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By Berardino Rota

Donna, che prima del principio nostro

fosti principio al ben de l’universo,

nel tuo virginal chiostro

chiudendo tal che col suo sangue asperso

il miser huom disperso

nobil fece e raccolse,

e per la vita altrui la morte volse,

come potrà la lingua e lo stil mio,

avezzo a dir di mortal cosa e vana,

alzarsi in sen di Dio

e trovar te, fuor d’ogni usanza humana?

Gentil donna e sovrana,

non far che ’n terra io reste,

soccorri al mio terren col tuo celeste.

Pur qual bambin convien di te ch’io dica,

che, non potendo ben formar parola,

com’ più la lingua intrica

e più s’affanna insieme e si consola;

o fra le sole sola,

dammi lo stil, la lingua

ch’io le tue gioie a pien canti e distingua.

Non se’ tu quella in ogni tempo pura

che ’l thesor che perdeo la prima donna

rendesti a la natura,

ricco pregio de l’ago e de la gonna?

O del mondo colonna,

o del ciel porta, o porto

d’ogni tempesta, e d’ogni mal conforto!

Qual gioia fu quando dal ciel vedesti

scender il messagier con la novella

che vergine saresti

madre di Dio, ma tu dicesti ancella!

Deh, quella fiamma, quella

che ’l tuo cor arse, hor arda

e riempia il mio tutto, e non sia tarda.

E ben fu quella notte a par del giorno,

anzi, d’ogni seren via più serena,

che vide in vil soggiorno

creder te lieta a te medesma a pena

la vera gioia e piena

di quel parto beato,

vittima ed holocausto al mio peccato.

Ma chi ’l novo piacer ridir potrebbe

quando da i tre gran regi il Re de’ regi

adorato il dono hebbe

sovra ogni honor di più lodati pregi?

O pompe, o glorie, o fregi,

quanti mai foste o sete

a questo solo don ceder potete.

Felice stella, e tu ben vinci il sole

a sì nobil viaggio amica duce;

da indi in qua non suole

scoprirne il ciel più gratiosa luce.

Lasso, chi mi conduce

a Dio, se tu non sei

a far devoto don de’ falli miei?

E fu ben senza pari e senza exempio

l’allegrezza, e maggior d’ogni desio,

quel giorno che nel tempio

presentasti al Dio padre il figliuol Dio;

vorrei dir anchor io

co ’l buon vecchio verace

«Hor lascia gir, Signor, tuo servo in pace».

Tanta letitia un cor non empì mai

quanta il tuo, allhor che l’oscurato lume

riprese i suo’ be’ rai,

e del sepolchro fuor risorse il nume

(contra il nostro costume);

nume sempre uno, eterno

ne la terra, nel cielo e ne l’inferno.

L’inferno il sa, sallo la morte e ’l mondo,

ché tutti tre spogliò morendo e vinse;

ma tu da più profondo

sepolchro tra’ quest’alma, ove la spinse

piacer che ’n ella estinse

le tre parti più belle;

fa che ’l mio inferno anch’io spogli e debelle.

Ben crederò che di te stessa fuore

ti trasse il gran diletto il dì ch’al cielo

tornar trionfatore

vedesti Dio coverto in human velo;

o quando il caldo e ’l gielo

lasciar mi fia concesso

e trionfando al ciel girmen con esso?

Ma dimmi: quando incontra a te discese

di spiriti celesti eletta schiera

ed a le stelle ascese

l’una di te e l’altra parte intera,

la tua gioia qual era?

Dillo tu, madre e figlia

che fai meravigliar la meraviglia.

Contra que’ sette miei forti nemici

che combatton dì e notte intorno l’alma

queste sette felici

memorie tue sian, priego, e scudo e palma.

Reina eccelsa ed alma,

fa che mie lunghe ed egre

colpe piangendo teco io mi rallegre.