CCV
Donna, che prima del principio nostro
fosti principio al ben de l’universo,
nel tuo virginal chiostro
chiudendo tal che col suo sangue asperso
il miser huom disperso
nobil fece e raccolse,
e per la vita altrui la morte volse,
come potrà la lingua e lo stil mio,
avezzo a dir di mortal cosa e vana,
alzarsi in sen di Dio
e trovar te, fuor d’ogni usanza humana?
Gentil donna e sovrana,
non far che ’n terra io reste,
soccorri al mio terren col tuo celeste.
Pur qual bambin convien di te ch’io dica,
che, non potendo ben formar parola,
com’ più la lingua intrica
e più s’affanna insieme e si consola;
o fra le sole sola,
dammi lo stil, la lingua
ch’io le tue gioie a pien canti e distingua.
Non se’ tu quella in ogni tempo pura
che ’l thesor che perdeo la prima donna
rendesti a la natura,
ricco pregio de l’ago e de la gonna?
O del mondo colonna,
o del ciel porta, o porto
d’ogni tempesta, e d’ogni mal conforto!
Qual gioia fu quando dal ciel vedesti
scender il messagier con la novella
che vergine saresti
madre di Dio, ma tu dicesti ancella!
Deh, quella fiamma, quella
che ’l tuo cor arse, hor arda
e riempia il mio tutto, e non sia tarda.
E ben fu quella notte a par del giorno,
anzi, d’ogni seren via più serena,
che vide in vil soggiorno
creder te lieta a te medesma a pena
la vera gioia e piena
di quel parto beato,
vittima ed holocausto al mio peccato.
Ma chi ’l novo piacer ridir potrebbe
quando da i tre gran regi il Re de’ regi
adorato il dono hebbe
sovra ogni honor di più lodati pregi?
O pompe, o glorie, o fregi,
quanti mai foste o sete
a questo solo don ceder potete.
Felice stella, e tu ben vinci il sole
a sì nobil viaggio amica duce;
da indi in qua non suole
scoprirne il ciel più gratiosa luce.
Lasso, chi mi conduce
a Dio, se tu non sei
a far devoto don de’ falli miei?
E fu ben senza pari e senza exempio
l’allegrezza, e maggior d’ogni desio,
quel giorno che nel tempio
presentasti al Dio padre il figliuol Dio;
vorrei dir anchor io
co ’l buon vecchio verace
«Hor lascia gir, Signor, tuo servo in pace».
Tanta letitia un cor non empì mai
quanta il tuo, allhor che l’oscurato lume
riprese i suo’ be’ rai,
e del sepolchro fuor risorse il nume
(contra il nostro costume);
nume sempre uno, eterno
ne la terra, nel cielo e ne l’inferno.
L’inferno il sa, sallo la morte e ’l mondo,
ché tutti tre spogliò morendo e vinse;
ma tu da più profondo
sepolchro tra’ quest’alma, ove la spinse
piacer che ’n ella estinse
le tre parti più belle;
fa che ’l mio inferno anch’io spogli e debelle.
Ben crederò che di te stessa fuore
ti trasse il gran diletto il dì ch’al cielo
tornar trionfatore
vedesti Dio coverto in human velo;
o quando il caldo e ’l gielo
lasciar mi fia concesso
e trionfando al ciel girmen con esso?
Ma dimmi: quando incontra a te discese
di spiriti celesti eletta schiera
ed a le stelle ascese
l’una di te e l’altra parte intera,
la tua gioia qual era?
Dillo tu, madre e figlia
che fai meravigliar la meraviglia.
Contra que’ sette miei forti nemici
che combatton dì e notte intorno l’alma
queste sette felici
memorie tue sian, priego, e scudo e palma.
Reina eccelsa ed alma,
fa che mie lunghe ed egre
colpe piangendo teco io mi rallegre.