Fumo e fiamme dal sen mugghiando erutta.
Ne trema il monte e la Trinacria tutta.
Del sacrilego ardir sortì compagna
Encelado a Tifeo la pena e il loco.
Gli altri su la flegrea vasta campagna
Rovesciati esalar di Giove il foco.
Ond'ivi ancor la valle e la montagna
Mandan fumo, e rumor funesto e roco.
De la divina Creta alcun satolle
Fe' del suo sangue le feconde zolle.
E tu pur desti a gli empi sepoltura,
Terribile Vesevo, che la piena
Versi rugghiando di tua lava impura
Vicino ahi troppo a la regal Sirena.
Deh sul giardin d'Italia e di natura
I tuoi torrenti incendiatori affrena:
Ti basti, ohimè! l'aver di Pompeiano
I bei colli sepolto e d'Ercolano.
Il sacro de le Muse almo concento
Del ciel rapiti gli ascoltanti avea.
Tacean le dive; e desioso e attento
Ogni Nume l'orecchio ancor porgea.
Del néttare il ruscello i piè d'argento
Fermare anch'esso, per udir, parea,
E lungo l'immortal santissim'onda
Né fior l'aure agitavano né fronda.