CCLXXVII – Monti

By Giacomo Leopardi

Così cantar de l'orbe giovinetto

Gli alti esordi le Muse e l'incremento;

E un insolito errava almo diletto

Sul cor de' Numi a l'immortal concento.

Poi disser come dal profondo petto

La Terra suscitò nuovo portento,

Col Ciel marito nequitosa e rea,

Che i suoi figli, crudel, spenti volea.

Quindi i Titani di cor fero ed alto

Con parto ella creò nefando e diro,

Congiurati con Oto ed Efialto

Ad espugnar l'intemerato Empiro.

La gioventù superba al grande assalto

Con grande orgoglio e gran possanza usciro,

E fragorosa la terra tremava

Sotto i vasti lor passi, e il mar mugghiava.

Ma Piracmon, da l'altra parte, e Bronte,

Co' lor fratelli affumicati e nudi,

Sudor gocciando da l'occhiuta fronte

Per la selva de' petti ispidi e rudi,

Cupamente facean l'eolio monte

Gemere al suon de le vulcanie incudi,

I fulmini temprando, onde far guerra

Giove a i figli dovea de l'empia Terra.

Tutte di ferro esercitato e greve

Son l'orrende saette, ed ogni strale

Tre raggi in sé di grandine riceve,

E tre d'elementar foco immortale,

Tre di rapido vento, e tre ne beve

D'acquosa nube, e larghe in mezzo ha l'ale.

Poi di lampi una livida mistura

E di tuoni vi cola e di paura;

E di furie e di fiamme e di fracasso

Che tutto introna orribilmente il mondo.

Pende il Nume quest'arme e move il passo:

Il ciel s'incurva, e par che manchi al pondo.

Sentinne il re Pluton l'alto conquasso,

E gli occhi alzò smarrito e tremebondo,

Ché le volte di bronzo e i ferrei muri

A l'impeto stimò poco securi.

Da' fulmini squarciata e tutta in foco

Stride la terra per immensa doglia.

Rimbombano le valli, e caldo e roco

Con fervide procelle il mar gorgoglia.

Vincitrice di Giove in ogni loco

La vendetta s'aggira; e par che voglia

Sotto il carco de' Numi il gran convesso

Slegarsi tutto de l'Olimpo oppresso.

E in cielo e in terra, e tra la terra e il cielo

Tutto è vampa e ruina e fumo e polve.

Fugge smarrita del signor di Delo

La luce, e indietro per terror si volve.

Fugge avvolta ogni stella in fosco velo,

Ed urtasi ogni sfera e si dissolve:

E immoto ne l'orribile frastuono

Non riman che del Fato il ferreo trono.

Ma coraggio non perde la terrestre

Stirpe, né par che troppo le ne caglia.

Di divelte montagne arman le destre,

E fan con rupi e scogli la battaglia.

Odonsi cigolar sotto l'alpestre

Peso le membra, e ognun fatica e scaglia.

Tre volte a l'arduo ciel diero la scossa,

Sovra Pelio imponendo Olimpo ed Ossa.

E tre volte il gran padre fulminando

Spezzò gl'imposti monti e li disperse:

E da le stelle mal tentate in bando

Nel Tartaro cacciò le squadre avverse;

Nove giorni le venne in giù rotando,

E nel decimo al fondo le sommerse:

Orribil fondo d'ogni luce muto,

Che da perpetui venti è combattuto.

E tanto de la terra al centro scende

Quanto lunge dal ciel scende la terra.

Di pianto in mezzo una fiumana il fende;

Di ferro intorno una muraglia il serra;

E di ferro son pur le porte orrende

Che Nettuno vi pose in quella guerra.

I Titani là dentro eterna e nera

Mena in volta la pioggia e la bufera.

Ivi Giapeto si rivolve e Ceo,

E l'altra turba che i Celesti assalse.

Ivi Gige, ivi Coto e Briareo,

Cui la forza centimana non valse.

Fuor de l'atra prigion restò Tifeo;

Ch'altramente punirlo a Giove calse:

Su l'ineffabil mostro in giù travolto

Lanciò Sicilia tutta; e non fu molto.

Peloro la dritta, e gli comprime

Pachin la manca, e Lilibeo le piante.

Schiaccia l'immensa fronte Etna sublime,

Di fornaci e d'incudi Etna tonante.

Quindi come il dolor dal petto esprime,

E mutar tenta il fianco il gran gigante,

Fumo e fiamme dal sen mugghiando erutta.

Ne trema il monte e la Trinacria tutta.

Del sacrilego ardir sortì compagna

Encelado a Tifeo la pena e il loco.

Gli altri su la flegrea vasta campagna

Rovesciati esalar di Giove il foco.

Ond'ivi ancor la valle e la montagna

Mandan fumo, e rumor funesto e roco.

De la divina Creta alcun satolle

Fe' del suo sangue le feconde zolle.

E tu pur desti a gli empi sepoltura,

Terribile Vesevo, che la piena

Versi rugghiando di tua lava impura

Vicino ahi troppo a la regal Sirena.

Deh sul giardin d'Italia e di natura

I tuoi torrenti incendiatori affrena:

Ti basti, ohimè! l'aver di Pompeiano

I bei colli sepolto e d'Ercolano.

Il sacro de le Muse almo concento

Del ciel rapiti gli ascoltanti avea.

Tacean le dive; e desioso e attento

Ogni Nume l'orecchio ancor porgea.

Del néttare il ruscello i piè d'argento

Fermare anch'esso, per udir, parea,

E lungo l'immortal santissim'onda

Né fior l'aure agitavano né fronda.